Dall'Arena di Verona a Sanremo, Mazzi e la riscossa della musica: "Così ho conquistato Celentano. Da Mogol? Una gabbia di matti"

Sette Festival di Sanremo, la creazione della Nazionale Cantanti con Mogol e Morandi, il concerto Modenapark di Vasco Rossi e soprattutto qualsiasi avventura televisiva e musicale del Molleggiato: il re dei produttori artistici dà la carica allo spettacolo e riparte dalla sua Arena

Dall'Arena di Verona a Sanremo, Mazzi e la riscossa della musica: 'Così ho conquistato Celentano. Da Mogol? Una gabbia di matti'

Difficile riuscire a scorgerlo tra i tanti artisti messi insieme da quella formidabile intuizione di Mogol con la Nazionale Cantanti, o poco dietro Paolo Bonolis, Gianni Morandi e Antonella Clerici nel palco dell’Ariston, sì quello che fa tremare i polsi a tutti. O magari accanto a una delle mille avventure da record di Adriano Celentano, il più folle, il più visionario, il più puro. Eppure Gianmarco Mazzi c’è sempre. E anzi proprio quando in tanti stavano intonando il requiem per la musica live e più in generale per lo spettacolo, messi in ginocchio dalla pandemia e dai vari lacci burocratici, è proprio lui a buttare il cuore oltre l’ostacolo, a suonare la riscossa e a mettere a punto il cartellone più difficile della sua straordinaria carriera di manager artistico per l’Arena di Verona rilanciandola come “capitale della musica” e “capitale dei grandi eventi televisivi legati alla musica”. Ancora più difficile metterlo a fuoco, in un ambiente come quello artistico, con quella sua immagine così “precisa”, così per bene. Mai un capello fuori posto, mai senza giacca e cravatta. Rassicurante ma allo stesso tempo disallineato. “Sì, disallineato è una parola che mi si addice. Francamente non so perché tante persone così importanti si siano trovate bene con me al punto da fidarsi e da affidarmi dei progetti. Arrivavo dalla provincia, tutto perfettino, figlio di medico, nipote di avvocato. In una famiglia dove i lavori che si prendevano in considerazione erano al massimo tre o quattro, io mi sono appassionato alla musica che per me è la vera macchina del tempo, l’unica magia capace di farmi viaggiare ovunque in un secondo. Ancora oggi se ascolto “Honesty” di Billy Joel mi rivedo quei lunghi pomeriggi a studiare per la maturità. La verità è che anche nel nostro ambiente, da sempre il più trasgressivo, c’è tanto conformismo. Magari conformismo nella trasgressione ma pur sempre conformismo. Io invece trasgredisco ma interiormente. Con gli anni, in tanti mi hanno riconosciuto questa sorta di anarchia interiore, una libertà di pensiero che hanno anche gli artisti. E poi se guardiamo i veri grandi artisti non mi sembra che nel loro aspetto abbiano niente di trasgressivo. Che dire di De Gregori o di Guccini? Ha perfino fatto il preside per Pieraccioni ed era credibile. E Morricone? L’avrebbero potuto prendere per un ingegnere. L’importante è dire sempre ciò che pensi. Io non sono mai stato uno yes-man. Con nessuno. Ma mi sono sempre sforzato di guardare con gli occhi dei grandi artisti che ho avuto la fortuna di incontrare. E di imparare da loro”.

Insomma se la sua vita fosse un romanzo potrebbe intitolarsi “Lo strano caso di Gianmarco Mazzi”. Anche se poi, a ben guardare, questo sessantenne di Verona si è sudato tutto, ma senza la voglia di farlo sapere troppo in giro. Per lui l’importante è sempre stato esserci, aiutare gli artisti a dare forma alle loro “visioni”. Vuoi mettere? Dal 2018 lo fa anche da amministratore delegato della società Arena di Verona e da direttore artistico dell’Arena di Verona per i concerti “live” e gli eventi TV. E guarda caso è proprio da lì che lo spettacolo italiano sta ripartendo.

