[L'intervista] Gino Paoli: "La mia lunga storia d'amore con la vita e la morte. De André e Tenco? Non se ne può più"

"Il mare? Non ci vado più. È una giostra per imbecilli. I miei nipoti? Non sono un nonno. L'amore per mia moglie? All'inizio credevo fosse muta": memorie di un cuore ruvido che si diverte a prendere a calci il suo monumento leggendario

[L'intervista] Gino Paoli: 'La mia lunga storia d'amore con la vita e la morte. De André e Tenco? Non se ne può più'
Gino Paoli è nato a Monfalcone il 23 settembre del 1934 ma quando aveva pochi mesi la sua famiglia si trasferì a Genova.
di Cinzia Marongiu   -   Facebook: Cinzia Marongiu su Fb

“Ginooo! Vieni al telefono, c’è la Marongiu”. Voce in sottofondo: “Dille che l’intervista la fa la Leda”. Poi arriva e la prima domanda è scontata: “Chi è la Leda?”.
“Mia nipote, la figlia di Nicolò. Ha tre mesi”.
Allora auguri. Quanti nipoti hai?
“Ci sono i due figli di Amanda (Sandrelli, ndr), poi uno di Giovanni e ora due di Nicolò. Cinque in tutto”.
Che nonno sei?
“Non sono un nonno”.
In che senso?
“Non ci sono. Mi sono occupato dei miei figli. Ma non faccio il nonno”.

Sarà che è protetto dal telefono. Sarà che è nella sua casa di Genova da dove guarda il mare “come in tutte le case nelle quali ho vissuto”. Sarà che mentre parla è steso sul divano, “proprio come i miei gatti e come farei per tutto il tempo della vita”. Sta di fatto che Gino Paoli si diverte a prendere a calci il suo monumento leggendario, quello che lo vuole scontroso e capace di distruggere qualsiasi interlocutore con una frase tagliente. Si racconta a lungo, con sincerità e tanta ironia, anche se ogni tanto il burbero rivendica i suoi spazi: “Sono quello che sono. Non ho mai avuto una doppia faccia. E poi si capisce sempre quello che penso. Una volta c’era un tipo che mi parlava a lungo. Io stavo zitto. A un certo punto gli ho detto: “Se vuole posso dirle ciò che penso di lei”. Ma lui ha preferito di no”, aggiunge ridendo.

Sessant'anni di musica da festeggiare

In questi giorni si sta preparando al primo concerto, quello all’auditorium Parco della Musica di Roma del 12 maggio, con il quale iniziano i festeggiamenti dei suoi primi 60 anni di musica, battezzati il 19 aprile con l’uscita del doppio cd “Appunti di un lungo viaggio”. Era il 1959 quando scriveva “C’era una volta una gatta che aveva una macchia nera sul muso…”. In mezzo c’è un bel pezzo della storia della musica italiana che lui porta a spasso con assoluta nonchalance in un neverending tour che da una decina di anni lo vede accanto al grande Danilo Rea, in altri casi in trio anche con Sergio Cammariere e in altri ancora accompagnato da un quartetto di all star rigorosamente jazz.

In genere con l’avanzare dell’età si diradano gli impegni live. Tu fai il contrario e con grande successo. Da dove nasce questa passione?
“In realtà io odio i viaggi. Sono un casalingo. Starei sempre a casa. Ma il fatto è che mi piace ancora cantare. Il fascino del palco ti entra nelle ossa e nel cuore. E poi mi piace scrivere e lavorare. Ci ho messo tre anni per scrivere queste nuove canzoni-non canzoni. Ogni cosa che scrivo la rivedo tante volte e mi ci incazzo perché penso sempre che potevo fare di meglio.. Di sicuro se smetterò, sarà per via dei viaggi. Comunque per ora continuo a divertirmi molto in questi live. Vedi, chi fa la musica pop fa un mestiere. Chi suona il jazz, morirebbe pur di continuare a suonare”.

