"Il nostro Fabrizio", il ricordo del De André più intimo nelle parole di Dori Ghezzi e di Cristiano

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Ognuno di noi ha il suo privatissimo pezzetto di Fabrizio De André, da accarezzare o piangere quando la malinconia si fa troppo sentire in questi giorni in cui cade il ventennale della sua morte, avvenuta a Milano l’11 gennaio 1999, e in cui le iniziative per ricordarlo si moltiplicano e rimbalzano di città in città e dalla tv ai cinema, dai teatri alle sale dei musei. È il destino dei veri grandi, capaci di parlare a tanti, tantissimi, e contemporaneamente a ognuno, facendolo sentire a suo modo unico.

La sua musica e le sue parole sono più vive che mai, custodite dal grande lavoro che la Fondazione Fabrizio De André, presieduta da Dori Ghezzi, ha fatto in questi anni, ma anche dalle tante iniziative editoriali e artistiche che scrittori, musicisti e ammiratori di Faber continuano a tributargli. Giovedì 10 gennaio in prima serata su Rai1 De André verrà ricordato in uno speciale di Vincenzo Mollica, “Fabrizio De André – Parole e musica di un poeta”, che raccoglie brani di esibizioni live e stralci di interviste concesse negli anni dal cantautore genovese.

È proprio di queste settimane, poi, la pubblicazione di “Falegname di parole” (ed. Feltrinelli), un prezioso libro arricchito dagli appunti di De André, dalle fotografie più intime, dai testi autografi con i ripensamenti e le correzioni a firma di Luigi Viva, ovvero dell’autore della biografia più completa su De André, oltre che da lui autorizzata e seguita passo a passo.

Un anno fa, con grande successo prima nei cinema e poi in tv, era andata in onda la fiction “Fabrizio De André – Principe Libero”, interpretata da Luca Marinelli e da Valentina Bellé. Ma prima ancora le sale si erano riempite per un altro film firmato da Gianfranco Cabiddu, “Faber in Sardegna”, un documentario che ha il merito di raccontare attraverso interviste a colleghi, parenti e amici uno degli aspetti più importanti e meno conosciuti della vita di Fabrizio De André, quello che l’ha portato a costruirsi il suo buen retiro in Sardegna, una sorta di affascinante Macondo nella Gallura di granito e di cisto e lentischio.

Quel posto, che Fabrizio descriveva “come un paradiso di terre e acque” si chiama “L’Agnata”: lì arrivò nel 1970, quando era solo un rudere da rimettere a posto. E anno dopo anno lo ristrutturò, ci impiantò un’azienda agricola e ci andò a vivere con Dori e con la piccola Luvi e per lunghissimi periodi con Cristiano, il figlio avuto dalla prima moglie e che in questi anni ne ha raccolto l'eredità artistica. Un posto dove rimase fino alla fine, perché nonostante la drammatica esperienza del sequestro di persona, continuò a scegliere il silenzio e la lontananza dell’isola. Ed è proprio in occasione della presentazione al pubblico di “Faber in Sardegna”, nel novembre del 2014, che Tiscali.it intervistò Dori Ghezzi e Cristiano De André. Un’intervista che abbiamo scelto di pubblicare oggi perché racconta nelle parole di chi lo ha conosciuto meglio di tutti un De André intimo, quello che si intestardiva a voler fare l’agricoltore, che non si stancava di chiedere mille curiosità ai pastori e che sentiva l'impellenza di far silenzio intorno a sè quando il clamore per il successo della sua musica rischiava di infastidirlo.