[Il personaggio] Parla di San Francesco ma sembra Caligola: quel furbone di Achille Lauro ha fregato tutti

Il trapper-non-più-trapper gioca con i luoghi comuni della santità e tutta la stampa gli va appresso. E' il tipo perfetto per scardinare Sanremo

Se dici Sanremo, dici di un pubblico di età avanzata (vedi la standing ovation, ennesima, per Al Bano e Romina) e fermamente cattolico. Conservatore, amante della melodia facile, delle rime cuore-amore, nemico di tutto ciò che gli si discosta. Vedi il ridicolo caso Junior CallyAchille Lauro, ex spacciatore che si è dato alla trap e che ha già capito che siamo in overdose di tamarri tatuati in viso che cantano di donnacce, marchi esibiti e soldi fatti in ogni modo possibile, prova ad allargare stile e pubblico. Con totale fede nella mediocrità del livello della stampa italiana e nell'effetto di scandaletti creati a bella posta. Se no non avremmo tutti questi titoli su "Achille Lauro come San Francesco" e i richiami alla povertà e alla spiritualità messi su Instagram dal non-più-trapper che all'Ariston si è presentato in cappa e piedi nudi, per poi denudarsi restando in tutino glitterato e tatuaggi a go go a cantare Me ne frego

Ode alla furbizia

Il brano di Lauro funziona benissimo e lo rappresenta per quello che è: un furbone che sa che i più giovani non sanno chi sia David Bowie e che conoscono ben poco del passato scandaloso e glam di Renato Zero, quello bistrato e sessualmente ambiguo che l'Italia di 40 anni fa insultava, non quello signorile e perennemente in abito nero che abita i melodrammi pop degli ultimi anni. Furbone era l'anno scorso, quando con stile punk e svogliato ciondolava addosso all'asta del microfono e cantava le gioie intossicate della popstar con Rolls Royce, scatenando la caccia alle streghe su una canzone che per molti inneggiava ad un tipo di droga. E accendendo la stima di Vasco Rossi che in Lauro rivedeva se stesso ai tempi, barcollanti e osé di Vita spericolata. Lo stesso Vasco che oggi scrive una canzone singolarmente brutta e banale per Irene Grandi in gara al Festival. Lauro fa l'italiano tipico, quello che cita le icone religiose con fare beffardo, apposta per far partire gli strilli di ammirazione di tanti nessuni che si sentono qualcuni nello spazio di 140 caratteri su Twitter e lo sdegno di chi troverà blasfemo che lui citi la spoliazione di San Francesco, il momento in cui il figlio di mercanti rinunciò a tutto per darsi a una vita di rinunce e spiritualità. Esattamente il contrario di quella che conduce Lauro.

Più Caligola che santo

Visto sul palco di Sanremo con quella cappa in realtà di lusso, Achille Lauro sembrava più un giovane Caligola. L'imperatore psicotico che spiazzò Roma e poi fu odiato a morte per le sue provocazioni, via via sempre più insostenibili. Il tutino color carne tutto luccichii, che lascia trasparire la vanità grossolana dei tatuaggi in stile trap, è il contrario della contenzione di Francesco. E' ostentazione della propria furbizia. Di chi sa che ha fregato ancora una volta i critici mediocri e la stampa che vive di luoghi comuni e slogan. Me ne frego, canta in un pezzo altrettanto furbo che in radio andrà alla grandissima. Sono tempi in cui tamarro è bello e Lauro, ex spacciatore che dice che la musica lo ha salvato da una brutta fine per droga, lo sa bene e fa il santo provocatore. Sanremo passa in fretta, il bello verrà dopo, quando fra passaggi radiofonici e date del tour, ci sarà da contare bigliettoni fruscianti. Ecco perché stavolta Lauro-Francesco e il lupo mannaro sono la stessa cosa.