[Il ritratto] Bentornata Mimì, uccisa dalla maldicenza e risuscitata dalla tv

Mia Martini se ne andava 23 anni fa, all'apice di una carriera che le stava restituendo lustro dopo anni terribili. Ma le dicerie da retropalco continuavano a ferirla. Tra amori devastanti. Ora un film per la televisione ne ripercorre la vita

Mia Martini. A destra, Serena Rossi nei suoi panni
Mia Martini. A destra, Serena Rossi nei suoi panni
di Cristiano Sanna   -   Facebook: Cr.S. su Fb   Twitter: @Crikkosan

Non è una puntata di Tale e Quale Show. E' molto di più: il tentativo di restituire completa dignità ad una delle più grandi voci che la musica italiana abbia mai avuto. Non dignità artistica, che nessuno gliela può portar via ma personale, strappata da anni di dicerie maligne, superstizioni meschine da retropalco e voci che uccidono. E' Serena Rossi, attrice e ottima cantante a dare voce e corpo a Mia Martini nella fiction Rai Io sono Mia che arriva in anteprima dal 14 al 16 gennaio al cinema prima di debuttare in tv a febbraio su Rai Uno e RaiPlay.  E un po' Tale e Quale è responsabile della scelta della Rossi, che tre anni fa interpretò (trucco e parrucco compresi) una memorabile Almeno tu nell'universo nel talent lasciando tutti a bocca aperta. Come è rimasta senza parole l'Italia di fronte alla morte improvvisa di Mimì 23 anni fa. Avrebbe avuto 71 anni lo scorso 20 settembre.

"Aveva un volto sereno"

Lo disse Beppe Nocera quel pomeriggio del 12 maggio 1995, quando trovarono Mia Martini stesa sul suo letto senza vita per i postumi di quello che sembrava un infarto. L'autopsia rivelò poi che il cuore non aveva retto all'uso di cocaina. Se ne andava con una serenità che mai aveva avuto prima disegnata in viso, in una vita sull'altalena di cadute dolorose e trionfi irripetibili, e avvolta nella maldicenza. Quella calunnia, venticello sottile e letale che distrugge le persone, su cui Rossini scrisse una perfida aria del Barbiere di Siviglia. Era drogata, portava sfiga, nell'ambiente dello spettacolo questa voce diventò endemica e soffocò la vita e la felicità di una delle interpreti più dotate e intense della storia della musica italiana. Dopo fu solo silenzio imbarazzato e colpevole, o un cercare di correre ai ripari intitolandogli il premio della Critica assegnato ogni anno a Sanremo. 

I tentativi di cambiarla, inutili

Ci provarono in tanti a trasformare Mia Martini in qualcos'altro, prima il grande autore Carlo Alberto Rossi (quello di Le mille bolle blu) che cercò di lanciarla come personaggio disimpegnato e yé-yé agli inizi della carriera. Mia si ribellò in fretta, rifece la sua identità artistica (addio a Domenica, il nomignolo con cui divenne famosa nacque con Alberigo Crocetta, creatore del mitico club Piper, che le suggerì il cognome artistico Martini a cui lei aggiunse Mia in omaggio all'attrice Farrow). Andava sul palco in bombetta e scialle viola. Sempre capace di rialzarsi con la sua forza artistica, con la presenza sul palco e la voce unica, anche dopo i quattro mesi di arresto in Sardegna (agosto-dicembre 1969) per possesso di hashish. Nel 1971 esce l'album Oltre la collina ed è l'inizio di un trionfo che dura per anni. Ma come cantava De André la maldicenza insiste, batte la lingua sul tamburo. Muoiono un un incidente stradale d'auto alcuni musicisti della sua band. Le voci su Mia portasfiga si moltiplicano (un tendone che cede per la pioggia prima di un concerto, una camera d'albergo in cui alloggia che va a fuoco). Quelle sulla tossicodipendenza non si quietano. L'amore con Fossati è tesissimo e violento, tra percosse e scenate di gelosia di lui che vorrebbe farle abbandonare la carriera artistica mentre, paradossalmente, le regala un gioiello di canzone dietro l'altro (La costruzione di un amore, E non finisce mica il cielo). Tensione così distruttiva da farle ammalare le corde vocali, piene di noduli e perciò sottoposte a due operazioni prima di tornare in studio di registrazione e a esibirsi dal vivo.

La seconda vita interrotta

Baldan Bembo, Lauzi, Maurizio Fabrizio, Fossati, Califano scrivono per lei canzoni indimenticabili, Aznavour la vuole con sé sul palco, "unica voce capace di emozionarmi davvero", ad ogni apparizione lascia il segno ma la stanchezza è tanta, il pettegolezzo non molla, si ritira in Umbria a metà anni Ottanta, decisa a lasciare la carriera artistica. Nel 1988 esce illesa da un brutto incidente d'auto, con il mezzo che si schianta a causa del ghiaccio. E indomabile, decide di tornare in scena. Nel 1989 spacca in due Sanremo con Almeno tu nell'universo, un capolavoro. Poi La nevicata del '56, un album tutto jazz, Gli uomini non cambiano, le collaborazioni con Murolo e Gragnianiello. De André la adora, Mina si spertica di lodi per lei, si parla di collaborazioni tra le due e del concretizzarsi del progetto insieme a Pino Daniele, quello osteggiato in tutti i modi da Fossati. Torna la pace col padre e con la sorella Loredana Berté, all'ombra dell'antica amicizia con Renato Zero. Ma il male di vivere non smette di tormentarla. Fino all'addio. Con il mito sbattuto per sempre in faccia alle piccolezze del mondo dello spettacolo nel Belpaese.