Compleanno tra gli aneddoti live: Ron, l'incontro con Dalla e il gigante discografico davanti al ragazzino

L'artista compie gli anni poco prima di Ferragosto. E ama celebrarli in un concerto che si trasforma in un racconto, fra storie mai sentite e personaggi celebri

Ron e Lucio Dalla, una grande memoria condivisa
Ron e Lucio Dalla, una grande memoria condivisa
di Massimiliano Lussana

Il 13 agosto, a cavallo di Ferragosto, ogni anno, è il compleanno di Ron.

Lo scorso anno lo festeggiammo su Tiscalinews con il racconto del concerto di Recco, con Angelo Privitera, con Carlo Gandolfo, con Ilaria Cavo e con la torta dietro il palco. Era il primo live dopo il lockdown e aveva un significato particolare.

Quel giorno raccontammo una serie di aneddoti sulla sua vita, su artisti, episodi, incontri, storie. E sembrava quasi una cosa di repertorio, che Ron raccontava piazza dopo piazza, concerto dopo concerto.

Invece, Ron.

Invece, l’altra sera al Porto Antico di Genova – circondato da rimorchiatori, navi da crociera e traghetti in partenza per le vacanze (“cantare fra le navi mi dà emozione, mi fa pensare alle emozioni di arrivi e partenze”) – Ron ha raccontato decine di altri aneddoti, storie, testimonianze, completamente diverse da quelle precedenti.

Perché, semplicemente, non è repertorio, ma la vita.

E allora è bello condividerne alcuni perché sono alti, bellissimi, ed emozionanti.

Il ragazzino di fronte al gigante discografico

A partire da quando, giovanissimo, sedicenne, fu convocato dalla RCA, che era la più grande casa discografica del tempo, quella dei maggiori cantautori, in vista del Festival di Sanremo da un discografico che l’aveva sentito cantare a Garlasco, “dove vivevo allora e vivo ancora” in una festa di piazza, canzoni del repertorio di Gianni Morandi.

"Ciao Nì"

“Quando mi chiamarono mi sentii svenire, allora non esistevano i talent, Sanremo era importantissimo ed era l’occasione della vita. Mi misi in viaggio con il mio papà, arrivammo alla RCA e, all’orario dell’appuntamento, non c’era nessuno. Papà ed io eravamo in una saletta, completamente soli. A un certo punto si affacciò un tizio vestito da leopardo, letteralmente, magrissimo, con una tutina maculata con la cerniera davanti, che ci guardò e ci disse: “Ciao Nì”.

Ovviamente era Renato Zero, “che era già Renato Zero, come lo conosciamo, ma all’epoca non era noto”. Insomma, il papà di Ron gli fece segno con la mano che era il caso di andarsene di lì, un po’ spaventato, ma dopo poco si presentò un altro tizio: “pelosissimo, con gli occhialetti, tutto fasciato e bendato”.

Lucio: l'incontro fondamentale

Insomma, era Lucio Dalla, con cui c’era l’appuntamento originario, che aveva avuto un incidente e per questo era arrivato in ritardo.

Dalla, insieme a Sergio Bardotti, aveva scritto per l’allora Rosalino Cellamare e per Sanremo “Occhi di ragazza”, che però fu ritenuta inadeguata e bocciata dalle giurie: “Pensate alla lungimiranza di quei selezionatori. Poi la canzone andò a Gianni Morandi e vendette milioni di copie nel mondo e il destino volle che io andai comunque a Sanremo in coppia con Nada con “Pà diglielo a mà” e da lì iniziò tutto”.

E questa storia è l’inizio di una cavalcata che parte da “Chissà se lo sai” e passa per “Il gigante e la bambina”, “Al centro della musica”, “Un momento anche per te”, “Anima”, “Il mondo avrà una grande anima” con il racconto dell’impresa di un ragazzo, Matias Rust, atterrato sulla piazza Rossa sfidando la Russia, “Sei volata via”, “Una città per cantare”, “Joe Temerario” e tanto altro.

