Nasce la Casa dei Cantautori, Dori Ghezzi si commuove: "La dedichiamo a Franco Battiato"

Nella giornata inaugurale la notizia della morte del cantautore: Non è una casualità. E, se lo è, sembra scritta da uno sceneggiatore divino

Nasce la Casa dei Cantautori, Dori Ghezzi si commuove: 'La dedichiamo a Franco Battiato'
di Massimiliano Lussana

Ci sono giorni, ci sono luoghi, che non sono casuali, dove nulla accade per caso. Ecco, oggi era uno di quei giorni, uno di quei luoghi. Perché una conferenza stampa convocata alle dieci, che per i giornalisti è primo mattino, della mattina che si è aperta con la notizia della morte di Franco Battiato per presentare la “Casa dei cantautori” che a Battiato e ai suoi amici siciliani dedica una sala, non è una casualità. E, se lo è, sembra scritta da uno sceneggiatore divino, altissimo, nel senso più pieno che la parola sa avere.

Perché il fatto che questa “Casa”, non un museo – ci tengono moltissimo a dirlo il ministro della Cultura Dario Franceschini e l’assessore alla Cultura della Regione Liguria e coordinatrice di tutti i suoi omologhi d’Italia Ilaria Cavo – nasca all’Abbazia di San Giuliano, a un pugno di decine di metri da Boccadasse, non è una casualità, ma il racconto della storia dei cantautori, che qui nacquero.

Cos’è un cantautore?

“Uno che se la scrive, se la canta e se la suona” racconta Gino Paoli, che interviene da casa perché è stato poco bene nella notte. Ma i pochi chilometri fra la sua collina di Sant’Ilario e questo posto sul lungomare davanti ad Albaro è come se fossero centimetri. Perché tutto è nato qui, nell’arco di duecento metri: Dori Ghezzi ricorda come conobbe Fabrizio De Andrè, proprio qui al “Garden”, un locale a un tiro di schioppo da questa splendida Abbazia. E ancora un passo più in là c’è Boccadasse, dove c’era la stanza con il soffitto viola senza più pareti de “Il cielo in una stanza” e degli incontri fra Fabrizio, Gino, Bruno Lauzi e Luigi Tenco.

Tutto è successo qui e tutto riparte da qui.

Il ministro della Cultura Dario Franceschini ricorda tutti i passaggi di un percorso di cui la Casa dei Cantautori è solo un tassello, insieme alla legge per lo spettacolo dal vivo, al Portale della Canzone, alla Giornata della Musica e a tanto altro.

Non è musica leggerissima e neanche leggera: “Fin dall’inizio del mio primo mandato ho cercato questo riscatto: nella legge per lo Spettacolo dal vivo abbiamo inserito un articolo che dice espressamente che ‘la Repubblica riconosce il valore artistico della canzone popolare e d'autore’, abbiamo poi creato il ‘Portale della canzone’ per raccogliere la memoria storica della canzone italiana e abbiamo ampliato i contribuiti del Fondo unico per lo spettacolo alla musica contemporanea e popolare. Sulla Casa dei Cantautori il Ministero della cultura ha fatto un consistente investimento per farla nascere a Genova dove era giusto che nascesse vista l’importanza della scena cantautorale. In futuro, potremmo anche pensare di avere altri luoghi in altre parti d’Italia dove si ricordano le singole tradizioni. La Casa dei Cantautori sarà un luogo vivo, non di sola conservazione delle memorie, ma di valorizzazione del presente".

E, in attesa della moltiplicazione e quasi della gemmazione delle Case dei Cantautori, per ora – orizzonte temporale per la prima apertura il 2023, ma in un percorso che porterà moltissimo lontano – il piano operativo prevede un piano terreno nel quale si parte da ‘Genova 1925’ con la canzone genovese e ‘Genova 1953’ con Umberto Bindi, Bruno Lauzi, Luigi Tenco, Gino Paoli, Nanni Ricordi, Piero Ciampi, Cantacronache e Nuovo Canzoniere Italiano. E poi, in una sorta di triangolo del Nord Ovest, ‘Milano 1953’ con Giorgio Gaber e ‘Milano 1958’ con Dario Fo, Enzo Jannacci e Sergio Endrigo.  

Al primo piano toccherà alle sale dedicate a Mogol-Battisti, a Fabrizio De André, a Napoli con il Neapolitan Power di Pino Daniele, Edoardo Bennato, Alan Sorrenti, Enzo Avitabile, Enzo Gragnianiello e Teresa De Sio e quindi la sala che oggi commuove di più tutti noi, quella della Sicilia con Franco Battiato e Carmen Consoli. E poi Paolo Conte e Ivano Fossati e ‘Roma 1972’ con Francesco De Gregori, Antonello Venditti, Claudio Baglioni, Rino Gaetano, Riccardo Cocciante, Renato Zero. E ancora ‘Milano 1970’ con Eugenio Finardi, Claudio Rocchi, Gianna Nannini, Roberto Vecchioni, Angelo Branduardi, Ivan Graziani, Enrico Ruggeri, Jovanotti e ‘Via Emilia’ con Francesco Guccini, Luciano Ligabue, Lucio Dalla, Ron, Pierangelo Bertoli, Vasco Rossi, Luca Carboni, Samuele Bersani.

