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Benedetta Porcaroli: "La mia vita privata sui giornali? Perché ne ho sofferto"

L'attrice, inserita tra gli European Shooting Star 2023, si sfoga: "C'è dentro una tale violenza che se subisci non puoi dire nulla"

Andrea Giordanodi Andrea Giordano   

Benedetta Porcaroli è ormai un talento consolidato del cinema nazionale, riconosciuto ora anche a livello europeo. Lo attesta la vetrina importante, all’ultima Berlinale in corso, dove è stata inserita tra gli European Shooting Star 2023 e da osservare. Onore, che finora era stato riservato in passato a Maya Sansa, Jasmine Trinca, Alba Rohwacher, Isabella Ragonese, Sara Serraiocco, Matilda De Angelis ed Alessandro Borghi. Ma per lei è un ulteriore conferma, un passaggio naturale, di una carriera, iniziata otto anni fa in Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese, ma capace di attraversare progetti diversissimi: dalla serie Baby su Netflix, ad alcuni più autoriali, come 18 regali, per cui ha ricevuto anche la candidatura al David di Donatello, più creativi e originali, come Amanda di Carolina Cavalli (altro talento assoluto), film che dopo il passaggio alla Mostra di Venezia sta girando il mondo, più intensi e fisici, tipo La scuola cattolica, nei panni di Donatella Colasanti, violentata, insieme a Rosaria Lopez, nel cosiddetto “massacro del Circeo”. Stile e caparbia insomma, senza troppo girare intorno alle parole, ma producendo fatti, contenuti, belle interpretazioni, non importa se da protagonista o no, sono prove chiamate a essere il suo termometro della sua  crescita.

I sogni: lavorare con registi come Lanthimos, Iñarritu, Larraìn. Il prossimo progetto finito: un horror splatter girato  a Roma, Immaculate. Una certezza: l’essere sempre diretta, senza paura di dire la sua.  

Quando leggi un copione, a parte i nomi che possono arrivare, cosa ti piace mettere di tuo?

Ho un gusto abbastanza strutturato, sono intuitiva, riconosco subito una cosa che mi piace o non, dipende da cosa mi suscita una sceneggiatura. Se la storia, i personaggi, sono bellissimi, ma non succede niente di magico, magari non accetto. Al contrario, se una storia molto semplice mi colpisce, succede di dire sì, è un processo individuale, che cambia, è molto difficile definirlo. Quello che cerco è sentire, io, il regista, la troupe, se hanno un’urgenza, non è una cosa casuale. Sono una persona appassionata, quindi posso lavorare solo con persone appassionate.  

Amanda lo è stato?

Aveva una sceneggiatura brillante, il personaggio poi era tratteggiata in maniera precisa, ironica, sarcastica, con tante sfumature, sarebbe stato terribile non farlo, in questo caso ho deciso subito.  

Tempo fa hai anche diretto e scritto un fashion film, si chiamava Meet Me There, inserito in progetto collettivo per Gucci.  Non ti piacerebbe riprovare?

Certo, ora mi manca l’idea. Penso le cose debbano succedere nel momento in cui accadono, dirigere è una cosa che mi piace mi appartiene, finché non trovo però una storia che sento di avere necessità di raccontare. Dopo quella esperienza ho avuto modo di riflettere, anzi mi hanno detto di portare delle sceneggiature a diversi produttori, interessati a farmi esordire alla regia. Per ora meglio aspettare il momento giusto.  

Dal 2015, il tuo debutto, al 2023, sono passati già 8 anni...

Ho lavorato tanto, eppure non avrei pensato di fare l’attrice, forse avrei studiato psicologia all’università. All’inizio mi dicevano di pensare ad un piano “B”, il mestiere è talmente incerto. Invece ho voluto scommettere in questa strada, sono stati anni di grande cambiamento, sono cresciuta in fretta, e poi regredita, ho incontrato così tante persone, certe volte mi sembra di vivere la vita di un’altra, nello stesso tempo mi sento al posto giusto e felice.

Questo è un mestiere che un po’ ti allontana e un po’ ti rapisce, sia fisicamente che spiritualmente. Sono uscita a casa molto presto, facendo i conti col fatto che dovevo far combaciare dei mondi molto diversi fra loro,il  lavoro e della mia vita, dei miei amici. Riuscire a mantenere entrambi è complicato, ma finora per fortuna ci sono riuscita.  

Cosa hai scoperto maggiormente di te?

Mi ha portato a non conoscermi (ride, ndr). Ci sono delle cose su cui mi appoggio di più perché sto crescendo, vedo delle derive reiterate negli anni, tratti della mia personalità, a 24 anni inizio ad appoggiarmi su queste, ci sono 15 anni di autoanalisi sulle spalle. Il fatto sta che è difficile conoscersi, c’è sempre un mestiere che ti mischia, confonde, non mi definirei una persona sicura di sé, e che si conosce, però in maniera rocambolesca ad un certo mi ricolloco.  

Qual è la tua opinione invece sulle nostre produzioni?

Siamo pieni di sguardi, talenti. Se parliamo di qualità siamo bravissimi, forse scendiamo troppo a compromessi, c’è il mancato tentativo di difesa nel proteggere la parte artistica, la libertà e di pensiero. Vorrei che non ci uniformassimo troppo, come ad esempio nelle piattaforme. Devi essere grata rispetto a lavori che ti fanno arrivare nel mondo in 24 ore, aprono strade importanti, dall’altra parte, come artista, devi sacrificare delle cose in nome di qualcosa,  del target. Invece il successo dovrebbe dovrebbe coincidere in base a quello che uno fa, l’obiettivo non devono essere i soldi, rispetto a questo  io sono infatti diversa, punterei alle cose belle, ma a volte è diventato marginale.  

I giovani sono il pubblico di oggi.

Siccome siamo giovani, non siamo cretini. Mio fratello ad esempio, lui ha 18 anni, non le guarda le serie che facciamo in Italia. Io tornerò a farne una nuova, molto bella, in Italia, cominciamo a girare per fine aprile.

Per me l’ unica cosa che conta è la storia, da spettatrice a me piacciono i film, la serialità mi annoia sul nascere, diventa lungo il percorso brodo da allungare, poi ci sono eccezioni, serie capolavoro, penso a Sharp Objects, True Detective, quelle di Ben Stiller. C’è una sorta di morbosità nel voler trasformare tutto in una serie, ecco io non sono d’accordo.  

Quando invece è la tua vita privata, e non professionale, a finire su Internet, come reagisci alla fine?

Un po’ mi arrabbio, poi me la faccio passare, cerco di combattere. C’è un confine labile, il rovescio della medaglia. Siamo privilegiati a fare questo lavoro, sembra facile, ma è una cosa che ti mette davvero sotto stress, parliamo di dinamiche relazionali. Ed è terribile, ne ho sofferto, c’è dentro una tale violenza che se subisci non puoi dire nulla, questo però fino a un certo punto.

Andrea Giordanodi Andrea Giordano   
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