Massimo Giletti: "Quando ho braccato Andreotti all'alba che andava a messa". E sulle indiscrezioni sul suo futuro: "Tra un mese decido"

Nonostante sia uno dei volti più importanti del giornalismo tv, Giletti non dimentica le origini e il suo maestro, Giovanni Minoli che con "Mixer" torna in tv: "La sua lezione? Fatica, passione e non dare mai nulla per scontato". E parla anche del suo futuro in tv, dopo le voci di un possibile addio a La7

La gratitudine, si sa, non è di questo mondo. Men che meno di quello, narciso e agguerritissimo, del giornalismo. Massimo Giletti in questo è una notevole eccezione. Nonostante da anni, prima in Rai e poi a La7, sia uno dei volti più importanti dell’approfondimento televisivo non ha mai dimenticato le sue origini e soprattutto chi, molti anni fa, ha creduto in lui che dalla sua aveva soltanto la famosa “passionaccia”. Così stupisce fino a un certo punto vederlo seduto in mezzo alla platea dei giornalisti intento a seguire la conferenza stampa del ritorno in Rai di “Mixer” (con 20 puntate che regalano il meglio di quei formidabili 20 anni, in onda in seconda serata su Rai3 dal 12 gennaio), la tele-creatura di Giovanni Minoli che ha fatto la storia dell’informazione in tv e che anche lui ha contribuito a scrivere. Inevitabile fargli qualche domanda sul giornalismo di ieri ma anche su quello di domani: da giorni infatti si rincorrono le voci di un suo possibile addio a La7.

Oggi sei qui in una veste insolita. Non quella di conduttore che siamo abituati a vedere in tv, ma quella, direi, di allievo. Come mai?

“Devo tutto a Giovanni Minoli. Ha creduto in me quando ero, come dice lui, un ragazzo da marciapiede, uno che gli chiedeva la possibilità di cimentarsi. Oggi i giovani non trovano più spazio in televisione. Allora invece si poteva investire su un ragazzo. E quindi mi sembrava il minimo venire qua e rivivere l’emozione di quella sigla, delle parole di Giovanni e tributare un omaggio a quello che io reputo il mio maestro”.

Che cosa ti ha insegnato lavorare con Minoli? Quale era la scuola di Mixer?

“La fatica. Il non dare mai nulla per scontato. La passione. E il non sedersi mai sul proprio trionfo personale. Tu potevi aver fatto un servizio fortissimo, ma non bastava: dovevi voltare pagina ogni giorno. Soprattutto mi ricordo una cosa che mi disse Giovanni mentre eravamo in un ristorante a Milano. Siccome io continuavo a dirgli che come giornalista stavo cercando la verità, lui mi disse: “La verità non esiste, in realtà. Esistono due binari. È come un treno. Tu devi guardare tutto intorno a questo binario. Non fermarti mai sulla prima immagine che hai di qualcosa. Cerca tutto quello che è intorno. E questa è sempre stata la mia guida. Io non cerco oggi la verità, ma cerco tutto ciò che ci può portare alle verità. Per darle poi a chi ci segue”.

Che cosa avete fatto allora a “Mixer” che oggi non potreste più fare?

“Sai parlare di “Mixer” è come parlare di Maradona e Pelè. Ho sentito un collega che chiedeva se oggi si potesse rifarlo. Secondo me, sarebbe un errore. Appartiene a quelle cose che rimarranno nella storia della tv, nel modo di raccontare, nel linguaggio incredibilmente moderno. “Mixer” deve vivere lì ed essere accudito, coccolato, amato perché è davvero un prodotto pazzesco. Leggendo i nomi che ci saranno nella prima puntata, c’è da rimanere a bocca aperta: c’era davvero il Gotha di tutto. “Mixer” è “Mixer”.

Mi racconti il servizio più bello, quello di cui vai più fiero, tra quelli che hai fatto per Mixer?

“Sicuramente aver portato a casa le parole di Giulio Andreotti quando ricevette l’avviso di garanzia per concorso esterno in associazione mafiosa. Quella fu una giornata incredibile. Mi misi sotto casa sua alle 4 di mattina. Sapevo che andava a messa molto presto e fui l’unica telecamera. Fui l’unico che ebbe l’intuizione di andare lì sotto casa sua, aspettare al freddo, ascoltarlo, seguirlo in quel breve tratto che lo portava dall’abitazione alla chiesa e però fargli una serie di domande che furono molto importanti. Andreotti infatti si ritirò per un po’ di giorni, chiuso in un silenzio assoluto. E quindi quelle parole furono le uniche e fecero il giro del mondo. Furono parole fondamentali anche nella ricostruzione dell’accusa e del processo”.

Passiamo all’oggi. Come va con “Non è l’Arena”. Quali sono le prospettive di questo anno appena cominciato?

“Negli anni ho imparato sempre di più a non andare troppo lontano. Ho imparato a vivere sempre di più la mia quotidianità, a utilizzare tutte le energie per l’oggi. Certamente tra un mese cercherò di capire dove sarà il mio futuro. Ma ciò che conta è concentrarsi sul prodotto. E per me “Non è l’Arena” è un rischio tutte le volte”.