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"Sanremo fa schifo": caro Gino Paoli, sei tu che non capisci più cosa siamo diventati e perché lo cantiamo

Mentre riparte il Festival, il re dei cantautori esplode contro le "canzoni di m..." che infestano l'evento. Ottima occasione per capire dove siamo finiti

Cristiano Sanna Martinidi Cristiano Sanna Martini   
Da sinistra: Gino Paoli, Mahmood, Angelina Mango, La Sad (Ansa)
Da sinistra: Gino Paoli, Mahmood, Angelina Mango, La Sad (Ansa)

I meme sono una delle nuove forme di comunicazione e, volendo, di giornalismo. E dunque ne citiamo uno per andare dritti al centro della questione. Recita più o meno così: "Sanremo è il posto equamente diviso fra artisti chi ca...è e mamma mia come si è ridotto/a". Capita che non a tutti stia bene l'imprimatur di Amadeus sugli ultimi cinque anni di Festival, tutto rap, trap, atteggiamenti fluidi, tatuaggi in faccia (che orrore, signora Lia!) e cadenze da fattone con bocca impastata e autotune a cantare testi depressivi e tormentati. La reazione del re della canzone d'autore italiana, Gino Paoli, a cosa è diventato Sanremo, racconta bene cosa siamo diventati tutti noi. 

"Uno schifo"

Da ore fa parlare di sé la vomitata verbale di Paoli contro questo Sanremo, qui le sue parole: "Non guardo Sanremo. Una volta era il Festival della canzone, non era neanche importante chi cantava, poi le case discografiche si sono accorte del potere rituale per l’Italia e adesso lavorano al prodotto finito sperando nella promozione. Da quando la tv si è accorta che Sanremo funziona, arriva non solo in Italia ma anche fuori, lo ha fatto diventare squallido spettacolo che è adesso". Con "canzoni di m...". E poi a seguire i racconti di una vita, col solito ritorno a Tenco, al suicidio di Luigi "per imitare me", non prima di aver ricordato come lui si portò a letto la Sandrelli che riteneva dannosa per Gino e quello era il suo modo di essergli amico. Uscendo dalla macchina del tempo però, l'autore di gioielli come Sassi e Senza fine è lo specchio di quella parte del Paese che cammina con la testa girata all'indietro, come nel contrappasso di Dante all'Inferno.

Cosa resterà di questi anni Duemila

Il Paoli che plaude al tempo di un El Dorado canoro che non esiste più si tradisce due volte. Lui che è sempre stato anticonformista, che da giovane era avversato perché ritenuto brutto, con una voce racchia e portasfortuna. E che a suon di brani ironici, malinconici e con frasi taglienti mandava a quel Paese chi gli disegnava addosso questo ritratto. Fu lui a rispondere abrasivo: "Perché cantiamo canzoni malinconiche? Perché quando stiamo bene pensiamo a sco....e". Oggi accade la stessa cosa, ma con declinazioni di stile diverse. Geolier e Angelina Mango, Tedua e Lazza, la lamentosissima e molto alla moda BigMama, sono la versione meno in giacca, cravatta e camicia sfatta di quel che erano lui, Tenco e De André ai tempi in cui Claudio Villa giudicava loro e Celentano gentaglia che non sapeva cantare, e debosciata. Amadeus lo ha capito annusando cosa ascolta e cosa compra ancora il pubblico, ed ecco la Tuta gold fluida e danzereccia di Alessandro Mahmood. Non che fossero gioielli di Beethoven le canzoni che hanno fatto la storia, caro Gino. Il tuo giro di Do sulla chitarra è diventato un giro di synth di Dardust, fino al prossimo giro di vento. Sei tu che non vuoi capire. E' il peso dell'età, e spiace dirlo. 

 

Cristiano Sanna Martinidi Cristiano Sanna Martini   
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In passato ha scritto per L’Unione Sarda, Il Sole 24 Ore, Cineforum, Rockstar...