[La storia] "Gli tenevo la mano, il resto di lui non c'era più": l'amore più forte del disastro di Chernobyl

Il successo della miniserie sul più grande disastro nucleare della storia porta alla ribalta la vera storia di Vasily e Luda Ignatenko. Vicini fino all'ultimo, anche quando di lui, eroe del salvataggio, non restava più niente

L'esplosione della centrale di Chernobyl, e gli attori che ridanno vita alla storia di Vasily e Luda Ignatenko
L'esplosione della centrale di Chernobyl, e gli attori che ridanno vita alla storia di Vasily e Luda Ignatenko
di Cristiano Sanna   -   Facebook: Cr.S. su Fb   Twitter: @Crikkosan

C'è una storia che pochi conoscevano e che spezza il cuore e si infila nella mente, restandoci a lungo, con il successo della miniserie Chernobyl che Sky sta trasmettendo (qui lo speciale). Cinque episodi coprodotti con Hbo, a 33 anni dal più grave disastro nucleare della storia. Grande successo e grande sconcerto, perché la visione della serie lascia con il sospetto che siano molte le cose che all'epoca (e da lì in poi) nessuno ci disse sulla reale gravità dell'esplosione del reattore 4 dell'impianto in Ucraina. Più delle paure e dell'angoscia che Chernobyl suscita, ripercorrendo ora dopo ora quel che accadde all'1:23 del mattino del 26 aprile 1986, a lasciare il segno è la storia dell'amore struggente e ostinato fra Vasily Ignatenko e sua moglie Lyudmila. La cui vita è l'emblema delle tante distrutte dall'incidente nucleare, fra menzogne e ritardi della politica e della burocrazia. Ma anche di come i sentimenti e la dedizione all'altro possano essere davvero più forti di qualsiasi orrore.

"Mi disse: tornerò presto"

Come mostrato dalla serie tv Chernobyl, Vasily Ignatenko fu chiamato in azione in piena notte mentre dal tetto della centrale di Chernobyl si sollevavano le fiamme e in mezzo al fumo usciva ad illuminare l'oscurità una sinistra colonna luminosa. Era il risultato della ionizzazione dell'aria, con le radiazioni atomiche che si diffondevano a contaminare tutto quello che c'era attorno. Nessuno volle credere, per molte di quelle ore fondamentali, al fatto che il nucleo del reattore nucleare 4 fosse esploso e che ci fosse in atto una fusione nucleare. Il partito comunista minimizzava, mirava a tenere l'incidente riservato, a non creare il panico. Fu costretto ad ammettere la gravità dell'accaduto quando le radiazioni provenienti dall'Unione Sovietica furono monitorate in Scandinavia e gli americani fotografarono il tetto saltato in aria della centrale e il fumo nero dal satellite. Ignatenko fu tra i primissimi ad essere chiamato ad intervenire. Era un vigile del fuoco e bisognava spegnere le fiamme. Andando con le pompe e senza protezione nel cuore del mostro atomico, le cui radiazioni impazzite già stavano uccidendo ingegneri e tecnici che provavano disperatamente a contenere i danni fra mura crollate e macchinari piegati dalla deflagrazione. A raccontare per prima l'amore bellissimo e devastato di Vasily e Luda era stata la giornalista Svetlana Alexievich nel suo libro Voices From Chernobyl con interviste a più di 500 sopravvissuti e testimoni oculari. Compresa Luda, che di quella notte ricorda: "Vasily mi disse che c'era stato un incendio e che il tetto della centrale bruciava. Che sarebbe tornato dopo qualche ora". Niente di cui preoccuparsi troppo, così sembrava a tutti e questo dicevano radio, tv e comunicati di partito. Quella fu l'ultima volta che Luda vide suo marito con l'aspetto fisico che ricordava di lui.

