"Io, sopravvissuto al mio trapianto": Marcello Murru, il ritorno alla musica dopo 10 anni di silenzio
“A volte penso che è la malattia a tenermi in vita. Riascoltando le mie canzoni mi rendo conto che la morte interviene spesso. Forse perché l’ho incontrata e ho voluto guardarla in faccia". Il nuovo, prezioso album "Diavoli Storti"

“A volte penso che è la malattia a tenermi in vita. Ancora oggi vivo in compagnia dei farmaci e mi dico che nel mio caso, trattandosi di un trapianto, è proprio la malattia a sorreggermi. Sono i farmaci che mi tengono ancorato a lei, che fino a oggi è stata molto generosa con me. Quindi non posso fare altro che ringraziare. Anche se non so bene cosa o chi. Lo so, è un po’ complicato”. Sorride amaro Marcello Murru e abbassa lo sguardo con quella timidezza che non è altro che pudore del dolore, di chi da 23 anni vive con un organo di un’altra persona e si sente chiamare ogni settimana dai medici “per controllare che io sia ancora vivo, per rallegrarsi che io ci sia ancora. Sono un caso studiato, particolarmente longevo”.
Nelle sue parole non c’è malcelato orgoglio, ma un’ironia triste e dissacratoria con la quale ha imparato a convivere, soprattutto da quando la malattia ha preteso di nuovo spazio nel suo corpo e ha scombussolato ancora la sua vita. Dopo 10 anni di silenzio la sua voce rauca e profonda si riaffaccia finalmente sulla musica in un disco di grande impatto perché Marcello Murru è un’artista che non fa sconti, tantomeno a sé stesso. E la sincerità, soprattutto quando trasuda sangue, paga, perché ti entra sottopelle e ti traduce sentimenti dimenticati o trascurati, ti legge dentro, ti svela oltre ogni maschera. “So solo che è difficile volare o farsi largo se soffri di vertigini /so che la solitudine di certo non è amica delle buone abitudini/ e so pure che gli ultimi arriveranno primi/ ma non sapranno che farsene”, scandisce in “Vertigini”, di certo una delle più belle canzoni di questo nuovo album, “Diavoli storti”.
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Marcello Murru fotografato da Daniela Zedda
Un disco diretto, quasi brutale perché capace di esorcizzare il dolore attraversandolo e non mistificandolo. Le atmosfere alla Leonard Cohen dove il buio più fitto di colpo viene ferito dalla luce. Le parole scolpite che somigliano a un flusso di coscienza, venute fuori da chissà quale angolo dell’anima. Il senso di sconfitta che ci accompagna tutti quando davanti allo specchio abbiamo il coraggio di guardarci dentro. E quella voglia di vita così grande da trascinare con sé perfino la morte, che finisce per essere una compagna di giochi e di solitudine, da prendere con le pinze, a rischio di vertigini, ma indubbiamente affascinante. “Non posso più negare quella che è stata fino a oggi la mia vita. Ora riesco a parlarne, per anni non l’ho fatto. Anche perché penso che le malattie gravissime e i dolori troppo forti siano difficili da raccontare. Ma anche io devo ammettere che riascoltando le mie canzoni e rileggendo ciò che scrivo mi accorgo che la morte interviene spesso. Forse perché l’ho incontrata. E ho voluto guardarla in faccia. Credo che sia l’unico modo per allontanarsene ancora per un po’. Poi però ho messo da parte tutto il dolore che c’è dietro una grave malattia di anni, gli ospedali, le ambulanze. Anche se la parola trapianto è una parola liquidata molto in fretta, una parola veloce, corta. E io invece io ci convivo e so che è qualcosa di molto più grande. Devo alla generosità di un’altra persona che non c’è più il fatto che io comunque sono vivo. E questo non lo potrò mai scordare. Così questa presenza, che io nella mia fantasia mi sono inventato, in un certo modo vive con me, lo porto con me, ovunque. Non potrei stare senza di lui o di lei. Non so. Non ho mai voluto approfondire e conoscerne l’identità perché psicologicamente sono stato tormentato per molti anni. Un pensiero che mi assillava. In terapia mi è stato consigliato di non scavare ancora perché rischiavo di mettere a repentaglio la mia salute già fragile e soprattutto il difficile equilibrio raggiunto”.
Così con l’inquietudine ai piedi e quel suo sguardo buono ha iniziato a camminare ogni giorno per le strade di Testaccio, il suo quartiere di adozione che è diventato la sua isola. Da affiancare a quella di nascita, terra di frontiera o come dice lui, “terra da far west”, mirabilmente descritta in un brano del disco “Spingendosi più in là”. Ed è proprio Testaccio e in particolare il cimitero degli inglesi, tra la lapide di Gramsci e le scritte sull'acqua di Keats, balsamo immerso nel silenzio per cuori affannati, che Francesca Comencini ha girato il bellissimo video di “Diavoli storti”, la canzone che dà il titolo all’album. Lei, la regista di “Gomorra” fa parte della famiglia di Marcello Murru. Così come lo scrittore e magistrato Giancarlo De Cataldo e come il cantautore Enrico Giaretta e come tanti giornalisti, da Giuseppe Videtti a Filippo Ceccarelli. Tutti così innamorati di questo poeta sghembo da decidere di produrgli questo suo lavoro, mettendo insieme i soldi necessari e il talento di ognuno. C'è chi scrive i comunicati e chi si inventa ufficio stampa, chi dirige i video e chi scatta le immagini. Un coagulo di energie positive che rende questo disco ancora più prezioso e imperdibile. “So solo che le mie parole in prestito non sono mai tornate indietro”, scandisce lui ancora in “Vertigini". Ed evidentemente siamo in tanti a dovergli qualcosa.