Massimo Ranieri più forte di tutto, più forte anche del Covid

di Massimiliano Lussana

Innanzitutto, il numero di repliche: lo spettacolo di Massimo Ranieri, che si chiami “Canto perchè non so nuotare” o “Sogno e son desto 500 volte”, spettacoli in scena dal febbraio 2007, ha superato le cinquecento repliche, come in un never ending tour che fa registrare il tutto esaurito ogni sera, settimana dopo settimana, mese dopo mese e anno dopo anno.

Più forte di tutto, più forte anche del Covid: la data di ieri sera al Carlo Felice di Genova, ad esempio, era saltata quattro volte, proprio per l’emergenza sanitaria, ma Ranieri è più forte di tutto, come dimostra anche la sua storia personale.

E, attraverso il concerto-spettacolo, sono moltissimi i racconti del cantante napoletano, che sono storie personali e della storia d’Italia, a partire dagli incontri che gli hanno cambiato la vita.

Quello con Giorgio Strehler, “il più grande regista teatrale della storia, che 41 anni fa mi chiamò a recitare, un lavoro che io non avevo mai fatto. Mettevamo in scena un’opera di Bertolt Brecht e non era come oggi, sapevi quando entravi in teatro ma non sapevi quando uscivi, si stava a provare anche dodici o quattordici ore. Una notte mi incespicai su un brano e, dopo qualche mio errore, il Maestro perse la pazienza: “Se mi arrabbio, taglio questo pezzo. E se mi arrabbio tanto taglio anche Shakespeare…”.

A questo punto, Ranieri, sorride, legge un sonetto shakeasperiano, il 75, “Tu sei per la mia mente”, si commuove e guarda al cielo: “Mi perdonerai Giorgio, ma io questo non riesco a tagliarlo”.

Oppure, Domenico Modugno, “il più grande cantautore italiano di sempre, con cui ho avuto la fortuna di lavorare per “Rinaldo in campo”, prima che ci lasciasse, mi regalò questa canzone…”. E quando partono le note di “Resta cu’ mme”, la commozione in sala è doppia.

Ranieri ci tiene moltissimo a rendere omaggio “ai maestri che sono stati la mia fortuna, è solo grazie a loro se sono diventato quello che sono”.

E a un certo punto cita “la più grande attrice di tutti i tempi, con cui ho avuto la fortuna di lavorare”, - la formula è sempre la stessa – “Nannarella, sì Anna Magnani”. “ Mi faceva sentire come un figlio e un giorno mi chiamò nella sua roulotte a fianco del set e mi disse: “A regazzì te devo fa sentì ‘nà cosa. Prese la sua chitarrina, che si portava sempre dietro, e si mise a suonare questa canzone…”.

Partono le note di “Reginella”, con “T’aggio vuluto bene a te” e la commozione per la bellezza di quella musica si prende la sala e Ranieri racconta: “Se ho iniziato a cantare in napoletano lo devo proprio a lei. Io ascoltavo e scimiottavo Elvis, i Beatles, ma la mia strada era un’altra”.

Massimo racconta anche le due volte che aveva lasciato la canzone, la prima “a 24 anni, quando le cose mi andavano benissimo e la mia popolarità era alle stelle, ma decisi di mettermi a studiare e a imparare e il mio agente dell’epoca, in una Roma torrida e deserta, ad agosto, mi disse che senza di lui non sarei mai stato nessuno”. Dalla platea gridano: “Noooo” e lui ride: “Tranquilli, sono ancora qui”.

L’altra volta è quando, dopo l’ultima replica di uno spettacolo teatrale, un suo amico attore gli disse: “C’è un mio amico autore che vorrebbe farti ascoltare alcuni brani”. Io dissi sì più per cortesia che per altro, avendo deciso che la mia carriera canora era finita, e lui venne a casa a farmi sentire molte canzoni, tutte belle e lui insisteva “adatte al tuo timbro”. Io lo ringraziai, ma la decisione era presa. Poi, sulla porta, mi pregò: “Vuoi sentire l’ultima?”. Sfinito, accettai per gentilezza. La canzone era questa e mi convinse a tornare a cantare….”. E partono le note di “Perdere l’amore” con cui Ranieri vinse Sanremo.

Una storia che si porta dietro il racconto dell’Ariston, e di tutte le volte che è andato al Festival: “Se penso che fra meno di un mese sono di nuovo lì…E mi capita ogni volta, l’ultima due anni fa. Non capisco cosa tiene sto teatro, sali sul palco e ti spaventi sempre…”.

L’organizzatore della tappa genovese del concerto sorride sotto i baffi che non ha. E’ Vincenzo Spera, al secondo mandato plebiscitario come presidente di Assomusica, l’associazione che riunisce tutti i promoter di musica leggera, circondato da tutti i suoi fedelissimi, Caterina Surace, Paola Donati che è la numero uno fra i direttori di palco in Italia, Nicolò Sasso, sogno del pubblico femminile.

E la cosa bella, quasi un’immagine plastica di quanto Massimo Ranieri sia intergenerazionale, interclassista, adatto a tutti i tipi di pubblico, con signori distinti ed anziani a fianco di giovanissimi e di donne sensualissime, gioia per gli occhi oltre che per le orecchie, è la presenza in sala del prefetto di Genova Renato Franceschelli, che si gode ogni nota dello spettacolo, e del Sovrintendente del Carlo Felice Claudio Orazi con sua figlia, che è l’immagine plastica della capacità di fare cadere barriere fra i generi, che è la forza dei veri uomini di cultura. Ma, per raccontare quanto Ranieri sia unificante, c’è anche Lara Ziggiotto, che con Savina Scerni e Danilo Staiti è sempre stata la padrona di casa dei precedenti concerti di Massimo Ranieri al Politeama Genovese e stavolta gioca in trasferta di qualche decina di metri. In un teatro esaurito come al solito (anche se spostamenti di date e tamponi liberano loro malgrado qualche posto).

E’ legatissimo a Genova, Massimo, ricorda il giorno che Ivo Chiesa lo portò al Carlo Felice riaperto (“l’ho visto nascere e sono felicissimo di tornarci ogni volta e in quei giorni io inauguravo il “suo” teatro della Corte con “Liolà”) e la sua partenza da Napoli per gli Stati Uniti, da emigrante, nel 1964 “e la prima tappa fu proprio Genova”.

La carriera si snoda attraverso le canzoni che scorrono in scaletta, quelle citate, e poi ovviamente il capolavoro assoluto che è “Vent’anni”, “La vestaglia”, “Ti troverò”, “Se bruciasse la città”, “Nicola Quagliarulo”, “Pigliate ‘napstiglia”, “Erba di casa mia”, “Rose rosse”, “O’ Sarracino”, “Anema e core” e moltissime altre, con intermezzi teatrali, citazioni di Prezzolini, barzellette e movimenti da maschera della Commedia dell’arte, come uno Charlot 4.0.

E poi, come sempre, non mancano i ricordi personali come quando Massimo racconta le mance che prendeva ragazzino quando serviva al bar o faceva qualche commissione e salutava gli avventori con la frase: “Auguri e buone feste fatte”, anche dopo Natale e Capodanno.