La vera Chernobyl nel 1986, il vero Vasily Ignatenko e la moglie Luda il giorno del funerale

La mano che gli tenne "ma il resto di lui non c'era più"

Sono circa 600 mila i "liquidatori", cioè le persone (tecnici, soldati, poliziotti, medici, pompieri, ingegneri, minatori) mandati a ripulire i detriti dell'esplosione di Chernobyl, maneggiando materiale altamente radioattivo. Come testimoniato da alcuni di loro, dovettero firmare accordi in cui si obbligavano a non rivelare mai cosa avevano visto e patito. Vasily Ignatenko cominciò, come tutti gli altri, a vedere la pelle arrossarsi mentre lavorava sul luogo dell'esplosione di Chernobyl. Lo portarono in ospedale a Mosca, sembrò migliorare per breve tempo. Poi cominciò a precipitare. Luda lo cercò e trovò, eludendo controlli e forzando i "no" delle infermiere, mentendo sul fatto che fosse incinta del loro primo figlio. Lo amava, descrive quell'uomo di 25 anni come premuroso, gentile, tenero con lei. Non poteva stare lontano da lui. Gli tenne la mano e lo pulì mentre il resto di Vasily non esisteva più: "Ogni giorno trovato una persona diversa nel letto". La pelle di Ignatenko si liquefava, gli occhi sembravano inghiottiti dalla carne attorno. Ricorda Luda: "Lo trovai gonfio, poi blu, poi grigio, marrone" dilaniato dai dolori ad ogni movimento, coperto solo da un lenzuolo, che vomitava pezzi dei suoi organi interni diventati una poltiglia man mano che l'esposizione alle radiazioni impediva alle cellule di formare i tessuti.

Quel che resta di Chernobyl

Luda racconta ancora di come, cercando di aiutare il marito a girarsi nel letto, si trovò pezzi della pelle di lui che le restavano fra le dita. Uscì disperata a parlare con l'infermiera, chiamando aiuto perché Vasily stava morendo. La risposta fu agghiacciante: "Certo che sta morendo. Ha ricevuto milleseicento Rontgen quando la dose mortale è di quattrocento. Sei accanto a un reattore". Ignatenko morì e diventò un eroe ucraino e sovietico, uno dei martiri per la salvezza di un' Urss prossima al crollo, come era crollato per errori umani e di progettazione il reattore 4, sventrato da una simulazione d'emergenza in quella notte di 33 anni fa. Di Ludmila non si sa molto di sicuro. Una versione, quella raccolta nel libro della Alexievich, dice che la loro bambina nacque e morì dopo pochi giorni per cirrosi e altri problemi legati all'esposizione delle radiazioni. Un'altra sostiene che Luda è sopravvissuta, si è risposata e vive a Kiev con il figlio avuto dal suo attuale marito. Senza mai dimenticare la vita di prima, in cui lei e Vasily sognavano un'avvenire prospero con la fede nel comunismo delle fabbriche e dell'energia atomica.

Oggi la gente va a farsi i selfie sexy fra le rovine atomiche

A trentatre anni dal disastro di Chernobyl non c'è ancora una versione unica di quanto accaduto, specie per quanto riguarda i danni: il Chernobyl Forum, certificato dall'Onu, dichiara 65 morti accertati e oltre seimila casi di tumore alla tiroide. Il gruppo dei Verdi al Parlamento europeo ne conta circa 60 mila, Greenpeace stima 60 milioni di morti in tutto il mondo ma estendendoli fino a 70 anni. Attorno alla centrale di Chernobyl è stato rinnovato per altri 100 anni il sarcofago di cemento che contiene le radiazioni. In occasione dell'uscita della serie tv sul disastro del 1986 si sono moltiplicati i turisti che vanno nelle zone colpite dall'incidente a farsi i selfie, spesso in pose sexy. Prypjat, città fantasma evacuata da dopo l'esplosione ad oggi, è una delle mete più gettonate del turismo alla ricerca dei brividi horror. In tutto il mondo si continua a parlare del nucleare come alternativa più redditizia all'economia basata sul petrolio. Le rinnovabili? Non abbastanza performanti, secondo i detrattori.