Kristin Scott Thomas, il fascino della perfezione: "Eccitante sul set con Gary Oldman, tra paura e fiducia"

Da "Quattro matrimoni e un funerale" a "Il Paziente Inglese", da "L'uomo che sussurrava ai cavalli" a "Gosford Park" e "Mission Impossible": intervista all'attrice che svela: "Fin da bambina ho imparato a fingere"

La Dama (dei titoli di Comandante dell’Ordine dell’Impero Britannico e di Ufficiale) soprattutto di cinema, tv,  e teatro, capace di rappresentare l’eleganza e la perfezione, anche nei ruoli più ruvidi e lontani.

Quando intervistiamo Kristin Scott Thomas è la prima cosa che le diciamo, sul fatto che possa fare tutto.

Lei ringrazia, quasi imbarazzata. "Faccio l’attrice da così tanto tempo", ci racconta. "Il fatto è che mi piace raccontare storie, renderle credibili, ho sempre amato fingere fin da quando ero una bambina piccola. Oggi sono in una posizione privilegiata e le persone con cui lavoro sono incredibilmente talentuose, e ti trasportano con te. È stimolante". 

Un’attrice in trasformazione perenne, mai fuori posto, mai a disagio, mai scontata. Fin dal debutto (era il 1985)  un collaborazione inedita, diretta da Prince, grazie a Under the Cherry Moon, per poi, esattamente 30 anni fa, iniziare a imporsi sempre più gradualmente, a partire da collaborazioni importanti e prestigiose, come con Roman Polanski (in Luna di fiele). Da lì un alternarsi di commedie, drammi, protagoniste, donne forti, ironiche, sicure, in controllo (su di sé e gli altri), ciniche, bisognose di riscatto, vendicative (rivedersi Solo Dio Perdona di Refn), dividendosi tra piccolo e grande schermo, e così calcando il palcoscenico del teatro affrontando Pirandello, Čechov, Harold Pinter.

I titoli sono tanti, ma scorrono quasi in una galleria di vita (non solo professionale e artistica): da Quattro matrimoni e un funerale nei panni della divertente e cinica zitella Fiona, al Riccardo III, a Mission: Impossible di De Palma nel 1996, l’anno d’oro de Il paziente inglese, in cui nei panni di Katharine s’innamora del conte László Almásy (interpretato da Ralph Fiennes) ruolo che la portò alla nomination all’Oscar come miglior attrice protagonista. Romantica ne L’uomo che sussurrava ai cavalli di Redford, ha attraversato gli anni ‘30 in Gosford Park di Altman, entrando brillantemente pure nel cinema francese contemporaneo, recitando (lo parla fluentemente) per autori quali Canet, Ozon, Reynaud. Philippe Claudel, quest’ultimo in Ti amerò per sempre (seconda nomination ai Golden Globe).

Adesso però è nella serie-evento (in onda su Apple Tv+), Slow Horses, diretta da James Hawes, l’adattamento seriale dei romanzi di Mick Herron, in cui è Diana Taverner, la leader del quartier generale di Regent's Park dell'MI5 (il Security Service inglese), con cui Jackson Lamb (Gary Oldman) e i suoi agenti finiscono per collaborare. Una sorta di limbo, chiamato Slough House , nel quale operano 007 in crisi, diventati appunto “cavalli lenti”, inceppati, e che devono riprendersi da gravi errori commessi, provando a risalire la china, in attesa di un riscatto personale.

"Questo show parla di persone relegate in una sorta di 'luogo del nulla'", racconta, "ed è profondamente doloroso, distruttivo. Vediamo la vendetta, ed una cosa orribile, la avvertiamo. Ma la cosa grandiosa della serie è che si vede oltremodo l'umanità in essa. I personaggi sono pieni di crepe, pieni errori, pieni d’orgoglio e vergogna: tutti questi elementi fanno parte però della natura umana e ne troviamo molta in questa serie, nonostante si parli di spionaggio, ed è interessante. Spesso non si tratta tanto delle persone, ma più della trama. E la trama è davvero fantastica".

Una Scott Thomas al solito perfetta dunque, la stessa (indimenticabile) di sempre, che ritrova ora proprio Oldman, dopo essere stata sua moglie ne L’ora più buia, incentrato su Winston Churchill.

"Provare a definire Gary? Beh, è sorprendentemente tranquillo, molto concentrato, quasi chirurgico nell'analisi del suo personaggio», dice, "il che significa che quando è sul set, di fronte ai suoi compagni di recitazione o alla troupe, è completamente libero, può fare qualsiasi cosa che gli piace. Crea un'atmosfera molto stimolante nella quale lavorare perché ti senti al sicuro come attore e allo stesso tempo senti il pericolo del personaggio. Quindi da un lato lo avverti come attore tecnico, sai che può fare assolutamente qualsiasi cosa e lui risponderà, nulla lo distrae o colpisce. È una sensazione fantastica, ma allo stesso tempo non sai mai cosa farà il suo personaggio, il che è una sensazione molto eccitante. Risultato: questa meravigliosa combinazione di fiducia e paura".