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[La storia] I 40 anni di "The Wall", il capolavoro con cui i Pink Floyd distrussero se stessi

Era il 30 novembre 1979 quando Roger Waters trasformò la band e il suo suono salvandola dall'alienazione e dall'essere fuori moda. Successo enorme, ma la il gruppo non resse

Cristiano Sanna Martinidi Cristiano Sanna   
Da sinistra: Wright, Gilmour, Waters, Mason, i Pink Floyd. La celebre copertina di 'The Wall'
Da sinistra: Wright, Gilmour, Waters, Mason, i Pink Floyd. La celebre copertina di "The Wall"

E' il disco che odiano quelli che adoravano i primi Pink Floyd, quelli psichedelici come un sogno acido da Lsd che da Syd Barrett levigarono suoni e scrittura fino all'epocale The Dark Side Of The Moon. E' il doppio album che generalmente amano tutti quelli che non hanno mai sopportato l'aura fricchettona-sperimentale dei primi Floyd e che incontrano l'altra fazione attorno a Dark Side. Usciva il 30 novembre 1979 e con The Wall i Pink Floyd fecero tabula rasa. Il punk picchiava durissimo, brutale e sbrigativo, facendo piazza pulita di tutti i vecchi dinosauri del rock (vittima eccellente furono i Led Zeppelin). Ma prima che i cambiamenti di cultura e di gusto li facessero fuori, fu Roger Waters a suicidare la sua creatura facendola rinascere con una nuova pelle, metamorfosi che colpì il mondo come un cazzotto. Perché il doppio The Wall fu un enorme successo. Ed ebbe come conseguenza la distruzione della band. Che non fu mai più quella di prima.

Chi gira in Ferrari e chi trasforma i propri demoni in gioielli

La genesi di The Wall è di due anni prima, quando la band e in particolare la sua mente, Roger Waters, sperimentarono il disagio del gigantismo rock. Stadi enormi, folle oceaniche, distanza tra musicisti e pubblico, la pesantezza di una gloria sempre mal vissuta. Fino a quando, irritato dal chiasso di uno spettatore, durante un concerto Waters gli sputò addosso. Era il segnale che i nervi erano a pezzi e la situzione fuori controllo. Waters cominciò a scrivere nuovi brani per affrontare i propri demoni. Che comprendevano il muro che i grandi numeri del successo avevano creato fra la band e il resto del mondo, ma anche le ferite della propria infanzia, la perdita del padre in guerra, gli orrori e le forzature che si nascondono nella famiglia, nella Scuola, nella Giustizia, dietro l'apparente normalità. Gli altri? In giro in Ferrari o in vacanza a St.Tropez, oppure impegnati a collaborare in studio con altri artisti o a realizzare i propri album solistici. A discapito del grande successo, tutti avevano grane da risolvere sul versante economico. Waters fece la cosa che gli riusciva meglio: il capo. Il dittarore. Scrisse tutto il materiale e lo impose alla band che era scettica ma aveva zero idee con cui ribattere, e cominciarono i lavori in studio. A cui partecipò anche l'arrangiatore-autore Bob Ezrin con cui il bassista-compositore fu altrettanto lapidario: "Puoi partecipare e proporre ma non avrai alcun riconoscimento".

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Sound durissimo, trionfo globale, esplosione finale

Due album da 13 pezzi ciascuno, un'opera rock che aveva il suono di un calcio con i Doc Martens in faccia, durissimo e asciutto, con temi tormentone (il motivo di Another Brick In The Wall)  che scandivano la narrazione. Solo il finale cedeva alla mangniloquenza, con l'operistico processo al protagonista condannato alla distruzione del muro che si era creato negli anni. Il protagonista è Pink, rockstar dal passato traumatico resa catatonica da successo, droghe, sesso, incomunicabilità, scuole alienanti, ombra paterna, madre troppo premurosa, moglie esasperata che lo tradirà, pubblico che lo osanna come se fosse un grande leader, facendolo sognare da dittatore. Un disco pieno di traumi, di rabbia, di una pungente nostalgia dell'infanzia negata. Rappresentato dal vivo con un apparato scenografico dal quale, da allora, i Pink Floyd hanno campato per anni. Luci, enormi pupazzi, effetti di luce, grande telo centrale rotondo su cui proiettare immagini e giochi di colori al laser. Un palco costruito e distrutto durante il concerto, la provocazione di far salire a suonare una band gemella, finta, con tanto di maschere disumane. Nel tempo il disco ha superato i 30 milioni di copie vendute, uno dei "doppi" di maggior successo di sempre.

Il suono di un calcio in faccia con i Doc Martens

Seguì un film diretto da Alan Parker, con Bob Geldof a impersonare l'alienato Pink e le animazioni di Gerald Scarfe a dare corpo ai fantasmi di Waters. La band non resse: il suo dispotismo allontanò gli altri membri del gruppo, già durante il tour il tastierista Rick Wright fu trattato da semplice musicista da palco, reo di aver ritardato nei lavori in studio siccome si stava trasferendo con la moglie in Grecia. Iniziò una lunga storia in tribunale (nel mentre uscì The Final Cut, ancora a nome Pink Floyd ma di fatto altro disco tutto pensato da Waters) che terminò con David Gilmour, Nick Mason e Richard Wright a tenersi il nome Pink Floyd. Waters cominciò la carriera solista, fra altissimi e bassi, gli altri tre non arrivarono mai ai livelli delle migliori cose dei Floyd, né come solisti né come band dal nome prestigioso ma giusto capace di sfruttare in tour i brani del passato con esiti milionari, aggiungendo nuove composizioni appena mediocri. Musica levigata e rarefatta, da dopolavoro yuppie, che non ha più niente dell'ironia graffiante e dell'acutezza pungente garantita da Roger Waters. A ben vedere The Wall fu il canto del cigno. Poi solo una riunione di mezz'ora sul palco del Live 8 nel 2005, di nuovo in quattro a commuovere il mondo. Poco prima della morte di Wright. 

Cristiano Sanna Martinidi Cristiano Sanna   
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