La Corea (ci) invade... gli schermi: da "Squid Game" a "Piccole donne", le serie tv da non perdere di un fenomeno globale

Storia di un fenomeno che da un paese ha invaso il mondo del cinema e quello seriale. Giochi di potere, lotte di classe, giochi (estremi) di sopravvivenza, drammi, misteri: il successo di "Hellbound", "Avvocata Woo", "All of Us are Dead" e del capostipite "Parasite"

 

Giochi di potere, lotte di classe, giochi (estremi) di sopravvivenza, drammi, misteri. Gli uni contro gli altri. La Corea del Sud, in termini produttivi, è diventata lo specchio da osservare e analizzare, un’industria capace di rigenerarsi ulteriormente in pochi anni e diventare pop e di tendenza, una macchina perfetta in grado di catturarci.

Nessuna sorpresa per gli addetti ai lavori e dietro le quinte, visto come nel tempo registi, autori, interpreti, sono stati in grado di fare, ma che purtroppo (il mercato) non ha portato nel pieno mainstream o in sala, se non nei festival di settore. Un esempio: il Florence Korea Film Festival di Firenze che da 20 anni propone il meglio del settore, ed è diventato un appuntamento imperdibile, celebrandosi ulteriormente lo scorso aprile con appuntamenti e proiezioni.

"Parasite" è lo spartiacque

Ma dov’è avvenuto il definitivo clic coreano? Lo dobbiamo a Bong-Joon-ho, capace di riscrivere la storia con Parasite. La vera rivelazione, tra il 2019 e il 2020, in grado in primis di vincere la Palma d’Oro a Cannes, issandosi da protagonista nell’edizione n. 92 degli Oscar, vincendo ben 4 statuette su 6 nomination. “La cosa più personale è anche quella più creativa” disse allora il regista dal palco, facendo riferimento all’insegnamento di Martin Scorsese, battendolo, insieme ad altri numeri uno, Quentin Tarantino, Sam Mendes e Todd Phillips, nella categoria di miglior regia. L’ennesima standing ovation di una sera memorabile per un film a cui andò pure la miglior sceneggiatura originale (a Bong e Han Ji-won), i riconoscimenti di miglior film internazionale, e soprattutto del miglior film dell’anno, il primo in lingua coreana. Mai successo ad Hollywood e nel gotha americano.

Ma Bong non è nuovo ad imprese del genere, è lo stesso infatti che già anni prima aveva collezionato e realizzato piccoli gioielli come Memorie di un assassino (riscoperto da poco), Snowpiercer, pellicola prima (diventata serie) adattando la graphic novel di Jaques Lob e Jean-Marc Rochette, approdando addirittura su Netflix grazie a Okja. Insieme a lui, da non dimenticare mai, uno degli attori-feticcio del cinema coreano, Song Kang-ho.

Il caso di "Squid Game", far west d'intrattenimento grottesco

 

Ed è proprio su questa piattaforma che alcune serie “Made in Corea” stanno mietendo seguaci appassionati. Il caso più clamoroso è ovviamente Squid Game, diretta da Hwang Dong-hyuk, un far west d’intrattenimento grottesco, assurdo, ipnotico, non esente da polemiche suscitate, che nonostante tutto e tutti, ha fatto breccia pure nello star stystem a stelle e strisce. Una gara ad eliminazione nella quale centinaia di concorrenti (disperati e desiderosi di guadagnare) si scontrano senza risparmiarsi, per portarsi a casa un montepremi in valuta won, cifra che potrebbe di fatto cambiargli la vita e il futuro. Intreccio sconvolgente e pulp, tra ponti di vetro, tiri alla fune, il “tradizionale” nostrano ‘un, due, stella’ e guardiani mascherati, in cui chi vince alla fine va avanti, ma chi perde muore. Successo e clamore dunque, ma intriso di cinismo, ironia e vittime sacrificali. Squid Game vince allora ogni cosa, facendoci conoscere ulteriormente il talento di Lee Jung-jae, premiato in America con il Sag Award e e di recente con l’Emmy come miglior attore drammatico, batte avversari temibili comeil  Brian Cox e Jeremy Strong di Succession, Jason Bateman di Ozark, Bob Odenkirk (di Better Call Saul) o Adam Scott (Severance) a riprova di un cambiamento in atto nell’orizzonte narrativo, di vedute, dei protagonisti seriali. Lui, come anche l’attrice HoYeon Jung, che mette al tappeto nomi importanti quali Jennifer Aniston e Reese Whiterspoon, pronti alla seconda stagione che arriverà forse entro la fine del 2023, inizio 2024.

Da settembre c'è "Piccole donne"

Protagonisti, e protagoniste, in evoluzione, serie in rampo di lancio, che dal passato si catapultano nel contemporaneo. Come Piccole Donne (Little Women), la serie omonima in onda dal 3 settembre proprio su Netflix. Un rimando rivisitato ed immaginato al romanzo e trilogia di culto scritto nel 1968 da Louisa May Alcott, ambientato nella Corea di oggi, e tre sorelle, che dopo una vita vissuta nella povertà, si ritrovano per le mani una somma di 70 miliardi di won. Un dramma dai toni cupi, in cui, ognuna, ora, si pone contro l’altra per soldi, potere, rinnegando pure di piegarsi al benessere improvviso, arrivando a cospirare, darsi battaglia, reciprocamente.

 La discesa all'inferno con l'acclamato "Hellbound"

Seul e periferie diventano il centro dell’universo nel quale le cose possano essere stravolte, trasformandosi in peccato, vendetta, discesa all’inferno. Succede nell’acclamato Hellbound: una prima stagione da record targata ancora Netflix, in attesa della seconda, per raccontare di esseri ultraterreni, eventi sovrannaturali, di caos e dannazione, di misteriose organizzazioni religiose dal nome profetico Nuove Verità o gruppi estremisti, fanatici, che puntano a tenere il controllo.

"L'avvocata Woo" con la sindrome di Asperger è l'ultima arrivata

Uno scontro tra demoni ed esseri umani, diretto da Yeon Sang-ho, a cui non si può davvero esistere. E non ci si ferma qui: da La casa di carta Corea, agli zombie di All of Us Are Dead (Non siamo più vivi), senza dimenticare la parte romantica e maggiormente leggera, come Amore e guinzagli, A love so beautiful, o l’ottima Avvocata Woo (su Netflix), l’ultima arrivata in un grande studio legata, affetta dalla sindrome di Asperger.