Scandalosi, teneri, "fluidi" e antipatici: i ragazzini di Guadagnino che stravolgono la tv

Il sesso e il corpo che cambia, gli adulti distanti e in crisi, la base militare e il mondo attorno. Il gender. Otto episodi su questo. Riusciti? Così così

Caitlin e Fraser: chi sono, ma soprattutto, chi saranno?
Caitlin e Fraser: chi sono, ma soprattutto, chi saranno?

Lui è una creatura incompiuta e indefinita, a metà strada del suo divenire fisico, psicologico, confuso sul genere sessuale, sull'identità da darsi. Lei ha occhi quasi alieni ma scurissimi su una pelle d'ebano che la fa sembrare una specie di divinità, una statuetta africana con una gran voglia di indipendenza, alle prese con le prime mestruazioni e con gli esperimenti con l'altro sesso che la lasciano perplessa. Gli e se si moltiplicano: e se non sono etero? E se sono gay? E se diventassi maschio e andassi oltre questo corpo da femmina? E se quella simpatia per il ragazzino stroncata da mia madre (comandante militare, ma pure lei piena di fragilità) non fosse stata solo un episodio? I ragazzini protagonisti di We Are Who We Are, serie tv in 8 episodi (in onda su Sky) creata e diretta da Luca Guadagnino, sono delle entità in via di definizione che vivono di umori, confusione, piccoli atti di ferocia e altrettanti di tenerezza. E sono costruiti per non essere facilmente simpatici.

"Siamo chi siamo": cioè?

Già dal titolo, We Are Who We Are appare come la serie gender fluid per eccellenza. Scritta (anzi "scrittissima, ma realizzata come se non lo fosse" dice il regista) da Guadagnino con Paolo Giordano, incrocia le vicende di Fraser e Caitlin, nella stessa base militare americana che sta in Veneto. Dici base Nato e pensi a quel che è: un mondo a parte, granitico, scandito dai ritmi e dalle gerarchie in divisa, con tempi morti fatti di market-spaccio, di tuffi nella vicina laguna, di gironzolare per la cittadina attorno agli edifici militari e per gli alloggi delle famiglie dei soldati. E' una vita che ha una sua normalità allo stesso tempo più rassicurante e più inquietante. Perché fra gli squilli di tromba, i discorsi alla truppa, gli allenamenti, i percorsi di guerra, il va e vieni di personale nelle varie missioni, si accendono gli amori e le passioni. Che sconvolgono un attimo prima di interrompersi (perché l'infatuazione passa, o perché il compagno che hai scelto, ancora più scandaoso se l'amore divampa tra soldati dello stesso sesso, muore in missione) e spesso restano a metà. Perciò di cosa parliamo, quando parliamo di We Are Who We Are?

La fiera delle incompiute

I ragazzini filmati da Guadagnino esplorano il corpo, provano a capire fino a dove possono cambiarlo, giocano con l'identità (Fraser è un fagotto di abiti variopinti su un corpo fragile e sgraziato, capelli ossigenati, monociglio e rapporto conflittuale con i propri baffetti, Caitlin invece i baffi li fa crescere e se li lecca, per capire quanto gli appartenga quella possibile scelta) e cercano la cosa più difficile a trovarsi: l'appartenenza. A qualcuno, a qualcosa, ad un pezzetto di mondo. L'estate trascorre fra rutti e bevute, scherzi e tuffi, corpi da esibire nudi con sfrontatezza e naturalezza, e una noia sempre latente. Che è piena di domande e con pochissime risposte. E non dà molte più risposte la scelta delle madri: quella di Fraser che sta con un'altra donna, un ufficiale, ed entrambe sono spesso in crisi. Quella di Caitlin, bellissima africana che si è annullata al servizio di un militare di colore che in casa è autoritario ma ha per la figlia una tenerezza e una capacità di vicinanza che non ti aspetteresti. We Are Who We Are mette in scena questa terra di mezzo di scelte possibili, tutte sfiorate, nessuna davvero compiuta fino in fondo.

Non ci baceremo mai

E quando la morte arriva nella base americana, l'unica fuga da una realtà che fa sentire il peso del suo orrore, è quella in treno di Fraser e Caitlin verso un concerto. Si sono promessi non ci baceremo mai. Fino a quando? Guadagnino gira benissimo, ma è spesso tradito dalla sua voglia di estetismo (è un nipotino irrisolto di Bertolucci) e non si capisce se voglia lasciare i fili narrativi così, a metà strada, o se si annoi o ancora non sappia bene come annodarli. E' in fondo il limite di tutto il suo cinema visto fin qui. Ma stavolta ha la scusa buona del raccontare l'adolescenza gender fluid.