Tiziano Ferro senza filtri: io, l'alcol e le mie cicatrici in un film

Tiziano Ferro senza filtri: io, l'alcol e le mie cicatrici in un film
di Askanews

Roma, 4 nov. (askanews) - Ci sono il periodo adolescenziale del disagio del sovrappeso, quello del coming out dell'omosessualità, ma anche la dipendenza dall'alcol, la paura della popolarità, la relazione con Victor (il marito), la musica come "cura e antidepressivo". Tiziano Ferro si mette a nudo e si racconta in tutta la sua intimità, nel documentario "FERRO", in esclusiva su Amazon Prime Video dal 6 novembre. E un sottotitolo che fa da cornice all'intera storia: "L'uomo dietro la popstar".Ottanta minuti di racconto in presa diretta, in cui l'artista di Latina (che ora vive a Los Angeles) si mostra per come è: si emoziona, piange, ride, mostra la sua quotidianità casalinga con Victor. Ci sono le interviste alla mamma, al suo compagno. E poi i suoi disagi: il sovrappeso, il bullismo, la discriminazione, fino all'alcolismo. "Ho sempre pensato che dietro ogni storia di dolore si nascondessero il privilegio e il dovere morale di aiutare qualcun altro. La mia storia me lo insegna e ogni volta che ho consegnato alla gente le mie cicatrici, si sono sempre trasformate in soluzioni", recita l'artista. "Guardo il mondo dal filtro delle cicatrici, dove li vedo come se fossero i miei superpoteri: mancata accettazione, depressione, ansia, dipendenze. Mi vestivo ogni mattina di un corpo che non era il mio".Come ha deciso di raccontarsi, per la prima volta, in un documentario? "E' una cosa che ho imparato piano piano - risponde durante l'intervista a un gruppo di giornalisti -. Sono diventato quasi involontariamente famoso a vent'anni, non sai chi sei, non sai cosa vuoi, non sai niente. A vent'anni tutti mi chiedevano chi sei, chi vuoi essere, dove vai? Io proprio non lo sapevo. Sono diventato un uomo adulto davanti alle telecamere, è stato complesso. Questa cosa ha scatenato un senso di sana disperazione nei confronti del mio stato d'essere che mi ha portato per disperazione, ma fortunatamente, a cercare una soluzione, a quel tormento, a questa incapacità di capire dove stavo andando, nonostante la mia carriera andasse da Dio. Io come persona ero ferma: non mi accettavo, stavo male, non avevo amici e ho iniziato percorsi di analisi"."Poi finalmente - racconta ancora Ferro - ho fatto pace con me stesso e ha scatenato una serie di onde positive che mi hanno portato a capire che il privilegio più grande che avevo era soltanto una versione di me stesso davanti a tutti: con mia madre, mio padre, mio fratello, con tutti. Mi sono liberato di doppie e triple vite che ti rendono schiavo di una cosa che alla fine non ha senso. È stata la prima esperienza con il potere curativo della verità, per quella che è. Tanto le persone ti ameranno e odieranno comunque, anche se filtri i tuoi gesti. Allora tanto vale dare quelli veri. E da li non mi sono più fermato, non ho più voluto filtrare nulla".Il problema dell'alcolismo, dice, "ha richiesto un po più di tempo, perché è stata una prova più recente ed è arrivata perché dopo diversi anni facevo fatica a mantenere questo tipo di anonimato nei gruppi di recupero. Stava però diventando complesso rimanere anonimi nei gruppi italiani".Da qui l'obiettivo di arrivare alla soluzione: "Si parla di problemi: alcol, violenza, emarginazione, droga, ma non si spende tanto tempo a parlare di soluzioni. Il problema lo conosciamo. Tutti parliamo dei ragazzi che si schiantano contro un muro perché bevono troppo, ma non capiamo cosa c'è dietro; non parliamo del fatto che dipendenza dal bere non dipende dalla quantità ma dall'ossessione, che spesso ha matrice genetica che può essere disinnescata"."Tutte queste serie di cose - prosegue Ferro - mi hanno fatto pensare che era il momento di raccontare una storia esattamente per quella che era. È una storia più recente rispetto a quella dell'omosessualità, avvenuta in tempi molto più attuali".