Colapesce e Dimartino: concerto tribolato fra pioggia e turbine di vento. Ma il problema è un altro

Confermate tutte le qualità dei due autori di "Musica leggerissima" nel live. Più degli inconvenienti meteo, ci sono da segnalare due punti di crisi. Intervista

Colapesce e Dimartino: è il loro momento, meritatamente
Colapesce e Dimartino: è il loro momento, meritatamente

Bello. Molto bello. Lo scriviamo subito e chiaramente, a scanso di equivoci. La tappa del tour di Colapesce e Dimartino al Parco dei Suoni di Riola Sardo (Oristano) ha confermato tutto ciò che era stato apprezzato finora delle carriere parallele dei due cantautori siciliani, poi confluito nell'album a quattro mani I mortali e nel boato sanremese di Musica leggerissima. E dunque: grande senso melodico, una poetica personale che produce versi molto distanti dai soliti stereotipi pop e di notevole suggestione (uno fra tutti, Se le ipotesi fossero germogli io le annaffierei dando dignità e queste parole d'acqua) e un gusto raffinato nella costruzione degli arrangiamenti. Di fronte a un menu simile, sono più che giusti e sentiti gli applausi. Non era un caso l'entusiasmo del pubblico presente. Peccato che il concerto si sia dovuto interrompere prima per l'arrivo della pioggia, poi per il vortice di vento che minacciava la sicurezza del palco.

Un punto di crisi, anzi due

Ma a margine del live, ecco due riflessioni sul doppio problema apparso attorno a questo concerto: primo, il pubblico, inteso come numero. Dov'è la gente? Perché così poca? Se nemmeno il tormentone dell'anno e il resto del canzoniere di due degli autori del momento spinge a tornare a gustarsi un concerto, siamo di fronte a un segnale preoccupante. Secondo, la logistica: è ormai qualche anno che il Parco dei Suoni, ex cava recuperata e destinata a grandi eventi, è in funzione. E a qualche anno di distanza, si arriva lì attraverso strade buie, con indicazioni pessime (chi scrive ha dovuto cercare in mezzo ai cespugli di macchia mediterranea un telone mezzo afflosciato con la scritta Parcheggio per capire dove lasciare la macchina) e percorsi in parte male illuminati per raggiungere il palco. Questo è il punto: se vogliamo recuperare luoghi di interesse culturale e industriale agli eventi di spettacolo, tutto ciò che sta attorno a questi luoghi va qualificato in modo decente. L'adagio del "selvaggio è bello" è diventato insopportabile, per scomodità dello spettatore e del turista. Detto questo, eccoci alla interessante conversazione con Colapesce e Dimartino prima del concerto.

Non vi preoccupa che il grande successo popolare di Musica leggerissima possa eclissare il resto del vostro lavoro, che è fatto di brani anche più notevoli?
"Sinceramente no. Perché ci rendiamo conto, concerto dopo concerto, che il pubblico viene ad ascoltare tutte le nostre canzoni, le conosce, le canta insieme a noi, fa parte di un percorso che abbiamo condiviso fin dai nostri esordi. Perciò quando arriva il momento di Musica leggerissima è quasi un di più, la classica ciliegina sulla torta. Va benissino così. Ci viene in mente quel che accadde al maestro Battiato con Centro di gravità permanente o La cura. Tutti conoscono quei brani, ma la carriera di Franco era ricchissima già prima e lo è rimasta dopo".

Il successo di Musica leggerissima possiamo dire che ha messo una pietra tombale su chi scrive e dice che il pubblico italiano è spaccato in modo inconciliabile fra chi ascolta musica melodica e cantautoriale, e chi si limita a trap e hio hop?
"Secondo noi sì, sono distinzioni che non hanno più tanto senso. Poi quella nostra canzone è passata attraverso il più grande amplificatore di emozioni d'Italia, che è Sanremo. Piaccia o no, fa ancora una differenza fondamentale".

E' nelle radio Toy Boy, il vostro spiritoso duetto con Ornella Vanoni che state per ritrovare sul palco.
"Abbiamo giocato con l'ironia per sottolineare quanto ammiriamo e amiamo Ornella, siamo suoi devoti fan e per noi è una gioia aver realizzato questo brano assieme".

Ci fate qualche nome di artisti che apprezzate particolarmente?
"Oh, sono tantissimi. I primi che ci vengono in mente sono Marco Castello, un bravissimo nuovo cantautore, Iosonouncane, e i maestri del songwriting come Lou Reed e Leonard Coen. Senza dimenticare il lavoro sonoro di Brian Eno".  

Come si riesce a portare avanti un lavoro musicale di co-scrittura, voi che avete percorsi come autori solisti già ben consolidati?
"Ci viene in mente una sola parola: fidarsi. Non abbiamo un metodo fisso, le idee si possono intrecciare in vari modi, l'importante è saper fare spazio all'altro e avere piacere di condividere il lavoro ad una storia da raccontare in musica. Una cosa che non amiamo sono le scuole di scrittura. Ce ne sono di ottime ma non fanno per noi".

Due o tre temi che ci tenete a raccontare, di questa Italia di oggi?
"Il nostro album I mortali è incentrato sull'adolescenza come punto di massima vitalità, sull'importanza di accettare la fine delle cose, e su una certa sicilianità lisergica e visionaria che non ha niente a che vedere con le solite immagini cartolina del Meridione".