Una grande lezione di giornalismo: perché vedere "L'ora". Santamaria: "Così Francesca mi ha aiutato a raccontare la mafia"

Un’appassionata lezione di giornalismo, che anziché cadere nella trappola della nostalgia del tempo che fu, riesce a parlare anche e soprattutto dell’informazione di oggi e dei suoi mali evidenti

Un’appassionata lezione di giornalismo, che anziché cadere nella trappola della nostalgia del tempo che fu, riesce a parlare efficacemente anche e soprattutto dell’informazione di oggi e dei suoi mali evidenti. A cominciare dal primo e più grave: i fatti che scompaiono e vengono affogati dentro un mare di opinioni e di veline. “L’Ora, Inchiostro contro Piombo” è la nuova fiction, in onda da stasera per cinque settimane, su cui scommette Mediaset per riportare l’impegno civile in prima serata. Al centro della vicenda interpretata da un Claudio Santamaria in stato di grazia c’è l’eroica avventura di un piccolo gruppo di giornalisti coraggiosi e liberi che a Palermo per la prima volta osarono raccontare la mafia su un quotidiano. Fino ad allora nemmeno quella parola, “mafia”, era mai stata scritta su un giornale, per obbedire a un vero e proprio diktat, quel mantra “la mafia non esiste” che da generazioni si tramandava in Sicilia e non solo.

Una vera e propria palestra di vera cronaca che il direttore Antonio Nicastro (Claudio Santamaria), arrivato da Roma in quel piccolo quotidiano in evidente difficoltà e circondato dall’ostilità dei suoi stessi redattori che lo vedevano come un possibile boia dedito a tagli e a licenziamenti, seppe mettere su in poche mosse: via le veline del partito comunista e gli stantii e illeggibili pezzi su verbose riunioni, via i giornalisti e i fotografi che non volevano mettersi in gioco, che difendevano rendite di posizione, che sapevano solo preoccuparsi dei possibili licenziamenti ma che intanto passavano le giornate rinchiusi a fumare, a elucubrare possibili scenari futuri e a fare riunioni di partito. “Le notizie si trovano in strada, si trovano parlando con le persone e non stando col culo sulla sedia”, il primo di tanti insegnamenti.

I guai arriveranno subito, le minacce, le aggressioni, fino agli omicidi. Ma non fermeranno questi pionieri del giornalismo militante, questo manipolo di giornalisti che per primi a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta raccontarono la mafia senza reticenze. Pagarono un prezzo altissimo come ben sa uno degli autori della sceneggiatura, Claudio Fava, figlio del giornalista morto per mano della mafia. Giornalista, politico e presidente della commissione regionale Antimafia, Fava ha coltivato a il progetto de “L’ora - Inchiostro contro piombo” da anni perché “l'esperienza de L'Ora è una delle più straordinarie sfide giornalistiche che ha conosciuto il mondo nel dopoguerra”. A curare la sceneggiatura anche Ezio Abbate, uno dei creatori di “Curon” e “Suburra”. La supervisione artistica è di Piero Messina, già regista di “Suburra”, che nelle sue note descrive quanto complesso e contradditorio sia stato addentrarsi in un racconto sulla mafia per certi versi inedito, visto che in genere siamo abituati a vederla dal punto di vista delle forze dell’ordine o dei cattivi: “Il principe nella serie dice: “Qui da noi la verità e come la nebbia, più ti ci avvicini e più non vedi niente”. Ed è qui dentro, all'interno di questo paradosso, che si muovono i nostri eroi”.