La canzone che Dalla non fece in tempo a cantare

Ogni canzone è condita da una storia, da un ricordo, da un’emozione, da una storia. Ad esempio, “Almeno pensami”, l’ultimo inedito di Lucio Dalla presentato a Sanremo fu preceduto da una telefonata di Claudio Baglioni una sola settimana prima del Festival: “Scusami Rosalino, puoi cantarla tu?”. “Ma come, mancano pochi giorni”. “Te la mando subito via Whatsapp, sono gli eredi di Lucio a volere che la faccia tu”. Da lì nacque la canzone, meno ritmica di come la pensava Lucio, ma più “alla Ron”.

Oppure, sempre a Sanremo, “Vorrei incontrarti fra cent’anni” che vinse ed era pensata per due voci, una femminile: “Facemmo provini con una trentina di cantanti, nessuna delle quali ci convinceva appieno su una nota alta. Ero disperato. Casualmente mi chiamò la più grande cantante italiana, Tosca, che è una mia carissima amica, che mi prese in giro: “Perché non lo fai a me il provino?”. Il giorno dopo avevo risolto tutti i miei problemi. Tiziana (il nome di battesimo di Tosca ndr) è la più grande cantante italiana: prende note splendide come Mina, ma dà una sua espressione a tutto. Con lei quel Sanremo, iniziato male, fu splendido”.

O, ancora, “Attenti al lupo”, che nacque dai racconti della mia nonna, che adoravo. La scrissi, la misi via, me la tenni (anzi dice “me la terri” e poi ci ride sopra, “è proprio vero che, dopo una certa età, ci si rincoglionisce”), poi un giorno la feci sentire dopo tantissime altre a Lucio. Lui disse subito: “Questa la prendo io e venderemo un milione e mezzo di copie”. Io ci risi sopra e ne vendemmo due milioni e mezzo”.

De Gregori, Morandi e gli altri

Ron è una fabbrica di aneddoti e di vita: “Un giorno eravamo a pranzo a Roma con Lucio, Francesco De Gregori e Renzo Cremonini, storico produttore di Dalla. A un certo punto, venne fuori l’idea di fare un tour tutti insieme e sembrava una follia, visto che era un periodo in cui gli autonomi consideravano i concerti un atto borghese. Addirittura Gianni Morandi, in quegli anni, si diplomò in contrabbasso in Conservatorio perché non aveva nient’altro da fare senza concerti live. Insomma, da quel pranzo a quattro nacque un’apparente follia come il tour di “Banana Republic”, con i due artisti più amati in Italia, Lucio e Francesco. Fu un trionfo, con 50mila persone a sera negli stadi e la rottura del silenzio cupo sui concerti che c’era stato per anni. Decidemmo di scrivere anche due canzoni appositamente per i concerti: una, per l’appunto, era “Banana Republic”, l’altra, di cui Dalla e De Gregori scrissero le parole, era “Cosa sarà”, di cui io scrissi la musica”.

E poi “Piazza Grande”. “Io non avevo mai scritto una canzone. Eravamo su una nave da Napoli alla Sicilia, insieme a Lucio e tanti altri amici. Io scrissi la strofa e, sentendola, Lucio disse: “Fammi sentire, rifalla”. In venti minuti nacque la strofa e l’inciso e in mezzo al mare nacque così “Piazza grande””.

"Non abbiam bisogno di parole": basta tanta ironia

Poi, a un certo punto, Ron canta “Non abbiam bisogno di parole”, che è una canzone splendida e a un certo punto invita il pubblico – non oceanico, lontano dai 50mila degli stadi, per usare un eufemismo – a cantare con lui parole splendide: “E non abbiam bisogno di parole/per spiegare quello che è nascosto in fondo al nostro cuore/ma ti solleverò tutte le volte che cadrai/e raccoglierò i tuoi fiori che per strada perderai/e seguirò il tuo volo senza interferire mai/perchè quello che voglio è stare insieme a te/senza catene stare insieme a te”.

A me sembrano alcuni dei più versi d’amore della storia della musica italiana e non solo della musica, un’amore è e deve essere così.

Il coro del pubblico c’è, ma non è propriamente irresistibile.

Ron ci scherza sopra, da artista molto cattolico: “Ragazzi, mi avete fatto sentire in Chiesa”.

E l’autoironia è il sigillo su una grande serata.