"The Social Dilemma": come le nostre vite sono fatte a pezzi mentre veniamo condizionati

Il discusso documentario di Netflix svela le tecniche di manipolazione occulta di queste piattaforme. Parlano i pentiti della Silicon Valley

Zuboff, Harris, Rosenstein, Lanier: svelano come funziona 'la macchina'
Zuboff, Harris, Rosenstein, Lanier: svelano come funziona "la macchina"

Il punto è che una volta che lo sai, che te l'hanno spiegato in tutti i modi possibili, comunque non riesci a capire il pericolo dove stia. Non vedi il pericolo. Perciò vai avanti come prima. Chi scrive, dopo la visione di The Social Dilemma, il film documentario di Jeff Orlowski sulle distorsioni e gravi ricadute dell'uso e abuso di social network che sta acquistando grande popolarità ed è disponibile su Netflix, non ricorda esattamente da quale dei pentiti della Silicon Valley siano uscite quelle frasi. Ma la sostanza è tutta lì: usiamo da quasi vent'anni Facebook, simili e avversari, ma non percepiamo i pericoli che corrono le nostre vite, il nostro modo di ragionare, la nostra formazione del giudizio. Perché tendiamo a risponderci: "Beh? Se anche mi spiano, mi profilano, sanno tutto quel che faccio e penso, non ho niente da nascondere. Perciò dove sta il problema?". Ecco perché la visione di The Social Dilemma è quanto meno raccomandabile.

"Il progetto è riprogrammare l'essere umano"

The Social Dilemma non è perfetto, ha punti deboli e usa tecniche di spettacolarizzazione del tema che tratta in modo molto americano. Simula, all'interno di un documentario con testimonianze autorevoli e di sostanza, una fiction familiare in cui le ricadute dell'uso di social network disgregano gli individui e poi i rapporti tra loro. Zero dialogo tra genitori e figli, scommesse perse a chi riesce a stare più a digiuno di smartphone, ansia e depressione della più piccola di casa esposta in bacheca e insultata per il suo aspetto fisico. Peggio va al figlio maschio, che cade preda di fake news di manipolazione politica e finisce per aggregarsi ad una movimento estremista di centro (ossimoro qualunquista, geniale) fino a mettersi nei guai (segnatevi questo nome: QAnon. Andate ad approfondire che sta succedendo nella realtà). Presenta tre personaggi simili ma non identici, che impersonano altrettanti algoritmi e il modo in cui, dall'interno della macchina, del software, riescono a sollecitare e titillare le nostre reazioni. Dice Jaron Lanier, tra i padri della realtà virtuale e fra i "nonni" della Silicon Valley, ora ribelle contro la Rete e i social: "Il progetto è riprogrammare l'essere umano". I mezzi social creano dipendenza e bisogno di conferme, euforia breve che deve essere necessariamente confermata di continuo. E questa emotività viene poi manipolata.

Una schiera di pentiti che parla

The Social Dilemma è soprattutto una sfilata di pentiti. Gente che ha inventato applicazioni Web e social di grande successo, e che ci ha fatto i soldi, ma che poi ha realizzato che quegli strumenti erano sfuggiti di mano ai creatori, impattando negativamente sulle nostre vite. Quelle di miliardi di persone, tracciate, selezionate e rivendute a peso milionario, senza ottenere in cambio un euro di utili e permettendo che la propria vita venga costantemente messa in piazza e usata. Per tornaconto economico, politico, cospirativo (vedi le recenti elezioni annegate in un mare di notizie tendenziose, false, "avvelenate"). Sfilano e parlano Tristan Harris, che ha scoperto i pericoli insiti nel design della mail di Google e di altre applicazioni del colosso hi-tech mutuate da tecniche di magia e illusionismo. Fece un sondaggio interno all'azienda, la sua preoccupazione era condivisa da molti ma fu soffocata nel silenzio. Aza Raskin, già a Mozilla, ideatore del continuo scrollare in alto e in basso dello schermo che incolla a un dispositivo. Tim Kendall, che ha trasformato Facebook da social per universitari a macchina da soldi e che ora è preoccupatissimo per l'intolleranza e l'aggressività sociale che quelle piattaforme stanno facendo crescere. Justin Rosenstein, inventore del tasto "mi piace" che ci ha resi tutti tossicodipendenti dall'effimero gradimento altrui. E di Beacon, il software che continua a seguirci e spiarci anche quando siamo fuori da Facebook. Di Lanier abbiamo già detto. Fra gli altri, parla in modo ferocemente critico Chamath Palihapitya, pure lui un tempo a Facebook e che oggi punta il dito contro quello strumento definendolo una minaccia per la democrazia.

Prigionieri del rinforzo positivo intermittente

Fra le testimonianze da seguire con particolare attenzione, quella del premiatissimo designer Joe Toscano che spiega come i social usino la tecnica emotivo-psicologica del rinforzo positivo intermittente, la stessa che crea dipendenza ai giocatori di slot machine. Quella di Sandy Parakilas che parla dei tanti piccoli esperimenti di manipolazione che i social fanno di continuo con gli utenti, senza che ne siano informati. E soprattutto l'analisi di Shoshana Zuboff, psicologa e docente ad Harvard che ha scritto un saggio fondamentale sul tipo di economia nella cui trappola siamo caduti un po' tutti: Il capitalismo della sorveglianza

Da sinistra: Mark Zuckerberg, ideatore di Facebook. Larry Page e Sergei Brin, creatori di Google