"Quell'ebete alcolizzato" di Vasco, il microfono gettato a terra e la vendetta 40 anni dopo

Anche quest'anno si rincorrono le voci di un suo feroce corteggiamento come ospite. Sarà difficilissimo, ma lui sul suo rapporto col Festival ha molto da raccontare

Il brindisi di fine 2021 e buon inizio 2022 di Vasco (dal suo Facebook)
Il brindisi di fine 2021 e buon inizio 2022 di Vasco (dal suo Facebook)

Tutti lo vogliono anno dopo anno e lui rifiuta, ogni volta. E sono passati 40 anni di una lunga, ironica vendetta che in occasione dell'edizione numero 72 di Sanremo si gioca tutta sul filo della suspence. Corre voce che Amadeus stia premendo per averlo a sorpresa. Rincorsa presto dalla voce che anche stavolta sarà buco nell'acqua, perché Vasco Rossi ha rimesso piede all'Ariston nel 2005 come super ospite e questo pare abbia chiuso definitivamente il cerchio. La prima volta fu il 29 gennaio 1982. Data spartiacque per il buongusto italico e la concezione di canzonetta popolare. Vasco si presentò a Sanremo col suo reggae Vado al massimo e per tutti sembro che lui andasse malissimo. Aria di chi è lì per caso e totalmente disinteressato di come stare in scena e di fronte alle telecamere, passo malcerto, finale col microfono che avrebbe dovuto riconsegnare, messo in tasca e poi da lì caduto mentre lui si allontanava, con boato audio in diretta. Vasco si portava già addosso la lapidaria descrizione che fece di lui il critico Nantas Salvalaggio.

"Un ebete...bruttino"

Quando lo vide con la Steve Rogers Band a Domenica In, Salvalaggio scrisse su Oggi: "Vasco Rossi... Un bell'ebete, anzi un ebete piuttosto bruttino, malfermo sulle gambe, con gli occhiali fumè dello zombie, dell'alcolizzato, del drogato 'fatto'... Un vero artista, anche quando interpreta uno 'zombie', un barbone da suburra, un rottame umano, ci mette quel lievito che ti ripaga dalla bruttura del fango, dell'orrido che contiene il personaggio. Invece, quello sciagurato di Vasco era orrido-nature, orrido-allo-stato-brado"... Quell'uomo barcollante, sullo sfondo della periferia bolognese, non lasciò presto la mia mente. Continuò a turbarmi in quanto immaginavo le centinaia di migliaia di ragazzini imberbi, succubi, che dalla tivù bevono tutto quello che viene, come fosse rosolio o elisir di vita eterna". E quando il signor Rossi andò a Sanremo due anni dopo mostrò di non essersi scordato il signor Salvalaggio: "Meglio rischiare che finire come quel tale che scrive sul giornale". E questi rincarò la dose: "Uno splendido esempio di drogato, è diseducativo fare apparire un tossico in televisione"

Uno-due, e leggenda

Lo stesso Vasco ha ricordato quanto, nonostante le pessime critiche e il piazzamento in classifica tutt'altro che incoraggiante,  i suoi due anni consecutivi di partecipazione a Sanremo sono stati determinati. Lo ha fatto con un lungo post su Facebook nell'occasione dei 40 anni di Vado al massimo. Scrive: "Ci andai perché Ravera in persona (il factotum del festival allora) mi offriva la platea nazionale della televisione garantendomi soprattutto la libertà di di fare quello che volevo. Geniale Ravera, aveva capito che la musica nell'aria stava cambiando e che io rappresentavo il nuovo. Per questo accettai l'invito e ci andai. Ci andai da solo, perché nessuno dei miei fidati collaboratori di allora, leggi Guido Elmi in primis, volle accompagnarmi, non ci credevano. Io, invece, sapevo bene quello che facevo. Avevo già scritto canzoni come Jenny, Albachiara, La noia, La nostra relazione, Colpa d'Alfredo, Siamo solo noi. La platea nazionale mi serviva, certo. Ma quello che volevo io soprattutto, era sbalordirli, provocarli, scuotere in loro un'emozione, dissacrare quel palco con ironia e provocazione".

Poi fu Vita spericolata e un decollo inarrestabile

Ero certo che avrei colpito e, nel bene o nel male affondato, chi dalla platea del teatro a quella della tv, mi guardava (anche se pochi allora dichiaravano di guardare il festival, in realtà tutti mi avevano visto..). Più che una sfida, quei 3 minuti di esibizione, lo spazio di una canzone, rappresentavano per me un'occasione unica per farmi notare da più gente possibile. Della gara, a me, non m'importava nulla e tantomeno di vestirmi "elegante", io avevo il mio look da concerto, jeans e giacca in pelle. Ricordo che dietro le quinte mi guardavano tutti come se io fossi un alieno". L'anno dopo ci ritornò con Vita spericolata, lo fece per riconoscenza nei confronti di Ravera. E fu inno generazionale, e l'inizio di una storia che è dentro una mitologia rock tutta italiana. Scritta da un montanaro ribelle che ha fatto lo sposo punk, gualcendo l'abito bianco della sposa sanremese per farsi gli affari suoi.