Fulminato dalla meningite: addio a Jeff Beck, il più bravo di tutti ed eterno secondo

Se ne va improvvisamente a 78 anni uno dei più grandi musicisti e chitarristi di sempre. Carattere insolito, ribelle e genialoide. Ritratto di un pezzo unico

Jeff Beck (1944-2023). Foto Ansa
Jeff Beck (1944-2023). Foto Ansa

Bisogna dire la verità e in musica ce n'è da sempre una: con l'andare degli anni è difficilissimo restare sugli stessi livelli, specie quando si parla di abilità sullo strumento. Il suono, il tocco, la tecnica, la fluidità sono difficilissimi da mantenere al loro meglio. Ecco, Jeff Beck è stato la smentita vivente di tutto questo. Con il passare degli anni è andato continuamente migliorando, in una sorta di eterna giovinezza sonora che lo ha reso un maestro venerato e rispettato da tutti. Questo per capire chi, cosa abbiamo perso qualche ora fa. Fulminato da una meningite a 78 anni, se ne va uno dei musicisti più importanti dell'ultimo secolo e uno dei più grandi chitarristi della storia. Uno di quelli che hanno inventato le frasi e il suono che oggi usano i Maneskin nei loro brani, per intenderci in modo spicciolo. 

Il triangolo d'oro

Da recitare come un mantra: Clapton-Beck-Page. Questo viene tuttora considerato il triangolo d'oro della chitarra elettrica, specie se in ambito rock blues. Ma il discolo Jeff Beck è sempre stato a parte, oltre. La sua chitarra e la sua musica hanno incrociato molti generi e la sua tecnica è diventata così peculiare, con i pizzicati sulle corde, l'uso espressivo della leva vibrato, le decine di microvariazioni impossibili da emulare, da fare di Beck un unicum. Eppure per tutta la sua carriera lui è stato l'eterno secondo. Scavalcato in successo commerciale dai Led Zeppelin dell'amico e rivale Jimmy Page, con cui suonarono insieme per breve periodo negli Yardbirds. Battuto in popolarità e fascino da Eric Clapton, adombrato dalle evoluzioni di Ritchie Blackmore dei Deep Purple, schiacciato dalla furia esagitata di Pete Townshend degli Who. C'era sempre qualcosa che rimandava il grande appuntamento con la Storia per Beck, il folletto dal carattere difficile, il genio e antidivo allo stesso tempo. E anche quando si mise da solo, dopo il divorzio da Rod Stewart, portando la sua musica più verso territori fusion e jazz, non ebbe mai l'acclamazione di un altro collega virtuoso eccellente, John McLaughlin.

Il virus che l'ha ucciso

Jeff Beck è il chitarrista tradito dall'amplificatore che finisce per spaccare tutto sul palco, tra i fumi, in una delle sequenze più celebri della storia del cinema, in Blow Up di Antonioni. Quello scavalcato da tutti ma a cui tutti guardavano con invidia, intimoriti da una bravura superiore che nessun milione di copie vendute in più poteva scalfire. Uno che andava a ringiovanire anno dopo anno, sorta di Benjamin Button della sei corde. Talmente dotato dal punto di vista strumentale da potersi permettere di fare il meccanico di auto d'epoca nella sua officina-boutique. La musica trattata come una sorta di fidanzata di riserva. E che gli ha dato le maggiori soddisfazioni proprio negli ultimi anni. Ogni concerto un rito, ogni platea raccolta davanti a lui come in un raduno religioso, attorno a lui i migliori musicisti del mondo. Poi l'infezione. Scrive la famiglia: "Ha contratto una meningite batterica letale". Lo piangono tutti i colleghi eccellenti, compreso quel David Gilmour dei Pink Floyd che lo riveriva: "Sono devastato". Per tutti fa testo Mick Jagger che lo volle a tutti i costi nei Rolling Stones: Abbiamo perso un uomo meraviglioso e uno dei più grandi chitarristi". Beck all'epoca rifiutò di entrare negli Stones: "Diventerei ricco ma infelice. Non posso stare tutta la vita a suonare lo stesso accordo".