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"Le Iene" nella bufera. Ma se ci piacciono i mostri in prima pagina la colpa è nostra

Siamo più redditizi, più spendibili e più abbordabili se siamo fortemente indignati. Se rimaniamo umani, rendiamo meno. Ecco perché i servizi di persone colpevoli e linciate in pubblico piacciono

Camilla Sorudi Camilla Soru   
'Le Iene' nella bufera. Ma se ci piacciono i mostri in prima pagina la colpa è nostra

Sbatti il mostro in prima pagina, prima pagina dei giornali. E le morti sul lavoro? Problemi secondari

Il primo novembre Le Iene vanno in onda con un servizio di Matteo Viviani in cui si racconta un caso tremendo di catfishing.

Un uomo di 64 anni si finge una ragazza bellissima - tale Irene Martini - e con questo profilo chatta per oltre un anno con un giovane che ne ha appena 24. Con Daniele, questo il suo nome, il 64enne instaura una vera relazione, sempre fingendosi Irene, e intreccia una storia sempre più avvolgente in cui si arriva a parlare di figli e matrimonio. Tutto è perfetto in questo amore solo virtuale, Daniele è felice. Poi un giorno scopre su google delle foto di una ragazza identica alla sua Irene, una modella romana. Si insospettisce, chiede conti alla sua ragazza. Lei, o meglio lui, cambia registro. La dolcezza è finita, lo aggredisce. Lo scambio di messaggi va comunque avanti per qualche mese, Daniele è distrutto. Ha capito? Non ha capito? Probabilmente ha intuito e ancora cerca di aggrapparsi alla possibilità che la sua relazione sia stata qualcosa di reale. Poi non ce la fa più e si toglie la vita. 

Una storia orrenda, fatta di dolori profondi. Quello di Daniele che si definisce depresso, quando parla credendo di confidarsi con un’amica, e che nella lettera d’addio alla famiglia scriverà: “Non ho mai avuto un amico, una ragazza, sono stato solo tutta la vita”. Quello dei suoi genitori che non si erano accorti della sua sofferenza e oggi vivono in una casa dalla quale non hanno tolto la corda che il loro bambino ha usato per impiccarsi. E forse il dolore di un altro uomo, un altro escluso dalla vita, che probabilmente ha trovato nel catfishing l’unico modo per vivere la vita appagante che desiderava.

Di questa triste vicenda ne parlano quotidiani e social in seguito al servizio delle Iene e l’uomo che ha raggirato Daniele alla fine si toglie la vita anche lui. Forse per rimorso, forse per vergogna. Sicuramente il servizio delle Iene va oltre il mero racconto della vicenda. L'uomo viene fermato nel suo paese (Forlimpopoli, circa 13mila abitanti), una di quelle comunità in cui tutti più o meno si conoscono. Viene ripreso mentre spinge la carrozzina della madre anziana, la faccia è pixellata in maniera insufficiente. Si vedono i suoi tatuaggi, la strada dove abita. Il mostro, insomma, è finalmente in prima pagina. Ed è riconoscibile.

Da qualsiasi parte la si osservi, questa storia è un fallimento. La giustizia si è occupata del caso e chi ha raggirato Daniele ha pagato il suo debito, pochino probabilmente, pochissimo sicuramente per un padre e una madre che un giorno hanno trovato appeso il figlio con un sacchetto in testa. Come si compensa un dolore di questo tipo? Come dai soddisfazione ad una donna che ha tenuto le gambe del figlio sperando di salvargli la vita, di un padre che è corso per aiutarla a tirarlo giù dal soffitto? Due genitori che hanno smesso di vivere mentre tentavano di rianimare Daniele? Non si compensa, in nessun modo. Nemmeno con un’altra morte.

Oggi la domanda che tutti si pongono è se ci sia una correlazione tra la morte di quell’uomo e il servizio trasmesso in tv. Ma soprattutto quando’è che il giornalismo abdica alla sua vocazione e diventa solo show. E perché lo show funziona sempre infinitamente meglio?

Le Iene dopo una settimana tornano sulla vicenda, dice Viviani: "Noi continuavamo a lavorare, perché quella storia non era finita lì. A quanto pare dopo la morte di Daniele altri ragazzi avevano iniziato a chattare con Irene". Viviani ne ha contattato alcuni e - dice - "Mentre stavamo approfondendo queste storie ci arriva un messaggio dall'avvocato della famiglia di Daniele: R.Z., l'uomo che fingeva di essere Irene Martini, si è tolto la vita". La posizione della trasmissione sembrerebbe chiara: hanno parlato del fenomeno del catfishing e hanno insistito mettendo alle strette R.Z. perché non solo ha derubricato tutto come "scherzo", ma addirittura stava cercando nuove vittime. Il mostro la prima pagina la meritava.

Ma è davvero solo questo? C'è una qualche colpa nel modus de Le Iene? La realtà è che siamo più redditizi, più spendibili e più abbordabili se siamo fortemente indignati e se abbiamo posizioni polarizzate. Se rimaniamo umani, rendiamo meno. Così i servizi di persone colpevoli e linciate in pubblico piacciono, piacciono le gogne che raccolgono like, piace quell’attimo di brivido in cui possiamo sentirci migliori di chi invece è stato colto in fallo. 

Piace, come piaceva nel medioevo lanciare cibo marcio e letame in faccia a chi veniva bloccato polsi e collo in piazza. Per qualche reato di poco conto. Ma nel medioevo ti potevi lavare la faccia, tornare a casa e dimenticarti del resto, ché la mattina tanto tutti si sarebbero dovuti alzare all’alba e avrebbero avuto cose ben più importanti a cui pensare. 

Oggi abbiamo perso quell’antico privilegio. Oggi l’oblio è quasi impossibile. Oggi, tra social e internet che premia la grettezza, ogni cosa può andare in prima pagina. Anche una tua frase detta male anni prima ad un gruppetto di amici può diventare improvvisamente virale e essere presa come cifra della tua intera esistenza. 

Siamo strumenti in mano al click, fruitori di pubblicità ai quali si può proporre di tutto pur di tenerci strettissimi. In questo palcoscenico virtuale siamo pronti a parteggiare, anche con violenza, pur di posizionarci migliori. A scapito di ogni cosa, pure della vita stessa. La colpa, alla fine, è solo nostra.

Camilla Sorudi Camilla Soru   
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In passato ha scritto per L’Unione Sarda, Il Sole 24 Ore, Cineforum, Rockstar...