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Maurizio Costanzo intimo: l'amore, la fede, la morte. Quel primo incontro traumatico

“Allora, cosa vuole sapere? Facciamo in fretta che ho da fare”. Intervistarlo non è mai stato facile e i nostri numerosi incontri sono sempre stati simili a dei match. Partite a scacchi dove non facevi in tempo a muovere la torre che ti ritrovavi davanti il suo cavallo

Cinzia Marongiudi Cinzia Marongiu   
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“Allora, cosa vuole sapere? Facciamo in fretta che ho da fare”. Intervistare Maurizio Costanzo non è mai stato facile e i nostri numerosi incontri sono sempre stati simili a dei match. Partite a scacchi dove non facevi in tempo a muovere la torre che ti ritrovavi davanti il suo cavallo: difficile prenderlo in contropiede. E se con l’età si era un minimo ammorbidito, la sua guardia rimaneva alta davanti al viso e a quel sorriso ironico e disincantato con il quale ti smontava: “Di che altro dobbiamo parlare?”. Così succedeva puntualmente che le sue risposte asciutte e senza fronzoli fossero seguite da domande. Le sue, però. Perché la curiosità di scoprire chi aveva di fronte l’ha sempre affascinato più che il narcisismo nel raccontarsi, a differenza di tanti suoi colleghi. E finiva sempre che al termine dell’incontro eri tu a raccontargli i fatti della tua vita e non il contrario.

Il primo incontro quasi traumatico: l'intervista sulla porta semichiusa

Il primo incontro fu quasi traumatico: in ballo c’era una copertina per “Tv Sorrisi e Canzoni”, ambitissima nel mondo dello spettacolo. Per Costanzo però si trattava di una noiosa formalità da espletare. Così ricordo che gran parte delle domande riuscii a fargliele mentre teneva socchiusa la porta del suo camerino di Mediaset, pronto  a scappare: “Non ha ancora finito?”. Col tempo, poi, le chiacchierate si sono fatte più frequenti, dal lei siamo passati al tu e c’è stato pure un periodo nel quale ci si sentiva senza la necessità di un servizio da scrivere.

Il suo ufficio a Prati con la temperatura sotto zero raccontava molto di lui

Il suo ufficio nel quartiere Prati raccontava molto di lui e della sua straordinaria carriera: c’erano gli occhi da gatta di Nancy Brilli, dipinti su un quadro che troneggiava dietro la scrivania e decine di fotografie con i suoi incontri più importanti: eccolo con Gorbaciov, Andreotti, Vittorio Gassman, Sophia Loren e in tante altre puntate storiche del suo “Maurizio Costanzo Show”. La temperatura era glaciale: Costanzo detestava il caldo e viveva con l’aria condizionata al massimo. Sul grande tavolo, qualche caramella e tantissime tartarughe di qualsiasi colore, foggia e dimensione. Quella per le testuggini era una vera e propria passione alla quale aveva dedicato anche un libro, “La strategia della tartaruga”: “Sono un collezionista, ammiro molto la tartaruga per la sua filosofia. La sua strategia la consiglierei a tutti: non è un caso che sia un animale quasi preistorico. È sopravvissuta a tutto. Ci sarà un motivo, no?”.

Una vita sotto scorta: "Se uscissi da solo per strada mi smarrirei"

La sua vita aveva avuto un prima e un dopo: a fare da cerniera il terribile attentato della mafia il 14 maggio  1993, attentato dal quale lui e Maria De Filippi erano usciti miracolosamente indenni. Da allora viveva sotto scorta. Una condizione pesante e limitante che però lui accettava con molta serenità. Una volta mi disse: “Ormai con gli agenti siamo diventati dei parenti. Vivo con loro da tantissimi anni. Ci ho fatto l’abitudine e devo confessarle che non mi ricordo più com’era quando uscivo da solo. Ora credo che mi smarrirei per strada. Non guido la macchina dal 1977”.

