The Crown svela i segreti della “Principessa infelice” e mette in crisi Buckingham Palace

La quarta stagione della amata serie sui royals si avvicina ai tempi nostri. E quando arriva a Diana Spencer Stuart, primi anni ’80, il terreno si fa scivoloso

di Simone Filippetti

In mille anni di monarchia, la corona britannica ha conosciuto decine di sovrani, buoni e cattivi, potenti o disgraziati, vincitori o impiccati. Ce n’è per tutti i gusti. Ma alla fine il monarca che più di tutti ha mosso l’opinione pubblica, il più famoso in tutto il mondo, quello più non è stato nessuno di quelli “ufficiali”. Lo scettro va a Lady Diana, che non è mai stata né regina, né principessa. Alla gente piacciono le favole e i reali inglesi, così fuori dal tempo in un mondo iper-democratico, sembrano fatti apposta.

La “Principessa infelice”

Se poi la favola non è nemmeno a lieto fine, come si esige dal copione, allora ecco che la timida ragazza acqua e sapone presa in sposa dal futuro Re d’Inghilterra, diventa un’icona globale, una divinità. Diana, prima moglie del Principe Carlo, amante del controverso magnate playboy egiziano Dody Al-Fayed, morta in un misterioso incidente stradale, è l’unica celebrità moderna per la quale si può scomodare la parola “apoteosi”. Dopo il divorzio con Carlo, Diana era stata risucchiata in una vita da celebrity, tra flirt, mondanità ed eccessi che non si addicevano alla donna che rimaneva comunque la madre del futuro Re William e di suo fratello Harry, anche lui sulla linea di successione monarchica.

The Crown

Lo spettro della “Principessa Infelice” torna ad aleggiare, mesto e oscuro, sopra Buckingham Palace: il merito, o la colpa, è di The Crown (“La Corona”), la serie tv messa in onda da Netflix, di cui è appena iniziata la quarta stagione. Lady D è personaggio ingombrante: l’eterna aspirante regina consorte, che non è mai salita al trono, è un “problema” per la casa reale, sempre in imbarazzo. Ma è invece una beniamina per i cittadini inglesi; e anche per il pubblico mondiale che ama le vicende della casa reale inglese e che in Diana vede l’apice di tutto quello che la Corona rappresenta. E ora, a 23 anni dalla tragica scomparsa, il primo evento mediatico dell’era globale e digitale (nel 1997 Internet era gli albori, i telefonini si stavano diffondendo su larga scala),

Lady torna alla ribalta

Diana torna prepotentemente alla ribalta. Giornali, tv, social media: la Gran Bretagna dell’era del Covid è di nuovo un paese diviso su e da Lady D. The Crown era già un telefilm cult prima ancora una nuova stagione. Ha reso la storia della corona britannica una sorta di soap opera, thriller politico, e drammone sentimentale, con Google che regista picchi di ricerche storiche dopo ogni puntata. E’ una House of Cards vera, i cui protagonisti sono persone ancora in vita e note a tutti. Perché, come già aveva magistralmente capito Aristotele duemila anni fa, parlando della tragedia greca, più del vero, è il verisimile che tiene gli spettatori incollati a un palcoscenico (o a uno schermo tv, che è il palcoscenico dell’era moderna).

La quarta stagione mette in crisi Buckingham Palace

Man mano che la serie, di cui si dice che pure la Regina Elisabetta sia una fan incuriosita e divertita, si avvicina ai tempi nostri, aumentano però le tensioni. Parlare della morte del re Giorgio VI, il padre di Elisabetta; dei fallimenti matrimoniali e del vizio dell’alcol di Margherita, la defunta sorella della Regina; delle scappatelle, quelle vere e quelle presunte, del Principe Filippo, ormai 99enne in precario stato di salute; o della terribile infanzia di Carlo nel collegio-caserma di Gordonstoun in Scozia, è tutto sommato facile. Si scia sul sicuro. Ma quando, per esigenze cronologiche, la serie arriva a Diana Spencer Stuart, primi anni ’80, il terreno si fa scivoloso. Troppo fresca ancora la memoria; troppo recente il trauma; troppo attuali le conseguenze.

La polemica

Dopo la morte di Diana, Carlo ha potuto o voluto sposare Camilla Parker-Bowles, amante storica di Carlo ancor prima che conoscesse Diana e durante tutto il suo matrimonio. La serie di Netflix adombra pure una sorta di menagè a tre. Grandi polemiche per la ricostruzione storica degli eventi, con pure voci del Principe Carlo in persona che non avrebbe gradito alcuni passaggi, come quello di una lettera, inventata, dello zio Lord Archie Mountbatten che gli rimprovera le tresche alle spalle di Diana. Lo stesso creatore di The Crown, lo scrittore e sceneggiatore Peter Morgan, già famoso per aver scritto la pièce teatrale Frost/Nixon sul presidente degli Stati Uniti, poi divenuta un film del regista Ron “Ricky Cunningham” Howard”, ha dovuto ammettere di aver “ricamato” sulla vicenda.

Il "vero colpevole"

Apriti, cielo: la Gran Bretagna si è vista infilata in un dibattito nazionale se le opere storiche debbano o meno essere fedeli agli eventi. Diatribe poetiche che nemmeno il filosofo medievale Tommaso D’Aquino avrebbe osato immaginare. Se addirittura il compassato e borghese Times di Londra, il giornale più prestigioso e serio della nazione, arriva a dedicare l’apertura alla bufera su Diana e The Crown, il vero “colpevole” è l’attuale primo ministro Boris Johnson: con 9 milioni di lavoratori a casa, causa crisi economica, ma stipendiati all’80% dal Governo, il popolo si può permettere il lusso di discettare sugli episodi di una serie tv, mentre il peggior Natale, e un altro spettro, quello della disoccupazione di massa, incombe.