Francis Ford Coppola e "Il Padrino": "È stato un miracolo. Pacino non sapeva ballare né guidare"

"Fare uno buon film equivale a combattere una guerra, farne uno grande è invece un miracolo".

A parlare è uno dei più grandi registi della storia del cinema, Francis Ford Coppola, 83 anni, intento a girare il suo prossimo sogno, Megalopolis, che ieri sera ha aperto ufficialmente da vero mattatore d’eccezione la 68esima edizione del Taormina Film Fest (in programma fino al 2 luglio con un programma ricco di ospiti e anteprime) presentando una delle sue creature più riconosciute, Il padrino. L’inizio della trilogia, della collaborazione con lo scrittore Mario Puzo, autore del bestseller originale, consacrando una pellicola che compie 50 anni esatti e che solo per oggi riesce ancora una volta in sala. Una storia capace di resistere ad ogni passaggio temporale, una pellicola già di per sé monumentale, moderna, avanti coi tempi, ispiratrice di un modo nuovo di girare, apripista anche di una grammatica visiva e verbale.

"Il padrino" è un film monumentale ispiratore di un nuovo modo di girare

Leggenda da riscoprire, dunque, partendo dai suoi punti di forza: gli interpreti, principali e secondari, esempio sublime di ciò che l’Actors Studio, fondato da Lee Strasberg, e Hollywood, diedero vita all’epoca, e che Coppola illuminò in ogni singolo passaggio, volto, azione. Attori come Al Pacino, Marlon Brando, John Cazale che gli studi inizialmente non volevano. Il regista lo racconta ancora «Ogni secondo pensavo di essere licenziato, non andava bene niente».

Pacino non sapeva ballare né guidare

E poi c’è la musica potente di Nino Rota che Coppola stesso intona canticchiandone il motivo con tutto il Teatro Antico a seguirlo “lo volli dopo aver sentito la sua colonna sonora per Rocco e i suoi fratelli”, la fotografia di Gordon Willis, la genesi stessa di un lavoro che prese forma in Sicilia, girato anche nella splendida Savoca, gli aneddoti e curiosità dietro il mito come Pacino che non sapeva ballare, né guidare la macchina, lo si vede bene in alcune scene.

«Quando sono stato ingaggiato per girarlo avevo 29 anni, mi ero già sposato, avevo due figli e una terza, Sofia, stava per arrivare, e senza soldi. Fino a quel momento i gangster movie non avevano avuto grande successo, era un piccolo film, non sapevano il risultato, decisero di chiamare un regista come me, un italo americano, perché laddove avessi offeso gli italiani, se la sarebbero presa con me».

 

Onore e potere, epica ed estetica.

La parabola dei Corleone fu in grado di di frantumare addirittura il record di incassi di Via col Vento (246 milioni di dollari allora nel mondo, a fronte di un budget di sei), portandosi a casa tre Premi Oscar su dieci nomination, miglior film, sceneggiatura non originale (Puzo e Coppola) e l’attore protagonista.

Un carnet mitologico all’interno del quale emerge la figura di Marlon Brando, il Dio per eccellenza della recitazione.

La figura è quella di Don Vito Corleone, il patriarca anziano (l’attore fu invecchiato, aveva infatti 47 anni), chiamato a monitorare nel 1945 (il romanzo era ambientato negli anni ‘70) il controllo e il business degli alcolici illegali, del gioco d’azzardo, degli ambienti sindacali. Tra i cinque boss-capi malavitosi più temuti della città, incute paura, ma è colui a cui molti chiedono aiuto e giustizia sicura. Succede nei primi minuti, durante i festeggiamenti del matrimonio della figlia Connie (Talia Shire) e il marito, il manesco e traditore Carlo Rizzi, quando qualcuno “pretende” un omicidio su commissione: acconsente, ma serve portare rispetto, amicizia, “baciare le mani”, sapere di dover essere in debito.

Ecco l’aurea di un uomo forte, la cui esistenza si circonda però di valori e interessi semplici, l’orto, un bicchiere di vino, il visitare i mercati, là dove, tra arance e peperoni, cadrà nell’attentato (quasi) mortale, accusato di non aprirsi al

traffico della droga. Ostacolo alle altre famiglie, simbolo di una antica filosofia allergica al cambiamento.

Intorno a lui gli altri, figli maschi e scagnozzi. C’è Sonny (James Caan), violento, stereotipato, fedifrago, dal temperamento umorale, ammazzato e fatto crivellare di colpi al casello, Fredo (un grande John Cazale), il meno abile, spedito a gestire un casinò a Las Vegas, cui aggiungere Tom Hagen (interpretato da Robert Duvall), un figlio adottivo, il consigliere, l’avvocato posato e forbito, e Luca Brasi, il “cane da guardia”. E Michael-Al Pacino, la cui metamorfosi è quella maggiormente intrigante: è lui il vero protagonista. Da eroe decorato di guerra ad omicida di Sollozzo e del capitano della polizia corrotto, per il quale fugge nell’esilio siciliano (il borgo di Savoca appunto, nel messinese), si nasconde, aiutato dal fido Calo (Franco Citti), si innamora di Apollonia e la sposa, perdendola però nell’autobomba sistemata nell’auto. Ma poi, per il bene appunto della famiglia, torna in America, ritrova Kay (una splendida Diane Keaton), l’amore di un tempo e seconda moglie, scalando così il trono gerarchico a leader assoluto. Basterebbe una scena, quella del battesimo del nipote, a farne capire la svolta: un momento memorabile, tra sacro e profano, tra vita e morte, dove il rituale ecclesiastico, si alterna all’ordine di eliminare i nemici, Barzini, Philip Tartaglia, Moe Greene, Cuneo, Tessio, e poi lo stesso cognato, Carlo, vendutosi indegnamente a Barrese. Il passaggio è compiuto, le cose della famiglia vengono sistemate in un attimo: ora il padrino è lui, certo del futuro, di non far rimpiangere il precedessore.

Una sorta di tragedia greca, ma dalla genesi oltremodo contemporanea e spettacolare, ambientata nelle vere strade di New York, Little Italy, i quartieri del Queens, il Bronx, contaminata di contrasti, alleanze, vendette, rinunce, scelte non convenzionali, finte tregue, false verità, corruzione, individualismi.

 

Il padrino sconfigge il tempo, attraverso citazioni cult, dalla testa di cavallo, alle “offerte che non si possono rifiutare”, trasformandosi nell’esperienza immortale, entrata di fatto nell’immaginario collettivo e di altre generazioni. Con che parola potremmo definirlo? «Successione», sottolinea Coppola. «La cosa importante importante oggi è che consegnamo il cinema ai giovani, in modo che possano renderlo ancora più bello».