Albanese, presunto gay e allergico ai selfie: Ermal Meta, poeta del pop contro gli sterotipi

Il trionfo in tour del cantautore che conquista sempre di più il pubblico italiano, è l'occasione per riflettere sul talento che abbiamo a disposizione, e mettere da parte un bel pò di pose razziste-machiste-gossippare francamente insopportabili

Ermal Meta
Ermal Meta
di Cristiano Sanna   -   Facebook: Cr.S. su Fb   Twitter: @Crikkosan

"Un paio d'anni fa ero a suonare qui, a vedermi e ascoltarmi eravate in 27. Li avevo contati. Mai mi sarei aspettato di trovare tutto questo davanti a me, e anche dietro di me". Con una folla da tutta esaurito davanti, e alle spalle un mare magico e antico che riflette le luci dell'anfiteatro romano dentro il sito archeologico fenicio di Tharros. In mezzo, il suono, come quello della fame di musica che anni fa portò Ermal Meta fino all'Italia. Ermal è una delle migliori voci del nuovo cantautorato italiano, e gli tocca, a intervalli regolari, vedersela con gli stereotipi. Perché è albanese, perché si è vociferato inutilmente e a lungo sulla sua presunta omosessualità. Perché considera la musica come qualcosa di alto, di importante, proveniente (come ha spiegato tempo fa commentando Schegge, uno dei suoi brani più belli) da una sorta di memoria primordiale per cui non sappiamo da dove arriva. Ma c'è, ed è una signorina che esige esclusiva dedizione. 

"Con i porti chiusi non sarei qui"

Ermal l'albanese adorato dal pubblico italiano e considerato fra i maggiori talenti nella scrittura di canzoni pop, aveva già detto la sua sul muro di Salvini contro i migranti e la propaganda dei porti chiusi: "Se quello che sta succedendo adesso in Italia fosse accaduto 24 anni fa io non sarei qui a scrivere canzoni, fare musica, andare in tv ed esibirmi ai concerti". Ed eccolo qui poco più che bambino, con madre e fratelli, in quell'Italia che ancora per l'Albania è una sorta di California. Il Paese moderno, libero, civile, aperto che sfondava il muro comunista con le frequenze radio televisive ed eccitava i suoni di una piccola nazione che voleva un altrove e che, caduto quel muro, se lo sta costruendo. Ermal inseguito dalle voci di omosessualità, come se fosse una "spezia" con cui rendere più saporito, più interessante un artista. Voci che, lo ricordiamo, si moltiplicarono durante lo scorso Sanremo, quando vinse in coppia con Fabrizio Moro. Tale è il livelo della critica culturale e musicale nello specifico in Italia. Ermal che se non se la sente non dà interviste (glielo abbiamo chiesto, ha declinato, le fatiche del tour hanno prevalso e ce ne siamo accorti avvertendo la stanchezza vocale in coda al bel concerto di Tharros). Ermal che rivendica la condizione di artista. Perciò stop agli eccessi social.

"Non sono un animale da selfie"

Negli scorsi giorni alcuni fan hanno storto il naso perché il cantautore si era rifiutato di farsi fotografare con loro a margine di un altro concerto: "Avevo la febbre, il tour è dispendioso in termini di energie, gettate via 'sti telefonini e godetevi il concerto". Ed è stato davvero godibile il generoso live a Tharros (più di due ore) in cui l'ex voce dei La fame di Camilla, ora apprezzato solista, si è dato al suo pubblico entusiasta. Di tutte le generazioni. Il meglio Ermal Meta lo dà nei brani intimisti, delicati, nella reinvenzione del tipico singolo pop italiano che nelle sue mani ha altro respiro (Ragazza Paradiso), nella voglia di giocare con timbri e atmosfere (Mi salvi chi può) che vengono di peso dall'ambito british (gli effetti delle chitarre e quelli sulla voce, le citazioni di strumenti colti come il theremin campionato dal synth, gli arrangiamenti che evitano l'italica pomposità). Nel ricordare la lezione di Jeff Buckley nell'uso espressivo del falsetto (strepitosa, come ultimo bis in coda, la riproposizione di Amara terra mia di Modugno, che già lasciò a bocca aperta al Festival). Nel conoscere bene i veri padri del pop, come i Beatles (c'è molto di loro nell'armonia di uno dei suoi pezzi migliori, Schegge). Nel giocarsi le sue carte di hit maker (Vietato morire, A parte te). Nel tributare il giusto onore ai grandi padri del cantautorato italiano, come Venditti (Lettera ad Antonello è una canzone-passaggio-di-consegne). E nel dimostrare che, se un pezzo, è bello, lo è perché è già perfetto per sola voce e chitarra. Come nel lungo bis in cui infila Invecchio, dialogo struggente tra nonna e nipote. La musica d'autore ha una nuova voce importante su cui contare. Certo non è facile farsi largo in tempi di trap e di Young Signorino e i suoi scarabocchi finto-gangsta in faccia. Ma Marte, lassù, sopra le note di Meta e il mare di Cabras, sembrava sorridere rosso nel cielo nero. Lasciando che le note si facciano giustizia da sé.