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La casa del boia Hoss, le rose, il té e la noia a fianco al muro di Auschwitz. Dentro "La zona di interesse"

5 candidature agli Oscar per il film di Glazer che tiene fuori dalla vista il campo di sterminio ma mostra la vita nella villetta accanto al massacro

Cristiano Sanna Martinidi Cristiano Sanna Martini   
Rudolf Hoss durante la direzione di Auschwitz (Wikipedia), al centro la 'zona di interesse' in cui viveva (dal film), a destra la sua esecuzione per crimini di guerra nel 1947 (Wikipedia)
Rudolf Hoss durante la direzione di Auschwitz (Wikipedia), al centro la "zona di interesse" in cui viveva (dal film), a destra la sua esecuzione per crimini di guerra nel 1947 (Wikipedia)

A guerra appena terminata furono soprattutto due i film documentari che impressionarono il pubblico mondiale (ed ebbero problemi di censura e distribuzione) sulle atrocità commesse dai nazisti nei campi di sterminio. Notte e nebbia di Alain Resnais che nel 1955 fu come uno schiaffone alla coscienza di chi aveva lasciato accadere un tale scempio, e qualche anno prima Memoria dei campi, con cui un giovanissimo Alfred Hitchcock colpiva il pubblico con una semplice trovata. Mostrare gli orrori della deportazione, dei forni crematori, delle torture, e poi allontanarsi progressivamente da lì filmando la vita normale nelle casette e dentro i giardini di chi viveva, mangiava, dormiva, si accoppiava e accarezzava i figli mentre a un paio di chilometri erano in azione le camere a gas. La zona di interesse di Jonathan Glazer, candidato a 5 Oscar, fa qualcosa di simile ma si concentra su una sola casa, un giardino e una famiglia. Quelli di Rudolf Hoss, direttore del campo di Auschwitz. Giustiziato per crimini di guerra con impiccagione nel 1947.

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I regali alla signora: le cose rubate ai prigionieri assassinati

La zona di interesse, tratto liberamente dal libro dello scrittore britannico Martin Amis, mostra la ricca normalità della famiglia Hoss, di Rudolf (che finirà impiccato per i crimini commessi) di sua moglie Hedwig e dei cinque figli. La loro villetta con giardino, nutrita servitù, comodità, gesti quotidiani, frasi banali, carezze alla prole, piccoli vizi e pretese, è tutta al di qua del muro che li separa dalla fabbrica di morte diretta da lui. La signora Hoss freme di emozione quando le arrivano i pacchi con pellicce, gioielli, scarpe. Tutti presi alle prigioniere uccise nel campo a fianco, mandati dal Reich nel grande deposito canadese e poi inviati fin lì.

Come mostrò Hitchcock la "normalità" attorno all'Olocausto. Video

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Un tè, una rosa a cui sistemare le foglie, uno sparo e un urlo

La zona di interesse tiene noi spettatori e spettatrici al di qua del muro. Il racconto di Glazer (uno che cita Kubrick ogni due inquadrature) già autore di Birth e Under The Skin (provocatori e animati dalla presenza di grandi star, come Nicole Kidman e Scarlett Johansson) è freddo, quasi surreale. Segue gli Hoss giorno dopo giorno mentre potano le rose, prendono il tè, parlano del più e del meno, si vestono, sbrigano faccende e intrattengono ospiti. Di là dal muro ogni tanto arriva l’eco di un grido, uno sparo, si leva il fumo. Che noia la morte. Per alcuni questo è un film che raschia il barile della Shoah che ormai non fa emozionare più nessuno. Per altri è grande cinema che tiene vivo un tema fondamentale. A Cannes ha vinto il Gran Premio della Giuria, corre per 5 Oscar.

Come mostrò il massacro nei campi Alain Resnais nel 1955. Video

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In passato ha scritto per L’Unione Sarda, Il Sole 24 Ore, Cineforum, Rockstar...