I Diavoli Alessandro Borghi e Patrick Dempsey sono tornati. E sono più affascinanti di prima. Perché guardare la serie Sky

Misteri, cospirazioni, scandali, omicidi, legati al mondo spregiudicato dell’arrivismo sociale, del denaro che non muore mai, riprendono forma nella serie thriller finanziaria originale, venduta in ben 170 paesi

Misteri, cospirazioni, scandali, omicidi, legati al mondo spregiudicato dell’arrivismo sociale, del denaro che non muore mai, riprendono forma nella serie thriller finanziaria originale, venduta in ben 170 paesi, e diventata di culto dopo la prima stagione.  “L’avidità è valida”, diceva Gordon Gekko, “è giusta, funziona, chiarifica, penetra e cattura l’essenza dello spirito evolutivo”. Erano i lupi di Wall Street, ora sono appunto i Diavoli. La serie targata Sky e Lux Vide, in collaborazione con Orange Studio, Sky Studios e OCS, in onda dal 22 aprile su Sky Atlantic (e in streaming su NOW), ci ricatapulta nella seconda stagione in quell’ambiente descritto nel best seller omonimo scritto da Guido Maria Brera,  ricco di spunti e riflessioni, quelle dei “monaci guerrieri” li hanno definiti, artefici di riferimenti ed ispirazioni, chiamati a riconvertirci ad un ambiente complesso, i suoi personaggi e le vicende che li avvolgono.

 

Perché non perderla? Anche per questi motivi.

E poi per due protagonisti assoluti e il loro profondo legame, messo a dura prova, tra (im)moralità, segreti e fini politici – economici, pronti a tornare in scena, pronti a tutto. C’è Massimo Ruggero, interpretato ancora da un bravissimo ed internazionale, Alessandro Borghi, che dalla famiglia di pescatori, in Italia, è diventato Head of Trading di una delle più importanti banche di investimento del mondo, la New York – London Investment Bank (NYL). È il cosiddetto squalo, strategico, misurato, che una volta scalata la piramide, ogni giorno gioca la propria partita, ma che adesso ritroviamo più cinico che mai e spregiudicato. L’altra medaglia è rappresentata dal suo CEO, il mentore (lo è ancora?), l’uomo di potere, Dominic Morgan, qui portato in scena ancora da Patrick Dempsey, l’ex Derek Shepherd di Grey’s Anatomy.

Sullo sfondo di questo duello contemporaneo, gli scenari riflettono luci e riflessi ingannevoli, portando a quello che è il vero obiettivo, di uno, il Potere, e dell’altro, svelare il lato oscuro della globalizzazione, combattendo una guerra silenziosa. Qual è l’arma più potente? La finanza appunto, che è “come l’acqua”, diceva Morgan nella prima stagione, “non ha odore, non si vede, è impercettibile, ma noi sappiamo dove sta il pesce”.

 

Con Diavoli si entra allora nei meccanismi del business, capace di distruggere le famiglie, l’anima, quando vincere sembra l’unica cosa che conta, predendo i mercati, ma anche controllandoli. Su tutto, poi, aleggia il realismo dell’attualità, prima era il 15 settembre 2008 (data del fallimento della Lehman Brothers), il 2010 e 2011, oggi è la Pandemia, il Covid, il primo lockdown. Piccoli frammenti di storia: banche come vere e proprie organizzazioni criminali, la crisi finanziaria, gli hackeraggi, traffici di informazioni, gli anni dell’arresto di Dominique Strauss-Kahn, ex Direttore Generale del Fondo Monetario Internazionale. Ricchi e poveri, buoni e cattivi insomma, ma

“il più grande inganno del diavolo è farci credere che non esista. Invece è reale.”. E ognuno è costretto a farci i conti. Una sorta di “vera saga” (si sta lavorando già su una terza stagione), la definiscono gli ideatori, chiamata a incrociare pubblico e privato, bene e male, ma soprattutto l’universo dei dati, capaci di condizionare le nostre vite, di scandire temi sociali e passioni, drammi crime serratissimo, scritto alla grande. E potere, controllo, nuovamente.

Attenzione poi alle new entry al femminile, interessanti, protagoniste, mai comprimarie, cruciali.

 

«Credo che ci sia bisogno di tornare a fare squadra», racconta Borghi, «cambiare idea, livello, opinioni, discussione. Voglio bene a Patrick. La prima volta mi ha accolto come se ci conoscessimo da tempo, c’è stata intesa empatica, non succede neanche con alcuni colleghi italiani. Così abbiamo costruito i nostri personaggi, e rimesso in moto meccanismo. Sulla Guerra in atto? Vorrei poterla argomentare. Mi fa paura, come il Covid, e sarebbe un grave errore sottovalutarli. Non sono democratico sulla parola, mi interessa semmai il giudizio di chi sa argomentare e arricchire con le opinioni».

 

«Abbiamo bisogno di essere globali, ritrovare la terra, il km0», racconta invece Dempsey. «Non possiamo continuare a costruire, questo pianeta non ce le farà, non possiamo pensare così nostra vita. C’è da ridimensionare le prospettive, lo dobbiamo ai nostri figli, anche se non vedremo subito i frutti».