Gianmarco Mazzi, la prima e più potente immagine post lockdown ce l’ha regalata la “sua” Arena con Diodato da solo che urlava “Fai rumore”. Ora ci aspetta un settembre davvero alla grande: dal 2 si parte con le due serate dei Music Awards e l’evento Heros. E poi le Power Hits di Rtl102,5. Qual è il ruolo che vuole dare all’Arena di Verona?
“So di essere un po’ di parte, in quanto veronese e in quanto direttore artsitico, ma per me l’Arena di Verona è davvero l’icona dello spettacolo e della musica con quel tocco magico che le hanno conferito i Romani. Quest’anno il debutto della stagione lirica messa a punto da Cecilia Gasdia è stato nell’ottica del reinventarsi. Eppure, anche senza scenografie e messe in scena, quel palco è straordinario. In quanto a me e alla parte di cui mi occupo, quella cioè degli eventi live e della tv, ho cercato di pensare a come si sarebbe potuto fare. E mi sono buttato a capofitto proprio sugli eventi televisivi legati alla musica. È stata una sfida nella quale mi sono trovato accanto tanti formidabili complici, produttori, dirigenti, artisti, tutti coesi e convinti che l’Arena fosse il palco necessario a dare prestigio a quegli eventi. E a ripartire. Così alla fine avremo una settimana di grandi serate, una dopo l’altra. E vi anticipo pure che ci sarà La partita del cuore della Nazionale Cantanti allo Stadio Bentegodi di Verona il 3 settembre in nome della beneficenza. E in particolare stavolta per aiutare i tanti lavoratori dello spettacolo che per mesi sono dovuti rimanere fermi. Vede, per me l’Arena di Verona è come un essere vivente, un’artista che si aggiunge agli artisti”.

Quali sono i concerti più belli che ha visto lì dentro?
“Negli anni Novanta vidi il concerto dei Pink Floyd, davvero meraviglioso. Ma il ricordo forse più antico che ho è di almeno una decina di anni prima per un concerto di Frank Sinatra. Andai a vederlo per curiosità, non di certo perché ero un suo fan. Ecco, quella sera Sinatra mi diede una grande lezione di come si fa lo spettacolo, di come si “tiene” un palco. Ricordo che incominciò a piovere. Diluviava. Lui invece continuò a cantare imperturbabile. Poi qualche anno fa mi sono emozionato molto per George Michael. È stato bello ritrovarlo in grande forma così com’è stato atroce scoprire la sua morte pochi mesi dopo. Un altro concerto che ho nel cuore l’ho organizzato io, era il 2012, quello di Adriano Celentano che tornava a esibirsi l dopo 18 anni. E poi Morandi nel 2013. E l’anno scorso Morricone, altri due concerti che ho organizzato. Mi ha colpito il suo rigore pazzesco. Anche quella sera piovve molto, ma nessuno si mosse. Né sul palco né tra gli spalti. Tornai a casa che ero uno straccio. Ma che felicità”.

Quanti spettatori ci stanno nell’Arena post Covid?
“Normalmente possiamo ospitarne 13 o 14 mila. Ora abbiamo una capienza di 3808 posti. Non è poco. Di certo è molto meglio dei mille posti di cui inizialmente parlò il Governo ma che poi furono corretti dall’intervento della Regione Veneto. E poi dal 9 settembre ci sarà pure il Festival della Bellezza, un doppio appuntamento quotidiano con incontri di parole e musica, tra Baricco e Cacciari, Morgan e Sgarbi, Galimberti, Mogol e Bennato. Il tutto intorno al tema dell’Eros”.

Il suo nome, anche se ha organizzato il concerto dei record di Vasco Rossi, l’incontro a Los Angeles tra Ramazzotti, Morandi e Michael Jackson e mille altri grandi eventi, resta assolutamente legato a quello di Adriano Celentano, di sicuro l’artista che più di tutti ha seguito nella sua carriera. Come vi siete conosciuti? E come ha fatto a guadagnarsi la fiducia di una persona così difficile da avvicinare?
“Fin da ragazzino sono stato un suo fan, folgorato sulla strada di “Yuppidu”, un film che ancora oggi trovo straordinario. Proprio come Adriano. Come l’ho conosciuto attiene a un fatto strano e complicato che ho mai raccontato. In quel periodo, nel 1991, mi occupavo di Francesco Baccini che per un suo disco un po’ satirico intitolato “Nomi e cognomi” decise di scrivere una canzone su Celentano. Quelli erano gli anni di Fantastico, del successo clamoroso, delle pause e dei discorsi. E Baccini se ne uscì con questa canzone nella quale sostanzialmente diceva “caro Adriano è meglio che canti”, proprio come una delle due scuole di pensiero su Celentano che ci sono da sempre. Quella che lo ama come cantante ma anche come artista che rischia, provoca e si mette in gioco senza mai fare calcoli che non siano le sue necessità artistiche. E quella di chi lo pretende come cantante e basta. Apro una piccola parentesi solo per dirle che in tanti anni e dopo aver conosciuto tanti artisti che abitano nella confort zone” e vivono di dischi live e cover, ancora oggi Celentano resta il più coraggioso di tutti. Comunque dissi a Baccini che non ero d’accordo con quella canzone ma ovviamente rispettai la sua volontà. Un giorno mi chiamano dalla casa discografica e mi dicono che Adriano Celentano aveva telefonato cercando me e Baccini. A quel punto ci ritroviamo a casa sua a Galbiate. Noi eravamo emozionati e impauriti. Adriano invece esordì chiedendoci che cosa non ci fosse piaciuto delle cose che lui aveva detto in tv. Capito l'umiltà? Da lì è nata un'amicizia che poi si è cementata strada facendo. Quando Celentano fece “Svalutation” con Guglielmi volle proprio Baccini e Morandi. E io che seguivo entrambi mi ritrovai a fare da tramite. Da allora ho fatto tutto ciò che ha fatto Adriano”.

