"Doc" chiude col botto: anatomia di un successo. Le parole commoventi del vero medico

Ascolti da record per una serie eccellente che tocca nel profondo ognuno di noi. Perché Doc è un bravissimo medico ma anche un paziente costretto a saltare dall'altra parte della barricata

È finita col botto, come era prevedibile: otto milioni e mezzo di telespettatori inchiodati davanti alla tv, quasi il 31% di share. Per il gran finale di “Doc – Nelle tue mani” si spolverano numeri di altre ere televisive. Ma d’altra parte le vicende del medico Andrea Fanti, interpretato con rara dolcezza ed empatia da Luca Argentero (qui la videointervista che ci ha concesso), hanno conquistato fin dalla scorsa primavera un pubblico che va ben oltre la solita platea della fiction generalista.

Il finale, poi, è stato da cardiopalma e lascia nel dubbio i fan della serie sulle vicende personali dei protagonisti, tanto è vero che sui social Matilde Gioli, che interpreta la dottoressa più vicina al Doc, nel ringraziare tutti scrive: "Resterò?". Già perché il suo personaggio innamorato del dottore non riuscendo più a sopportare il legame ancora saldo tra Doc (Luca Argentero) e l'ex moglie Agnese (Sara Lazzaro), ha chiesto un trasferimento. Anche Argentero ringrazia così: "Grazie a tutti dal profondo del cuore. È stato un viaggio bellissimo che spero riprenderemo presto.. "Io ci sono"...voi?". 

Di sicuro a funzionare è un cast eccellente, ricco di tanti giovani attori dei quali sentiremo parlare ancora a lungo. Ma anche una regia tarata sugli standard della grande serialità internazionale, con immagini “sporche”, ritmo incalzante, soluzioni innovative messe a punto da una produzione importante come la Lux Vide. Ma tutto questo non basta ancora a raccontare l’incredibile partecipazione emotiva a questa serie (leggere i social per credere) e nemmeno a spiegare i pianti e la rabbia che tanti affezionati telespettatori si sono scoperti a fronteggiare mano a mano che le vicende del medico, privo della memoria degli ultimi dodici anni di vita, si snodavano. No, in “Doc” c’è ben altro.

Il monologo "Non oggi" che è diventato virale

E per capirlo bisogna risalire al nocciolo della storia, che è vera e cruda e difficile oltre l’immaginabile. Una storia raccontata dal diretto protagonista, Pierdante Piccioni in “Meno Dodici” il libro scritto con Pierangelo Sapegno nel quale metteva a nudo la sua vita di uomo e di medico devastata da un’amnesia che finiva per restituirgli come perfetti estranei perfino i suoi figli.

Una storia che gli sceneggiatori hanno saputo restituire nella sua essenza che poi è quella che ognuno di noi ha respirato vedendo all’opera un medico bravissimo che ha fatto il salto dall’altra parte della barricata, l’essere trattato anche da paziente e disabile. “Fare il medico, per me, significa ascoltare le persone, parlare con loro e prendermi cura di loro. E il valore aggiunto sarà l’essere stato davvero dall’altra parte della barricata, l’aver vissuto da paziente e da disabile”, ha confessato il vero Doc che ha accompagnato la seconda tranche della serie con una lettera bellissima e commovente che qui ora vale la pena riproporre. Perché tutti noi, mai come ora, avremo bisogno di un Doc che si prenda cura di noi.

Il vero Doc: "Cos'è vivere? Non aver paura di fidarsi degli altri"

Eccola: “Quando ho saputo che la LUX VIDE aveva acquistato i diritti dei due libri Meno Dodici e Pronto Soccorso, scritti da me e Pierangelo Sapegno per la Mondadori, per farci una serie televisiva, ho provato una strana emozione, un misto di piacere e di paura. Perché la storia che viene raccontata nei libri è la mia storia personale. E non è una storia semplice. È la storia di una sconfitta senza colpe. Una storia di rabbia e di riscatto, di ingiustizia e di ricompensa, di drammi familiari e di riappacificazioni. Un’incredibile storia di sentimenti estremi. Tanto incredibile quanto vera. Ma quando mi sono trovato davanti il produttore (Luca Bernabei), il regista (Jan Michelini) e l’attore che mi avrebbe interpretato (Luca Argentero), mi sono detto: “Ok, Pier. Quello che devi fargli davvero capire è che cosa sia stato passare dall’altra parte della barricata. Diventare paziente. Essere trattato da disabile”. Perché non c’è davvero niente come provare per capire.

Bene, leggendo le sceneggiature e guardando le riprese mi sono reso conto che l’obiettivo era stato raggiunto. Far capire alle persone cosa si prova davvero a perdere la memoria, 12 anni di memoria, risvegliarsi da alieno in un mondo che non ti appartiene, in cui persino i tuoi figli sono dei perfetti sconosciuti, non ricordare nessuna emozione che hai provato e pensare davvero di farla finita.

Nonostante tutto tocca a te fare il primo passo

E far capire anche che, nonostante tutto, tocca a te fare il primo passo. Che tocca a te entrare dentro gli altri. Che siano pazienti, amici, familiari o perfetti sconosciuti. Contro la burocrazia, i pregiudizi, i rancori. Perché se vuoi amare davvero, allora incominci per primo. Perché questo è vivere: non avere paura di fidarsi degli altri.

Perché è esattamente questo che è successo al DOC, come mi chiamano tutti. Aver vissuto un’esperienza drammatica che mi ha cambiato la vita come uomo, come amico, come padre, come marito ma soprattutto come medico. Ecco, questa è l’anima profonda, l’essenza della serie DOC – Nelle tue mani. E, come dicono i miei figli, è davvero tanta roba”.