Pinguini tattici nucleari, altro che ritornelli: sono il gruppo più impegnato politicamente

Il loro è un successo costruito passo passo e con un’attenzione totale e assoluta ai messaggi, alle citazioni e ai modelli, che forse sfugge agli osservatori meno attenti. In mezzo ai tormentoni c’è moltissimo sociale

Pinguini tattici nucleari (Ansa)
Pinguini tattici nucleari (Ansa)
di Massimiliano Lussana

Dici Pinguini Tattici Nucleari e pensi a “Giovani Wannabe”, una delle canzoni dell’estate se non addirittura La Canzone dell’estate, passata ad altissima rotazione da tutte le radio, un tormentone leggero, come devono essere i tormentoni.
Dici Pinguini Tattici Nucleari e pensi al trionfo sanremese con “Ringo Starr” e alla conquista del grande pubblico, con tanto di appello del sindaco di Bergamo Giorgio Gori a tutta la cittadinanza affinché li votassero con il televoto al Festival di Sanremo (e analogo appello di Pier Carlo Capozzi, che è una sorta di vicesindaco del cuore della città orobica) e, dopo il trionfale terzo posto sul palco dell’Ariston, Gori li ha ricevuti con tutti gli onori a Palazzo Frizzoni, sede del Comune di Bergamo, e ha fatto apporre le loro firme sul libro della città. E mai endorsement di un sindaco e mai firma sul libro d’onore di una città furono più meritati, perché quello dei Pinguini è un successo che parte dalla gavetta più gavetta, con il primo concerto proprio a Bergamo al Polaresco, che non è propriamente San Siro.

Un successo costruito passo passo e con un’attenzione totale e assoluta ai messaggi, alle citazioni e ai modelli, che forse sfugge agli osservatori meno attenti, che rincorrono solo il ritornello. Si pensi solo al tour in corso, che ha fatto anche il sold out al Balena Festival del Porto Antico di Genova, un’invenzione di Luca Pietronave e della sua squadra che in due settimane ha portato all’Arena del Mare – probabilmente la location più bella al mondo per i concerti, con i traghetti per la Sardegna e le navi da crociera che sembrano quasi “entrare” nel palco - grandissimi nomi, da Caparezza a Franco 126, dagli Editors a Manuel Agnelli, a decine di altri gruppi e nomi, con la ciliegina finale dei Pinguini, un festival che è un’eccellenza assoluta per la Porto Antico di Mauro Ferrando, esattamente come lo è stato il concerto di Marracash è come lo sarà a settembre Boa Goa, con due date di Blanco, Elisa, Fabri Fibra, Tananai, La rappresentante di lista, Brunori SAS e tanto altro.

Insomma, sta di fatto che il (nuovo) titolo del tour dei Pinguini è “Dove eravamo rimasti tour”, nome che ha sostituito quello scelto precedentemente e slittato tre volte per la pandemia dopo aver venduto tutti i biglietti in sedi prestigiosissime, con la prima data di fine febbraio 2020 saltata per sicurezza e responsabilità (il lockdown sarebbe arrivato solo l’8 marzo) a pochissime ore dal via fissato per salire sul palco per quello che sarebbe stato il momento più alto della loro carriera.

Sono passati più di due anni da allora e la citazione è quella di Enzo Tortora, quando si presentò davanti alle telecamere dopo la persecuzione giudiziaria di cui fu vittima e che affrontò con spirito socratico: “Dove eravamo rimasti?” disse riapparendo davanti ai teleschermi, con il suo tradizionale stile e aplomb. Tortora era di Genova e quindi il tour dei Pinguini, al di là dello splendido contesto del Balena Festival, ha un significato particolare, e Riccardo Zanotti – che è il front man, ma anche un primus inter pares – sfodera tutto il suo repertorio, frutto di quattro album e due ep e non solo di un successo estivo.

Le hit

Poi, certo, arrivano anche tutte le hit: “Scrivile scemo”, le già citate “Giovani Wannabe” e “Ringo Starr”, “La storia infinita”, “Verdura” che rimane la mia preferita, “Scooby Doo”, “Pastello bianco” (che per i non addetti ai lavori è quella che fa “Per favore non piangere”), “Fuori dall’Hype” e tantissimo altro.

Ma, per l’appunto, i ritornelli, i tormentoni e i video spesso dominati dai cartoni animati, sono solo un aspetto dei Pinguini. E così, da bergamaschi, che ovviamente hanno sofferto moltissimo per il Covid – Riccardo Zanotti è nato all’ospedale di Alzano Lombardo, proprio dove tutto è iniziato - e lo raccontano a modo loro ne “La storia infinita: “E siamo felici come Pasque, sì, ma Pasqua del 2020”.

Oppure, proprio in “Giovani Wannabe”, la canzone di quest’estate, i tre versi che fanno: “Con te inizia la Belle Époque, che tempismo, o'clock, Bel teppismo black bloc che c'hai, Sei la storia, Marc Bloch…”.

Frasi che, al di là delle rime, sono uno splendido omaggio allo storico che ci insegnò la rivoluzione copernicana della storiografia, il ribaltamento dalla storia come elenco di nomi, di date, di generali, di condottieri alla storia come storia sociale della nostra vita, dell’alimentazione, dell’agricoltura, della musica, della vita. Quello che Francesco De Gregori racconta con “La storia siamo noi, questo piatto di grano”.

Ecco, pensare che nel tormentone estivo è citato Marc Bloch è qualcosa che va oltre ogni speranza musicale, qualcosa che in qualche modo fa il paio con il Franco Battiato che cantava di “gesuiti euclidei”, di “dervisci tourneur” e di tanto altro, fino a quel momento inaudito, con contaminazioni fra pop e musica alta e citazioni spericolate.

C'è moltissimo sociale

Insomma, in mezzo a questi tormentoni c’è moltissimo di sociale: dittatura e repressione raccontate in “Cancelleria” in un’ipotetica rivolta delle biro in cui “le matite volevano solo uguaglianza e libertà”.

O, ancora, quando il cantante e front man dei Pinguini ricorda ad esempio gli insegnamenti di suo papà Roberto Zanotti, “un muratore bergamasco che mi ha sempre insegnato l’importanza e il valore del lavoro manuale” ed è qualcosa di bellissimo da sentire in un panorama musicale sempre più dominato dalla mancanza di questi valori.

Così in “Scatole” Riccardo canta: “Mio padre ha sempre fatto il muratore, Odia chi si lamenta, chi sta zitto, gli ottimisti, Ha sempre poco tempo per l'amore, E tutte le altre cose inventate dai comunisti, Il suo diploma da geometra sta appeso in soffitta da vent'anni, In una teca polverosa, E da piccolo sognavo anch'io di avere una teca, Che dicesse che so fare qualche cosa, yeah, yeah, Lui avrebbe voluto che facessi gli studi d'architetto, Oppure da ingegnere, Ma io volevo fare il musicista, A suonare la chitarra, passavo le mie sere, Ricordo un giorno mi prese da parte, Mi disse, "Non capisci proprio un cazzo della vita, Perché solo a chi si sporca le mani, È concesso il privilegio di avere una coscienza pulita".

Lavoro di autoanalisi

E la risposta, in questo grandissimo lavoro quasi di autoanalisi, è “Io volevo far piangere la gente, E davanti a dei mattoni nessuno si commuove, Perché le case in fondo sono solo scatole, Dove la gente si rifugia quando fuori piove”. Fino alla riconciliazione di oggi.

Non sono solo canzonette.