Addio, viaggiatore di mondi e di sensi profondi: si è spento Franco Battiato

Il musicista si è spento nella sua casa questa mattina. Era nato nel 1945, nella sua carriera ha mescolato suoni, meditazioni e liriche di tutto il mondo

Franco Battiato
Franco Battiato

Quel che ci resta ora è proprio un oceano di silenzio di cui Franco Battiato cantava in uno dei suoi bran più ispirati. L'artista si è spento questa mattina nella sua residenza, come ha reso noto la famiglia. I funerali del musicista e compositore 76enne si terranno in forma privata. 

Un artista unico

Colto, visionario, mistico, melodico, Battiato ha rappresentato per decenni qualcosa di unico nella musica italiana. Capace di tener conto del nostro patrimonio sonoro, e di ibridarlo con le forme provenienti dal rock, dall'elettronica, dalla classica, dall'avanguardia e dalla grande filosofia e lirica orientale. Di spaziare fra lavori sperimentali per un pubblico ristretto e di mescolare tutti i suoi interessi e le influenze in un album di enorme successo come La voce del padrone, capace di vendere nell'anno di uscita un milione di copie. 

Ritratto di un sofisticato sovversivo

Chissà cosa avrà pensato Franco Battiato di questo suo progressivo tornare al nulla cosmico che contiene il tutto, da lui tanto indagato e cantato. Di certo, questa scomparsa che addolora milioni di fan lo strappa da quella che stava diventando una penombra carica di gossip e sospetti avvelenati, indegna di tutto ciò che il musicista siciliano è sempre stato. Uomo di ricerca, uomo di studi, uomo di impegno politico e civile vissuto in forma mistica e musicale, sempre alla larga da tutto ciò che è mercato, da quel che fa visibilità facile e veloce in questi tempi avvelenati dai litigi gridati dai balconi social e dal tutti contro tutti che non chiarisce nulla un talk show dopo l'altro. Appena qualche settimana fa avevamo scritto di lui, avvolto da un silenzio carico di dispiacere e di sospetti, di polemiche fra i familiari e amici veri e presunti che già parlavano dello sciacallaggio della sua figura e della cattiva gestione della sua memoria artistica e perfino delle sue proprietà. Cosa importa a noi di tanta mediocrità? A Giorgio Gaber, che lo scoprì e lo aiutò agli esordi, importava piuttosto della sua caparbia eccezionalità. 

Dal battito primordiale di Fetus al grande successo pop

Fatto per affascinare e dividere, Battiato. Chi ha imparato ad amarlo fin dagli esordi, ricorda i look inquietanti e provocatori dei primi anni, il battito del cuore e le voci di neonato che aprono Fetus, suo disco d'esordio e il periodo che arriva fino alla fine degli anni Settanta. In cui, imbevuto di Gurdjeff, di mistica orientale, di filosofia araba e indiana come di studi e interessi per il pensiero centro-europeo, sfidava pubblico e band di cui apriva i concerti con brani che definire impegnativi è il minimo. L'uso dei synth, i testi poetici e profondi, il suo presentarsi da solo sul palco fra le tastiere, prima ancora che accompagnato da una vera band, segnalavano un autentico alieno della musica italiana. Uno che dai tempi di L'Egitto prima delle sabbie fino all'esplosione degli anni Ottanta, ha sempre detto: "Il successo non mi convince"

Battiato agli inizi della carriera

Il che non gli impedì di dire: "Ho in mano un disco da un milione di copie". E così fu: da L'era del cinghiale bianco a La voce del padrone Franco Battiato divenne l'artista più famoso di questo Paese retrogrado e conservatore. Giocava con la sua stessa cultura fatta a pezzi e ricomposta con la tecnica del cut up usato dai poeti beat più sovversivi (Burroughs) e cantare Cerco un centro di gravità permanente divenne il "must" di quelle estati. Battiato era già oltre.

La canzone: da sedurre e violentare

Nel corso degli anni, l'avvicinamento di Battiato all'islam e al sufismo (quindi il lato più meditativo, mistico e pacifico) ha fatto molto discutere. Ma lo abbiamo già scritto: collegato a tutto, attratto dalla tecnologia e dalle innovazioni, il cantante e compositore era prima di tutto un viaggiatore delle radici, dei mondi, delle dimensioni e delle modalità di esplorazione della condizione umana che mescolassero quanti più sguardi e prospettive. Da qui il concerto a Baghdad con orchestra, da qui il ritorno alla canzone, addirittura quella della tradizione italiana e anglo-americana omaggiata nelle "cover" della serie di dischi antologici Fleurs. I nuovi allontanamenti tra esperimenti, sbandate, nuove messe a fuoco di L'imboscata, Gommalacca, Come un cammello in una grondaia. I sodalizi con Giusto Pio e poi con Manlio Sgalambro, il nuovo successo travolgente dell'ultima vera canzone universale sull'amore, La cura, da lui poi vissuto quasi come fastidio per come quel brano fosse diventato un tormentone da feste nuziali e di fidanzamento.

Da "perché sei un essere speciale" a Beethoven

Il cinema, con omaggi a Beethoven e Haendel, i documentari sulle esperienze post morte buddiste (Attraversando il Bardo). Le opere colte come Genesi e Gilgamesh e l'indimenticabile Povera patria, sull'indignazione che non può mancare a chi vede come "nel fango affonda lo Stivale dei maiali". L'amore per la pittura, gli studi, il ritiro nella sua casa alle pendici dell'Etna, un breve ritorno all'elettronica degli esordi con lo pseudonimo Joe Patti. Poi l'addio, e nel silenzio lieve e profondo a cui Franco Battiati ci ha abituati risuona beffardo un passaggio di una sua vecchia intervista: "Mi hanno lasciato essere come volevo e, se posso dirlo spudoratamente, io sono cambiato e ho fatto tutto il mio percorso solo per loro. Me ne frego delle sicurezze e me ne frego di offrirle. Sa cosa mi diceva Lucio Dalla? Il mio amico Dalla, certo. “Io inseguo il pubblico, Franco. Tu ti fai inseguire”. Sembra una ca..ta, ma è vero. Io dei gusti dei fans me ne frego".