Swan Song e il dilemma dei cloni

Umanità, tecnologia, ed un Mahershala Ali da applausi

Ingannare la morte e il destino a loro insaputa, aggirando l’inevitabile già scritto, attraverso un clone praticamente perfetto, che possa sostituirci qualora non volessimo dire addio ai nostri cari. Sembra fantascienza, realtà (filmica), ma chissà che non si fermi e si avveri davvero. Umanità e tecnologia diventano in questo caso il connubio per provare a raccontare, e riflettere, su temi universali, legati alla perdita, all’amore, a quei sentimenti, oltremodo soggettivi, difficili da emulare davvero.

L’occasione arriva grazie all’intensa opera prima di Benjamin Cleary, Swan Song, in onda dal  17 dicembre su Apple Tv+. È la storia di una coppia, Cameron (interpretato da Mahershala Ali) e della moglie Poppy (Naomie Harris), e di come nel momento migliore del loro rapporto e vita succeda qualcosa, capace di scombinare le carte, e porre (lui) ad un bivio (in)consapevole, a causa di una malattia terminale.

Cosa fare dunque? Lasciarsi andare per sempre, con dolore, o provare a trovare una soluzione per lei e il figlio? Da qui inizia il film, ambientato in una sorta di mondo futuristico, ma molto vicino a noi, in cui per cercare di salvare le apparenze, il protagonista si affida a dei professionisti in grado di replicarlo segretamente attraverso un processo genetico, e innestare nel subconscio del “Cameron 2” tutti i ricordi, il passato, i momenti più belli, così da passare il testimone e non far trapelare nulla. Affidarsi ad un sé alternativo insomma che assomiglia in tutto e per tutto, che possa tenere il controllo, sembra la strada apparentemente giusta e spietata, che non tiene conto delle gelosie dell’originale. Che a quel punto sfida se stesso e si ritrova in un dilemma esistenziale riguardo la scelta giusta da fare o meno, e su quello che davvero lo aspetta.

Swan Song (letteralmente “Il canto del cigno”) mette in circolo qualcosa di vibrante, di morale, provoca e sa rompere gli schemi, perché nel toccare la fine di tutto, sembra quasi voler parlare invece paradossalmente di rinascita, di emozioni, di desideri, di promesse rinnovate, in cui ognuno di noi si può rispecchiare, ragionando su ciò che ha vissuto, nel bene e nel male, e riguardo anche ai propri momenti personali da preservare. Su tutto poi splende un cast meraviglioso, dominato da Mahershala Ali, qui anche nelle vesti di produttore, appena nominato per questo ruolo ai prossimi Golden Globes, come miglior protagonista in un ruolo drammatico, cosa che potrebbe proiettarlo alla terza nomination all’Oscar, lui che di statuette ne ha già vinte due, rispettivamente per le le interpretazioni negli splendidi Moonlight di Barry Jenkins e Green Book di Peter Farrelly.

«Sono sempre stato interessato ad esplorare sia la fragilità della vita, dice il regista, sia il modo in cui quella fragilità apre ad un maggiore apprezzamento per la bellezza della vita, ed è questa la scintilla ancora per molti di noi».

«Ci troviamo all’interno di situazioni in cui sembra che a volte stiamo sprecando tempo, ecco io non voglio dare mai nulla per scontato, ci racconta Mahershala Ali. Credo anzi che sia davvero importante trovare cose che siano in linea con gli sforzi che hai fatto, del tuo amore e della tua energia: cercare qualcosa che possa parlare al tuo cuore, e che sia degno, anche solo per il fatto di essere rimasto lontano dalla tua famiglia per 12,14, 16 ore al giorno. Questo film lo è».