Flavio Insinna: "La mia barca regalata ai migranti? Ecco di cosa mi sono pentito"

Ha prestato la sua voce per un documentario su Alberto Sordi "Una storia tutta italiana": "Purtroppo noi italiani continuiamo ad avere gli stessi vizi che ha raccontato nei suoi film"

di Cinzia Marongiu

“Quando vedi che in centro ci sono interi palazzi prestigiosi che magari hanno a che fare con la politica e che vengono affittati a 1 euro al mese capisci che c’è ancora tanto da fare. Che i vecchi vizi di noi italiani continuano a essere sempre gli stessi di quando Alberto Sordi li immortalava e li prendeva in giro nei suoi bellissimi film. Ma, ecco, certe cose io le vorrei vedere solo nei film, per farci una risata amara sopra. E invece noi italiani continuiamo a fare i furbi. E non sto mica parlando di quella furbizia alta e arguta. Macché, noi siamo i furbetti del quartierino”.

Scelte personali e passioni pubbliche - Appassionato difensore dell’etica pubblica piuttosto che il mattatore capace ogni sera da tanti anni a questa parte di ammaliare gli italiani col gioco dei pacchi "Affari tuoi". Ma poi a ben guardare è sempre il solito Flavio Insinna, quello che alle parole preferisce i fatti e che in questa videointervista concessa a Tiscali.it racconta oltre alle sue ultime sfide professionali anche il perché di alcune scelte personali.

Dalla tv al teatro all'editoria - L’attore che in questo periodo è anche in tour con lo spettacolo “La macchina della felicità”, tratto dal suo omonimo romanzo, ha prestato la sua voce a “Una storia tutta italiana”, un documentario con le immagini dei film interpretati da Sordi che formano l’album di famiglia del nostro Paese, accostati a fotogrammi storici in bianco e nero. Un dvd prodotto dalla Faber Editore con il patrocinio della Fondazione Alberto Sordi.

Ma l’incontro con Flavio Insinna è anche l’occasione per parlare di quel suo gesto che ha così tanto colpito tutti e cioè l’aver regalato la sua barca “Roxana” a Medici Senza Frontiere affinché la usassero nelle operazioni di salvataggio dei migranti. “Non mi sono pentito di averlo raccontato. Ma di un’altra cosa”.

 

di Cinzia Marongiu