Sembrava uno show comico, diventa il racconto di una vita e con Panariello arrivano le lacrime

In "La favola mia" che l'attore e conduttore porta in tour, c'è tutta la sua vicenda. Con molto divertimento, tanta fatica e un dolore antico dentro

Giorgio Panariello (Foto Ansa)
Giorgio Panariello (Foto Ansa)
di Massimiliano Lussana

Dici Giorgio Panariello e pensi, ovviamente, a un comico, a uno che gioca con le risate. Ma La favola mia, lo spettacolo in scena in questi giorni in giro per l’Italia, in realtà è qualcosa che strappa molte risate, ma fa anche pensare, esaltando la vena malinconica che è il valore aggiunto di un comico come Panariello, che già aveva firmato nelle ultime due stagioni uno dei programmi migliori della televisione recente, Lui è peggio di me, con Marco Giallini e il gioco della contrapposizione fra i due.

La povertà, i personaggi lungo strada, le storie

Perché in questo spettacolo Panariello si mette, letteralmente, a nudo, raccontando la sua storia: quella dei successi, ma anche quella delle sofferenze, della povertà, dei dolori e i personaggi diventano compagni di viaggio in questa storia, la sua storia, “La favola mia” che è anche il titolo di una canzone di Renato Zero, uno dei suoi personaggi centrali.

E quindi, partendo dal racconto di due anziani sulla panchina, Giorgio viaggia attraverso la sua vita, da ragazzo abbandonato e adottato dai suoi nonni: “Mio padre non l’ho mai conosciuto, mia madre se ne è fregata. E io sono cresciuto con i nonni, lui che non amava moltissimo le discussioni, come invece avviene oggi con i ragazzi che hanno diritto di parola, e usava molto bene la cintura di cuoio dicendomi 'Vieni qui che non ti faccio niente' e nonna Teresa era una vera nonna di un tempo, non come quelle di oggi che fanno la lap dance e ballano “Con le mani, con il culo” e a cinquant’anni ne dimostrano trenta. Lei no, li dimostrava tutti e forse anche di più: faceva centrini e li metteva ovunque, erano disseminati per casa, e poi avevamo la bambola sul letto, sì quella inquietante, e la torre di Pisa che cambia colore con il cambiare del tempo e poi per la scuola non avevamo le merendine di oggi, ma mi preparava dei panini che attiravano i gatti che mi seguivano fino a scuola, come ipnotizzati dal contenuto dei panini di nonna”.

Senza un soldo, schiena china al lavoro

Chiaro che, in questo quadro, dove i soldi non abbondavano, Panariello abbia iniziato a lavorare giovanissimo: “Raccattapalle al tennis e poi garzone di bottega che portava le cose a casa dei clienti, cioè facevo Deliveroo e non lo sapevo, strigliavo i cavalli al maneggio, facevo il cameriere nei ristoranti…”. Ed è l’occasione per Giorgio per iniziare una cavalcata attraverso gli anni del boom economico, le estati in Versiglia, i primi topless in spiaggia “che ci aiutarono ad  esercitare il bulbo oculare in operazioni talmente ardite nei movimenti per non farci vedere dalle nostre donne che ne hanno fatto puntate di Quark”, “Salvini che respinge i pattini” e “c’era il ragazzo che suonava la chitarra e le coppiette che facevano l’amore e io ero il ragazzo che suonava la chitarra”.

Quando Zero è tutto

Ed è in questo quadro, in questi anni, che parte il processo di identificazione con Renato Zero - “Siamo anche nati lo stesso giorno, il 30 settembre” – nato un giorno in cui Panariello andò a vederlo in concerto a Bussoladomani. E qui parte una serie di aneddoti esilaranti, tutti rigorosamente veri e alcuni riferiti dallo stesso Renato Zero. A partire dal giorno in cui Renato andò in farmacia e la farmacista gli chiese: “Ma scusi lei è Renato Zero?” e alla risposta affermativa lei rispose: “Mi saluti tanto Panariello”.

L'amicizia toscana di ferro

Oppure quando Leonardo Pieraccioni, a Deejay television, un giorno studiò uno scherzo a Claudio Cecchetto, che era l’editore di tutto questo e mandò in onda un’intervista al finto Renato Zero-Panariello. E Renato chiese a un amico che era con lui: “A Giampiè, ma quando cazzo l’avemo fatta ‘sta intervista?”. Un altro giorno Renato, diciamo non propriamente il più sobrio al mondo nel vestire, era a una sfilata di Roberto Cavalli e chiese: “A Nì, ma chi cazzo se la mette sta roba?”. O, ancora, il giorno in cui Zero andò in visita a una scuola di Livorno e il primo bimbo che lo incontrò gli chiese: “Ma sei Renato Zero?”. Anche in questo caso risposta affermativa e il bambino, tranchant: “Ti fa meglio Panariello”.

Dal sudore nascono i personaggi

E poi altri lavori, con lo zio al cantiere navale di Viareggio, elettricista, dove montava alle 9 dopo essere stato a lavorare in discoteca fino alle 7, fino alla scelta dell’azzardo assoluto (“e mio nonno bestemmia ancora nel sonno”), lasciare tutto per lavorare nei locali. Ed è una cavalcata fra i personaggi, tutti rigorosamente veri e tutti rigorosamente incontrati nella vita di Giorgio: Merigo, Mario il bagnino, il pierre della discoteca Kitikaka di Orbetello, la signora Italia, Naomo, Lello Splendor, lo splendido Silvano al bar…”.

Alena, Tosca, Belli e lo show del grande successo

E La favola mia è proprio una storia di vasi comunicanti fra la vita e i personaggi, fra palco e realtà, anzi fra realtà e palco, con il primo impresario di Panariello Fernando Capecchi, che è un mito assoluto: “Ricordo un giorno che era a Sanremo e sul palco c’era Zucchero che provava “Donne”. Fernando disse a Renzo Arbore che stava seduto accanto a lui: “Questo guardalo bene ora, perché non lo vedrai mai più””. Il resto delle imprese di Capecchi è l’organizzazione di serate, “soprattutto al Sud, in paesi di cui solo lui conosceva l’esistenza, in cui tiravano gatti morti sul palco e in cui mi esibivo insieme al mago Salamini…”. Eppure è stato anche da quelle esperienze che è nato il grande successo successivo, l’amicizia in radio con Carlo Conti, che mostra in una versione giovanile “eccolo qui appena sbarcato a Lampedusa”, il programma “Vernice fresca” che fu la prima palestra verso i trionfi successivi, l’incontro con il terzo amico di sempre, Leonardo Pieraccioni, fino alla consacrazione di Torno sabato, lo spettacolo itinerante con Alena Seredova, splendida nelle immagini che vengono mostrate, Tosca D’Aquino, Paolo Belli e tutta la loro squadra.

"Avevo tutto ma ero ferito dentro"

E qui, come in un cerchio che si chiude, salendo e scendendo una scala che è la metafora della sua vita, Panariello racconta: “Insomma, avevo tutto ma c’era qualcosa che mi faceva male, che mi dava dolore”. E qui appare la foto di “un ragazzetto, mio fratello a cui il destino ha dato una vita diversa dalla mia. Potevo essere lui. Io ho avuto fortuna e lui è caduto, la dipendenza dalla droga e tanto altro. Mi chiamava “l’artista”…”. Qui Giorgio si commuove e finisce il racconto.

Il più bello spettacolo che abbia mai fatto.

Perché, semplicemente, è la sua vita, La favola mia.