"Io e Maria, una combinazione felice"

Sapeva sfuggire alle domande che non gli piacevano con grande abilità ma non si ritraeva a parlare del legame che lo univa a Maria De Filippi, sposata nel 1995 e conosciuta sei anni prima. “Se pensa che stiamo insieme da così tanti anni e che prima di lei sono stato sposato per ben tre volte, direi che è evidente ciò che ci lega. I miei matrimoni precedenti sono durati lo spazio di un mattino. Quella con Maria è una combinazione felice”. A Maria dedicò parole piene di tenerezza nel suo libro “Il tritolo e le rose” e me le spiegò così: “Con l’età si diventa impudichi. Anni fa non credo che avrei mai scritto un libro del genere”.

La sua ricetta per far durare una storia d'amore

La sua ricetta per mantenere vivo l’amore può sembrare poco romantica perché come sempre in lui vinceva il pragmatismo: “Per far durare un amore ci vuole la buona educazione. Bisogna avere rispetto dell’altra persona e comportarsi bene. Credo di non aver mai litigato con Maria. L’importante è ricordarsi che c’è un’altra persona e cercare di non fare delle cose che a questa persona potrebbero dispiacere. Le faccio un esempio banale: Maria si prende molta cura di me e sta attenta a che io rispetti la dieta. Io cerco di rispettarla ma soprattutto perché se non lo facessi le darei un dolore”.

"Così smontavo chi mi chiedeva l'autografo"

Le luci della ribalta non avevano mai rischiato di accecarlo. E con il suo disincanto d’ordinanza raccontava: “Non mi sono mai montato la testa. E credo sia stata la mia grande fortuna. Fa parte del mio carattere. Mi ricordo agli inizi, quando “Bontà loro” cominciava ad avere un grande successo, alcune persone che mi fermavano e mi chiedevano gli autografi. Io dicevo: “E poi che ci fate?”. Li smontavo così”.

La malinconia, sua compagna di vita

Nel descriversi, soprattutto mano a mano che l’età avanzava, faceva riaffiorare la sua grande compagna di vita, quella malinconia che gli aveva permesso di scrivere una delle più belle canzoni d’amore di tutti i tempi come “Se telefonando” e di firmare la sceneggiatura di quel capolavoro immune dall’usura del tempo che è “Una giornata particolare”. “Col tempo non sono cambiato. Il mio pessimismo è esattamente lo stesso di quando avevo 40 anni. Sono nato così. Un tipo non ottimista. Poi la vita mi ha contraddetto. Io comunque mi sono sempre difeso dalle illusioni e dalle megalomanie”. In quanto al pensiero della morte era tranchant: “Sono molto fatalista. Se muoio, muoio. Se non muoio, vado avanti. Non mi preoccupo più di tanto. Vorrei essere credente ma non lo sono. Non lo sono mai stato. Mi sarebbe piaciuto molto. Quello della fede è un discorso che mi interessa”.

"Il mio obiettivo"

Di religione Maurizio Costanzo ne aveva soprattutto una, il suo lavoro: “Il mio talento è saper lavorare e aver imparato a conoscere le persone quando ci parlo. Credo di essere molto migliorato nel fare le interviste. L’obiettivo? Vivere. Tenermi occupato. Fare qualcosa. Non ho ambizioni particolari. Va bene così”. Di conoscenti ne aveva tanti, così come tante erano le persone che aveva aiutato nella carriera: “Se mi sono sentito usato? Sì, qualche volta". Ma lo diceva senza nessun rammarico: conosceva perfettamente l'animo delle persone e i vizi di noi italiani: "Aveva ragione Flaiano, siamo sempre pronti a salire sul, carro del vincitore". Di amici invece ne coltivava pochissimi: “Un avvocato con il quale siamo amici da una vita. Un medico, che purtroppo non c’è più. I miei amici stanno sulle dita di una mano. E ne avanzano pure. L’amicizia è una cosa importante”. Così come la stima tra colleghi: una delle ultime volte che sono stata nel suo ufficio mi ha regalato una piccola tartaruga gialla. “È un portafortuna” mi ha detto. E la conservo ancora qui sulla scrivania.

 

Cinzia Marongiudi Cinzia Marongiu   
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