E Franceschini chiede (e ottiene) da Ilaria Cavo una cosa splendida: “La politica non deve c’entrare nulla con un’esposizione come questa. Ma mi piacerebbe che il video che realizzammo per i duecento anni de L’Infinito di Leopardi, con le voci di 22 cantautori, riconoscibili per il loro timbro, ma che insieme a loro scegliemmo di non nominare di fronte a un capolavoro simile, trovasse casa in questa Casa”. Detto, fatto.

E basta leggere questa suddivisione di sale per capire come ciascuna di esse valga un museo autonomo e una storia a sé, proprio quella ipotizzata per il futuro da Franceschini.

Ma oggi sono suggestioni di una giornata di suggestioni: ad esempio la notizia che gli eredi dei Maestri doneranno alla Casa dei Cantautori oggetti che sono la storia dei loro cari e della musica italiana: l’intera postazione da concerto di Pino Daniele regalata da sua figlia, la lambretta del Cerutti Gino protagonista della storia di Giorgio Gaber, e due chitarre di Ivano Fossati, la Stratocaster di “Cara democrazia” dal suono di carta vetrata e quella morbidissima portoghese di “Mio fratello che guardi il mondo’”, che è il punto d’incontro con l’altro museo che sta nascendo a Genova, quello delle migrazioni, fotografie splendide e speculari dell’evoluzione di un mondo fermo a cimeli garibaldini e ricostruzioni di dinosauri. Per carità, entrambi meritevolissimi, ma il mondo è anche altro.

Fossati donerà poi anche il flauto con cui ha composto ‘Dolce acqua’. Così come Dori Ghezzi ha portato una sorpresa non in fotografia, ma direttamente nel chiostro: la chitarra da cui Fabrizio non si separava mai, che è quella con cui suona la famosissima versione di “Rimini” seduto a tavola, con la famiglia e gli amici che fanno quasi un coro greco, e il mandolino genovese – che era introvabile e che si è fatto costruire apposta da un amico liutaio a Milano – con cui suonava “Princesa” durante lo splendido tour di “Anime Salve”, quello del concerto al Teatro Brancaccio e di tanti altri teatri che fu il suo testamento artistico ed umano.

Dori sorride mentre dona questi due strumenti da cui la famiglia non si è mai separata fino ad oggi.

Ma sorride donandoli, perchè sa che qui Fabrizio vivrà per sempre.

Come vive con le traduzioni delle sue canzoni, dalla versione siciliana di “Bocca di rosa” che diventa “Vuccuzza di ciuri” grazie alla splendida traduzione di Mario Incudine, come sempre con Antonio Vasta insieme a lui, a “Sidun” appena tradotta in iraniano.

Dori sorride proprio perché non sarà un Museo, ma una Casa dei cantautori, dove c’è spazio anche per i giovani rapper genovesi e non solo (oggi Alfa, ma poi anche Izi, Tedua, Bresh). Una casa viva che appena saranno terminati i restauri della chiesa ospiterà anche esperienze di residenzialità, sarà sala prove per giovani musicisti e luogo magmatico e non museale. “Anni fa – ricorda Dori – mi proposero di fare un “Museo De Andrè” in uno degli splendidi palazzi nobiliari dei Rolli nel centro storico di Genova, ma c’era qualcosa che non mi convinceva fino in fondo. Poi ho capito cos’era, volevo qualcosa teso al futuro, non solo un ricordo”.

Anche Fabrizio avrebbe voluto così e una cosa bellissima è che oggi, di sua iniziativa, abbia voluto essere qui Claudio Onofri, storico capitano del Genoa e uomo di gran cuore, che è cresciuto a pane e De Andrè e che ha portato il suo saluto a Dori. Del resto, Fabrizio, anche durante il rapimento, chiedeva sempre cosa avessero fatto i rossoblù e un giorno disse: “Al Genoa scriverei una canzone d'amore ma sono troppo coinvolto”. Una frase talmente bella da finire un giorno di campionato sulla maglia rossoblù, sopra il nome dello sponsor.

E forse la cosa più bella di una giornata splendida è quando Ilaria Cavo lancia il filmato del concerto che si fece al teatro genovese Carlo Felice, presentato da Fabio Fazio con tutti i più grandi della musica italiana, da Vasco che fece una versione da brividi di “Amico Fragile” a Celentano che sbagliò le parole, da Liga a Enzo Jannacci con una “Via del campo” da lacrime.

Ma poi le lacrime, quelle vere, arrivarono quando Franco Battiato intonò “Amore che vieni, amore che vai”, che è forse la canzone preferita da Dori, e non riuscì a finirla, sopraffatto dalla commozione.

“Ecco - racconta Dori – io credo che oggi sia un giorno bellissimo, nonostante tutto, malgrado Franco. Perché, come quella canzone mai finita, c’è un punto di partenza e non di arrivo. Non si muore mai e qualcuno è anche più immortale degli altri”.

Oggi, le lacrime erano anche le mie.