Metti un alieno fra i Giganti e avrai il live perfetto: Ben Harper fa vibrare il Parco dei Suoni

Un grande concerto dopo due anni stritolati dai lock pandemici. Il pubblico ideale, la location magica. Ma chi gestisce (molto male) cibo e bevande attorno all'evento?

Ben Harper nel concerto al Parco dei Suoni (Foto dalle pagine Fb del Parco e di Sardegna Concerti)
Ben Harper nel concerto al Parco dei Suoni (Foto dalle pagine Fb del Parco e di Sardegna Concerti)

Quanti anni aveva quando comparve come una cometa aliena nel mondo musicale, conquistandolo tutto, metro dopo metro? Ventitre. Erano tempi di grunge, di Soundgarden e Nirvana, di arretramento dell'elettronica dopo anni in cui aveva dominato rispendendo il rock in cantina e spingendo star annoiate come Sting a cantarne la morte. Ben Harper si affacciava al mondo cantando un testo così: "Welcome To The Cruel World/Hope You Find Your Way/Yes It's a Cruel World/When You'r Tryin' To Get By". Il pezzo era dolente, anti classifica, anti mode del momento. La musica ripescava vecchio blues rurale, folk acustico, poi lo ibridava col resto della grande black music. Ed esplodeva un fenomeno che da allora non si è più fermato. Il maledetto Covid ha costretto ad aspettarlo due anni, rinviato volta per volta, questo tour e questo concerto. Ecco perché al Parco dei Suoni di Riola Sardo, a due passi dal Sinis e dentro la terra in cui sono stati trovati i Giganti di Mont' 'è Prama, c'era la folla e l'elettricità dei grandi eventi.

Blues, reggae, sudore e fumi di salsiccia arrosto

A Ben Harper deve essere sembrato un pezzo di Arizona o di California rurale, la ex cava oristanese sperduta nelle campagne con parcheggio in battuto sterrato che faticava a contenere il lentissimo serpentone di auto di spettatori ad accorrere verso il suo concerto-rito. Fra molti turisti stranieri in mezzo al pubblico. "One of my favorite places in the world" ha detto quasi a fine live il cantante, compositore e chitarrista. E non è sembrata piaggeria american style, per chi ha invocato Hendrix e Marley fra le apparizioni in sogno che lo hanno spinto a suonare "all'antica" la slide guitar dei bisnonni afroamericani fra un tuffo nell'oceano e una gara di skate. C'era la comunanza di antiche vibrazioni ad abbracciare un pubblico da grandi occasioni, avvolto da nubi di fumi di salsiccia e altre carni arrosto, sollevando le spine di birra mentre gli Innocent Criminals, proprio quelli, la più amata delle band formate da Harper, snocciolavano molti dei suoi brani più amati. Dal 1993 sono passati tre Grammy e qualche milione di dischi venduti. Il ragazzino di colore con la chitarra appoggiata piatta sulle gambe e le trecce rasta, ora ha meno capelli, è sempre un bell'uomo e ha sempre quella voce di velluto spezzato che da un suono speciale a tutto quello che canta.

La celebrazione della coerenza artistica

Era una scaletta perfetta, quella del live nel cartellone di Sardegna Concerti al Parco dei Suoni di Riola Sardo. La testimonianza di quanto ancora possa pagare la credibilità di una grande coerenza artistica. Dopo il grande successo di Diamonds On The Inside ci fu chi disse che Ben Harper aveva ripulito suono e approccio e imparato a prendersi cincamente il vertice delle classifiche. Che si fosse "Lenny Kravitzato", facendo una musica di citazioni. Niente di più sbagliato. Da Burn To Shine a Burn One Down, dal martello dolente Faded al reggae di Jah Work e With My Own Two Hands, fino ai brani dell'appena uscito nuovo album Bloodline Maintenance, Harper è un archeologo del meglio della musica tradizionale afroamericana. Dentro ha i grandi padri del blues del Dopoguerra ed Hendrix, i cori gospel e i Wailers, il funk e le corde acustiche. I due soli di chitarra che ha regalato, uno più bello dell'altro, erano la sintesi di una vita da ricercatore, prima che da songwriter. Un live perfetto, una benedizione dopo tanta sete di veri concerti stritolati dal lock pandemico. Con un appunto: perché allora non curare meglio la parte di cibo e bevande collaterale al concerto? Chi se ne occupa? Un meccanismo infernale che costringeva a fare quattro file. La prima per cambiare i soldi cash in fiches (e non fish, come stava scritto sul cartello, facendo credere che si potesse mangiare del pesce), la seconda per prendersi la birra, la terza per ricambiare le fiches in tagliandini colorati e da lì la quarta per prendersi finalmente un panino. Con bestemmie in tutte le lingue turistiche del mondo. Ma si può?