"Da Virginio vincitore di Amici e autore di successo, al fascino sonoro di Battiato. Il mio ponte musicale fra Italia e Usa"

La scena musicale italiana, a parte poche eccezioni, fuori dal Paese non esiste. Ma c'è chi lavora a nuove strategie per gli artisti di casa nostra

Roberto Mancinelli tra Battiato e Virginio
Roberto Mancinelli tra Battiato e Virginio
di Cristiano Sanna   -   Facebook: Cr.S. su Fb   Twitter: @Crikkosan

Fai due passi fuori dall'Italia e i nostri "eroi" musicali, come Vasco Rossi o Ligabue, li conoscono in pochissimi che non siano italiani immigrati all'estero. E come quei nomi se ne potrebbero fare molti altri. Nessuno vuole levare peso specifico a quegli artisti o negare i successi della loro carriera. Ma come si fa a creare un canale di promozione internazionale per i talenti (e perfino i musicisti affermati) di casa nostra? Uno dei modi è quello che sta costruendo Roberto Mancinelli, editore e produttore musicale. Con cui abbiamo parlato.

Roberto, siamo considerati da sempre un mercato musicale local. Una provincia dell'impero che riceve e consuma la musica proveniente dai Paesi monstre, come Usa e Gran Bretagna, e di recente anche Cina, Brasile, tutte le economie emergenti. Tu cerchi di invertire la tendenza. Come?
"Ho sempre sofferto, dalla mia scrivania di Milano, il fatto che la ricerca di un'attenzione maggiore finisse in una serie di frasi cortesi e niente di più. Dopo due anni fisso a New York, ora faccio la spola tra Milano e Manhattan. Ho cominciato a portare artisti e autori italiani a scrivere musica insieme ai loro colleghi americani. Le cosiddette co-scritture. Questo apre spazi di mercato e promozione da entrambi i lati dell'oceano".

Protagonista di questa iniziativa è Virginio, vincitore di Amici nel 2011 e autore, fra gli altri, di Laura Pausini.
"E' uno dei miei autori di punta. Siamo appena rientrati da New York dove abbiamo co-scritto due canzoni insieme ad un grande pool di autori americani che ora vanno all'attenzione degli artisti che li vorranno cantare. Lo stesso avviene in senso inverso. La fusione è già in corso ma serve soprattutto a noi italiani, che sul fronte del mercato musicale siamo sempre stati sudditi di superpotenze come gli Usa".

Perché, tra tanti giovani talenti, hai scelto Virginio?
"Ci lavoro insieme da tanto tempo, e per mandare avanti il progetto a cui lavoro e che già dà risultati positivi, c'è bisogno oltre che di talento musicale, di persone che sappiano parlare e scrivere molto bene in inglese. E che sappiano collaborare con gente di altre culture. Non è facile trovare questo mix, lui ce l'ha".

In generale dalle nostre parti faticano a trovare spazio anche i giovani autori, eppure ce ne sono di ottimi.
"Mica faticano solo loro. Il fatto è che siamo un Paese che tende a considerare chi scrive per altri come uno che non è riuscito ad affermarsi in prima persona come artista. All'estero questo pregiudizio provinciale non esiste, gli autori di belle canzoni, di canzoni di successo, sono rispettati e riconosciuti come un valore aggiunto. In Italia ci abbiamo messo anni prima di annunciare chi è il creatore delle canzoni eseguite dagli artisti in gara a Sanremo. Prima quei nomi non si sapevano. Un paradosso se si pensa che oggi gli autori vengono ricercati più che mai, perché dal copyright e dai suoi ricavi non si scappa. Ho detto tutto".

Hai lavorato anche sul catalogo musicale di Battiato negli Usa. Com'è andata?
"Dalla sede della Sony Atv a Milano avevo siglato un contratto di amministratore editoriale nel 2012. Quando mi sono spostato negli Usa e ho fatto ascoltare le sue cose mi sono reso conto che gli americani amano i suoi primi lavori, come Fetus o L'Egitto prima delle sabbie. La musica che ha composto in quel periodo può essere perfetta con funzione evocativa, legata ad installazioni o mostre al Moma o al Guggenheim, ad esempio". 

Chiudiamo con due segnali che non andrebbero sottovalutati: Carmen Consoli va negli States a suonare le canzoni con i versi di Emma Dante, qualcosa di tipicamente italiano, siciliano, colto, e viene salutata da grande successo. Elisa prova ad affermarsi negli Usa cantando in inglese e facendosi produrre un album da Glen Ballard, lo stesso artefice del grande successo di Alanis Morissette. Ma non ci riesce. Un segnale chiaro di ciò che gli americani si aspettano dai musicisti italiani.
"C'è un'attesa verso la musica italiana molto precisa: all'estero, a partire dagli Usa, il nostro Paese significa stile, cultura, storia, profondità. Se tu vai da loro con Ligabue, con tutto il rispetto, li sorprendi, perché non si aspettano il rocker mediterraneo, loro che hanno fatto la storia del rock. Se invece vai lì con il tenore pop alla Bocelli o come Il Volo, l'immagine che hanno di noi corrisponde alla proposta e allora la premiano. C'è poi un fiorente mercato di lingua latina, ispanica, che ama molto la Pausini e per un certo periodo Ramazzotti. Anche i nostri organi di promozione spingono una certa idea di Italia. Gli spazi vuoti provo a riempirli, spiegando agli americani che non c'è solo Bocelli o belcanto così non ci sono soltanto giapponesi che mangiano sushi. E proponendo altro". 

Domanda secca: i talent show stanno salvando un'industria musicale morente o stanno illudendo i musicisti di poterli aiutare ad emergere?
"I talent non sono il male, ci sono sempre stati. Un tempo si chiamavano Sanremo Giovani, Castrocaro, Cantagiro. Ora sono molto più televisivi e spingono sulla competizione massima, rendendo romantica l'idea che puoi trasformare la tua vita, che so, da barista sconosciuto a popstar in due settimane. Però è vero che i talent danno la possibilità di farsi vedere, almeno per un po'. Quelli che restano in piedi quando le puntate finiscono, sono gli musicisti e cantanti che hanno qualcosa da dire, che già da prima dei talent, e quindi anche dopo, hanno costruito la loro identità tappa dopo tappa".