Vincenzo Incenzo fa il grande salto: "Vent'anni accanto a Renato Zero. La mia straordinaria avventura"

Da autore a cantautore. Gli ci sono voluti 25 anni e la complicità di Zero, che stavolta fa il produttore, per salire sul palco. "In una canzone non puoi mentire"

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“Patty Pravo? Spirituale. Lucio Dalla? Un vero istrione, curiosissimo. Ornella Vanoni? Simpatica. Michele Zarrillo? Con lui siamo diventati amici. Mentre è stato Sergio Endrigo a darmi uno degli insegnamenti più grandi, quello di affidare ai tre minuti e mezzo di una canzone la tua assoluta verità. Non si può mentire in musica. Renato Zero? È unico, un artista planetario, oltre che un vero amico e un uomo sensibile capace di grande umiltà. Con lui ho vissuto e sto vivendo un’avventura straordinaria che dura da vent’anni. In questo caso è stato un catalizzatore di energie ma anche un uomo capace di fare un passo indietro. Certi giorni arrivavo in studio e lo trovavo a registrare i cori delle mie canzoni”. Parlare con Vincenzo Incenzo è come sfogliare il libro della musica italiana. Questo artista, nato sul palco del mitico Folk Studio, proprio come Antonello Venditti, Francesco De Gregori e Rino Gaetano, ha scritto per i più grandi artisti italiani ed è diventato uno degli autori più richiesti.

Ora, però, dopo 25 anni di onorato servizio dietro le quinte, ha deciso di mettersi in gioco completamente e di metterci la faccia. E con l’album “Credo” debutta come cantautore. Complice l’amico di sempre Renato Zero che in questo caso è il produttore del disco con la sua etichetta Tattica, oltre che compagno nel duetto di “Cinque giorni”.

Quanta ipocrisia sotto questo cielo

Nella videointervista che Vincenzo Incenzo ha concesso a Tiscali.it si è parlato anche dei rivoluzionari da salotto e dell’ipocrisia della vicinanza. Lo spunto è il primo singolo estratto dall’album, “Je suis”. Proprio come l’hashtag che dall’attentato a Charlie Hebdo e a quello al Bataclan viene spesso rispolverato su social per evidenziare la propria vicinanza rispetto a un fatto grave. “peccato però che tutto resti lì, nel virtuale, senza mai tradursi in niente di materiale, di fisico. In Rete sembriamo tutti così coraggiosi, così partecipi. Tanto un hashtag non costa niente. Ma poi a ben guardare è solo una nuova forma di ipocrisia”.