La Pfm: "Il nostro antidoto alle pecore elettriche". Poi il giudizio sui "nipotini" Maneskin

"Viviamo in un mare di giga nell’arcipelago degli algoritmi, un mondo dove siamo sempre iperconnessi che ci fa scollegare da noi stessi. Ed è vero, noi sogniamo pecore elettriche. Se non stacchiamo questa spina, diventeremo anche noi degli androidi"

Tra le tante cose che noi umani non saremmo mai stati in grado di immaginare, evocate nel finale apocalittico di quel capolavoro della storia del cinema che è “Blade Runner”, anno di grazia 1982, c’era anche il fatto che gli androidi potessero sognare pecore elettriche. Era proprio questa domanda provocatoria a dare il titolo al romanzo di Philip K. Dick da cui “Blade Runner” era tratto. E oggi a distanza di oltre 50 anni arriva la risposta. A fornirla è il leggendario gruppo rock della PFM, tornato alla musica con un meraviglioso disco analogico e artigianale, proprio come un prezioso vestito di haute couture.  E la risposta purtroppo è che le pecore elettriche le stiamo già sognando un po’ tutti, lungo il cammino di disumanizzazione che stiamo percorrendo inesorabilmente.

“Patrick e io siamo due grandi appassionati di fantascienza”, racconta Franz Di Cioccio nel corso della videointervista concessa a Tiscali Spettacoli. “Blade Runner è un film che più di qualsiasi altro è stato in grado di prevedere ciò che sarebbe accaduto. Dick in “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” aveva già visto che il mondo stava diventando distopico, descrivendo persone costruite che non avevano retro-cultura né memoria. All’epoca era veramente avanti e mai avremmo supposto che la nostra vita sarebbe cambiata così velocemente. Oggi noi viviamo in un mare di giga nell’arcipelago degli algoritmi, un mondo dove siamo sempre iperconnessi che però ci fa scollegare da noi stessi. Così abbiamo voluto dare una risposta. Ed è vero, noi sogniamo pecore elettriche. Se non stacchiamo questa spina prima o poi diventeremo anche noi degli androidi”.

“Certo i nostri androidi non sono di plastica e metallo ma in carne e ossa. Ma ce ne sono tanti”, dichiara lo storico bassista Patrick Djivas. “Ma non è colpa loro. Cinquant’anni fa è cominciata la rivoluzione dell’informatica che ha fatto cose meravigliose in termini di progresso scientifico. Ma insieme alle cose positive ce ne sono altre che hanno determinato questa alienazione. All’inizio, per esempio si pensava che i computer avrebbero accorciato i tempi e che ci avrebbero regalato tanto tempo libero. “Che bello, dicevamo, prima ci mettevamo tre ore a fare una cosa, ora bastano pochi minuti”. Ma in realtà è successo il contrario: anziché darci più tempo per noi, il computer ce lo ha tolto perché visto che quella cosa che facevi in tre ore ora puoi farla in pochi minuti ce ne sono altre 20 che puoi fare. Alla fine abbiamo talmente tante cose da fare e controllare, che non ci capiamo più niente. Siamo schiavi del progresso. Prendiamo la musica: un tempo per registrare un   disco ci ritrovavamo in studio e nel giro di una settimana avevamo fatto tutto. Ora, con l’avvento del digitale, per fare un disco ci vogliono due o tre mesi. Perché si entra in un loop dove le piste possono essere 150, si insegue la perfezione e il lavoro è diventato quattro volte tanto”.

Così con due ospiti d’eccezione del calibro di Ian Anderson e di Steve Hackett, la PFM ha pubblicato un disco di inediti in italiano e in inglese che è un concept album popolato di droni e di umani alienati che vivono sulla Terra e contemporaneamente abitano un pianeta invisibile fatto di algoritmi e dati. Anche sognare sta diventando una cosa rara per questi cyborg alla perenne rincorsa del tempo e della vita. “Ho sognato pecore elettriche”, questo il titolo, si apre con un’ouverture strumentale, si sofferma sul drone Nidro innamorato della Terra, sulla riscoperta del silenzio, sugli involuti yesman e si conclude con una fantastica jam session che più di ogni altra cosa racconta l’urgenza di tornare sul palco. Franz Di Cioccio e Patrick Djvas lo confermano: “Che sofferenza è stata quella di non poter suonare. Il palco, l’incontro con le persone sono il vero antidoto all’alienazione del virtuale”.  

Ma nella videointervista il batterista e il bassista della Premiata Forneria Marconi raccontano anche una delle avventure musicali più importanti della nostra storia, quella che li ha visti accanto a Fabrizio De André in un tour diventato mitico nel 1979. “Non ci credeva nessuno, tutti sconsigliavano Fabrizio di suonare con noi. E invece alla fine la poesia e la musica si sono unite come non mai”. La Pfm parla anche dei giovanissimi nipotini, quei Maneskin che in giro per il mondo stanno riscuotendo premi e successi incredibili: “Sono molto affiatati si vede che hanno fatto i passi giusti, piano piano. Hanno riempito un vuoto artistico. Il rock in Italia non è che lo facessero in molti. Loro hanno trovato una coesione tra di loro e non c’è cosa migliore”. Proprio come la Pfm insegna da quando è nata, nel 1970.