Da "devo fermarmi, sono malata" a "vermi, insultate me": Emma e il caso del tumore che diventa un reality show

Come già accaduto a Nadia Toffa, siamo di nuovo al bivio: odiatori contro "commossi" via click e post. Ma la posta in palio è importante. E ci riguarda tutti

Da 'devo fermarmi, sono malata' a 'vermi, insultate me': Emma e il caso del tumore che diventa un reality show
di Cristiano Sanna   -   Facebook: Cr.S. su Fb   Twitter: @Crikkosan

Fare, lo devi fare. Prima di tutto perché c'è chi ti aspetta a tutte quelle inevitabili attività promozionali che di solito seguono la pubblicazione di qualcosa atteso dal pubblico. In questo caso, un disco. Era inevitabile e corretto, perciò, che Emma Marrone avvisasse i fan della sua necessità annullare tutti gli impegni che le portassero via tempo ed energie necessarie a tornare a curarsi. Il tumore all'utero e all'ovaio l'ha colpita per la terza volta in nove anni (l'esordio del male a 24 anni con operazione, poi di nuovo a 29, ora è la terza battaglia, la cantante ne ha 33). Le sue parole, asciutte: "Questo non era proprio il momento giusto, ma in certi casi nessun momento lo sarebbe stato. Da lunedì mi devo fermare per affrontare un problema di salute. Ve lo dico personalmente per rassicurarvi e per non creare allarmismi inutili". E così un tumore diventa, per forza di cose, uno "spettacolo" da condividere fra Web e social. Con inevitabili contraccolpi.

Come ci trasforma la condivisione del male

Era già successo con Nadia Toffa, l'inviata delle Iene morta a 40 anni lo scorso 13 agosto che ha documentato, con precisione ossessiva, tutte le fasi del suo tentativo di salvarsi dal tumore che l'aveva colpita al cervello. Non risparmiando nemmeno il tribunale pubblico e monolaterale (cioè la sua versione della storia) a un non meglio precisato compagno che lei aveva lasciato perché non abbastanza attento alla sua condizione, non capace di accompagnarla alle terapie, di essere adeguatamente presente. Bocciato. Senza appello. Il che aveva fatto crescere la versione light, veloce e superficiale della stima verso la Toffa ma anche il disprezzo per lei sui social, accusata di voler trasformare la malattia in uno show, di non aver rispetto per chi nella sua stessa condizione non ha pari visibilità, insomma, di essere "invadente". Per Emma l'ondata di commozione online mossa dal suo annuncio è già allo stesso bivio: schiere di fan, di colleghi e politici (da Pausini a Renzi) che le assicurano il loro amore e la solidarietà. Per contro, l'altra curva: quella degli odiatori da tastiera, i miserabili nascosti dietro un nickname che anche nelle scorse ore hanno avuto il fegato di scriverle "ora non avrai tempo di parlare di #Salvini" (il riferimento è ai suoi post per l'accoglienza dei migranti) e "ben ti sta, così impari a criticarlo". Eccoci di nuovo al bar sport della politica. Alle grida dal balcone. Fatto che ha provocato lo sdegno, tra gli altri, di Gabriele Muccino che ha recentemente diretto Emma sul set del su nuovo film e che ha twittato: "La violenza verbale la colpisce. Insultate me, uomini col cuore pieno di vermi". E' arrivato il momento di chiederci: come ci sta trasformando la condivisione online della sofferenza?

L'equilibrio personale non basta

In cosa ci sta mutando il continuo reality show della malattia e del dispiacere? A poco è servito che, qualche giorno dopo l'annuncio che il cancro era tornato a bussare alla sua porta, la stessa Emma in un video colto per strada invitasse i fan a stare tranquilli, "tranquilli come me". E che abbia poi spiritosamente postato all'indirizzo dell'amico Tiziano Ferro "preparami un pass per tutte le date" riferendosi al tour del cantante in partenza. Siamo di nuovo al bivio, a quel bivio: tra chi impregnato di cultura fatta di lacrime in diretta tv e di dolori personali postati su Instagram (che comprendono di tutto, dal braccio fasciato dopo aver donato il sangue alla morte del proprio animale domestico, al neo rimosso dal dermatologo fino al cancro al cervello, indifferentemente) si lascia emozionare in positivo. E chi vomita odio, rancore, malsopportazione, disistima per un personaggio che la morte leverebbe solo da lì. Proprio da lì.

Dolore in diretta: dal neo rimosso al cancro al cervello. Indifferentemente

Difficile e forse inutile dare giudizi netti su come antropologicamente la velocità e la nuova necessità di stare in vetrina social, anche coi lividi, le lacrime, i mali incurabili, stia facendo mutare la nostra sensibilità e coscienza. Se questa leggerezza paradossalmente serva a esorcizzare la più grande paura umana: essere soli, ritrovarsi inutili di fronte alla patologia. Scoprire la propria finitezza, alla faccia dell'amplificatore della celebrità. O se invece il grande reality delle chemio e delle operazioni a visceri aperti non ci stia anestetizzando. Come di fronte alla continua esposizione a scene forti (sequenze di violenza al cinema, video porno sempre più strong). Alzi l'asticella, scrivi e interagisci per posa, ti lavi la coscienza con un click ma poi rischi di non sentire più nulla. Calma piatta, noia. Nel dubbio, lasci il tuo profilo post mortem a Facebook e dintorni, che non aspettavano altro. Loro sì che hanno sempre saputo cosa fare della tua, della nostra vita.