Gianmarco Mazzi insieme con Ennio Morricone e con il sindaco di Verona, Federico Sboarina lo scorso anno.

Qual è il bello e il brutto di Celentano?
“È la persona più divertente, strana, sorprendente che io conosca. Conosco tanti artisti ma lui è il più vicino alla sua icona. È davvero come appare perché non ha sovrastrutture. È incapace di provare sentimenti bassi e calcolatori. Se qualcuno che è con lui lo fa, lui semplicemente va altrove con la mente. E non gli presta più attenzione La sua è creatività allo stato puro. Il brutto? Non c’è. A volte è talmente convinto di ciò che sente che non ha paura di prendere dei rischi pazzeschi. Così è stato per “Adrian”, di cui resto un  sostenitore. Sono certo che con il tempo verrà rivalutato”.

Ne sono certa anch’io, anche se resto convinta che l’orario di messa in onda abbia falsato tutto. Quando cominci poco prima delle 22 dopo due bocchi di pubblicità e dopo che tutti gli altri hanno già iniziato è molto difficile farcela.
“Il nostro dibattitto è stato soprattutto incentrato sul fatto che Adriano fosse presente o meno, sul fatto che dovesse in qualche modo accompagnare la sua biografia a cartoon. E devo dire che con lui, come sempre, c’è stata una grande dialettica. E comunque se devo trarre una morale da tutto questo è che la mia ammirazione nei confronti di Adriano è cresciuta. In un mondo in cui tutti calcolano, in cui tutti sono ragionieri, lui resta un vero creativ. Non fa calcoli ma segue l’istinto. "Adrian" alimenterà la sua leggenda”.

Un'immagine dell'Arena di verona senza palco, solo nella sua bellezza archeologica "così come la vediamo noi veronesi in inverno".

Sarebbe bello però che non chiudesse la sua carriera televisiva con “Adrian”. Ne avete parlato? Ne avrebbe voglia?
“Quando ci sentiamo, parliamo di tutto come sempre. Ma di questo aspetto, che credo tantissimi suoi fan condividano, non ne abbiamo parlato”.

Un altro grande amore della sua vita è il Festival di Sanremo. Quello del prossimo anno sarà l’ottavo della sua vita. Come sta andando con Amadeus?
“Devo dire che è un condottiero lucido che sa coordinare tutti. E che ha molte idee innovative. Talento, rigore, concentrazione, calma: le sue sono doti da vero comandante. A Sanremo ha fatto numeri pazzeschi e credo che davvero la purezza dell’amicizia con Fiorello abbia fatto la differenza. Lui è quello dell’ultimo passaggio. Ecco, quest’anno a me piacerebbe riuscire a fare l’ultimo passaggio in modo da far segnare anche lui. Di certo con Ama e con Lucio Presta lavoriamo in una squadra forte dove ognuno fa il suo e dà il supporto all’altro”.

Infine, la Nazionale Cantanti, un altro pezzo del suo cuore. Com’è nato questo strano amore?
“A 20 anni, mentre facevo Giurisprudenza e dopo aver frequentato un corso di un anno a Coverciano come manager sportivo, Allodi mi disse che Mogol, quello delle canzoni con Battisti, aveva un progetto che metteva insieme il calcio e i musicisti. E mi mandò da lui. Non dimenticherò mai quel pomeriggio a casa di Mogol a Segrate. Dapprima arrivò la governante per avvisarlo che al telefono c’era Renato Zero e lui le fece dire che lo avrebbe chiamato più tardi. Io rimasi basito. Poi arrivò Gianni Morandi. Era il 1981, nel pieno periodo della sua ricostruzione, ma a me sembrava uno molto grande. Eppure non aveva nemmeno 40 anni. L’apoteosi fu quando arrivò una donna vestita da uomo, con i vacheros ai piedi e i piedi sul tavolo che urlava e ne diceva di tutti i colori. Una donna che poi scoprii essere Mara Maionchi. E poi c’era Mogol e le sue convinzioni. Uno che mi diceva faremo una Nazionale che la gente guarderà in tv ancora di più di quella di calcio normale. E io mi sentivo semplicemente in una gabbia di matti”. Una gabbia dove da allora è ben felice di stare. Pur sempre in giacca e cravatta.

Vittorio Grigolo all'Arena di Verona per l'evento del 2 giugno scorso per la Festa della Repubblica.