Come sei arrivato al jazz?
“Per caso. Un giorno mi chiamò Rava che voleva fare una serata con me a Brescia. Gli dissi subito di sì. Fu un successo e da lì andammo avanti a richiesta col gruppo. Ci fu perfino un posto dove erano così entusiasti che non ci facevano più scendere dal palco.. Poi un giorno Aldo, che è il mio manager, impresario, amico, il mio tutto, mi propose di fare qualcosa con Danilo Rea. Mi ricordo che la prima volta ci siamo ritrovati in un teatro tenda da 5 o 6 mila posti: ce la stavamo facendo addosso. E invece è andata benissimo. Da allora andiamo avanti a richiesta. E così con il quartetto jazz. Quando ci si vede e si suona insieme è una festa. Poi, comunque, in quanto al jazz tieni presente che io sono cresciuto con i dischi di Louis Armstrong e di tutti i più grandi”.

Con gli anni canti anche meglio… Curi sempre la voce a base di sigarette e whisky?
“Nella mia vita non avevo nessuna intenzione di cantare. Facevo il pittore. Poi ho iniziato un po’ per finta e ora sono 60 anni che canto. Se non avessi imparato sarei un coglione”.

Ma io parlavo della timbrica.
“Quando invecchi l’estensione della voce scende dai 2 ai 4 toni, tanto negli alti quanto nei bassi e la voce diventa più corposa e tonda”.

Questo doppio disco, nel cd dedicato agli inediti che si intitola “Canzoni interrotte”, sembra la tua ribellione alla forma canzone.
“Più che altro è una trasgressione. Bisogna sempre andare oltre. Un artista ha il dovere di cercare altro e di trovare nuovi metodi. Non deve sedersi su ciò che ha fatto. Io ho cercato un’altra maniera di scrivere note e parole. Mi sono rifatto all’essenziale, che poi è un mio vecchio pallino. Quando eravamo giovani, io e Arnaldo Bagnasco fondammo il Movimento Essenzialista. Eravamo solo io e lui (ride di gusto, ndr). L’obiettivo ora come allora è quello di dire ciò che vuoi dire il più sinteticamente possibile. Senza iterazioni, senza rime, senza nulla. Ho buttato via tutto e ho lasciato l’essenziale. Ho scritto una sintesi di ciò che è stata la mia vita. Per me scrivere canzoni è raccontare me stesso”.

Una delle canzoni-non canzoni si intitola “Non mi dire che mi ami”. Perché quella parola fa così paura?
“La poesia non è ciò che dici ma ciò che non dici, ciò che evoca. In fondo, nell’amore dire le cose è quasi un tradimento. L’amore è fatto di emozioni che per mantenersi pure devono restare dentro l’animo e connettersi all’altro senza bisogno di parole”.

E nella vita di tutti i giorni? Sei romantico con tua moglie Paola?
“A mia moglie non ho mai detto “ti amo”. Sostiene che io sia bravo quando scrivo ma non quando parlo”.

Nel disco c’è anche un pezzo dal titolo eloquente, “Quando me ne andrò via”. Con la morte hai una certa frequentazione fin dal 1963, quando ti sparasti un colpo di pistola. La temi?
“Per me andare via e non andare via sono la stessa cosa. Nel senso che il mio pensiero si rifà a ciò che osservo nella natura. Quando finisce l’inverno, inizia la primavera. E quando finisce la primavera inizia l’estate. In ogni fine c’è un inizio. Ecco perché scrivo che “non andrò via, che sarò sempre lì comunque”. Niente sparisce, tutto si trasforma”.

Sei credente?
“Non credo alle religioni, ma alla natura. Credo a ciò che posso guardare e che mi dà straordinari insegnamenti. So che tutto rinascerà e questo mi dona grande serenità. Certo non credo che venga preservata la tua identità. E poi quale? Quella che avevi a 25 anni o quella che hai a 80? Per quanto mi riguarda sono contento di ciò che ho fatto. Il presente è un momento già passato. La verità è che siamo tutti dei mutanti. Ci trasformiamo continuamente. Comunque non ho nessuna paura della morte. O meglio, non ho paura della morte in sé. Temo di più la morte degli altri, delle persone che mi mancano e che mi mancheranno. Alla fine penso che ogni giorno, quando vai a letto, un po’ muori. È un giorno in meno che vivrai. La morte è in te, così come la vita”.

Prima dicevi che da giovane volevi fare il pittore. Quando è che ti sei convinto a cambiare idea?
“Quando ho scritto “Sassi”. In quel caso fui molto criticato. I giornalisti si scatenarono: “Ma cos’è scemo? Vuol fare della filosofia. Ma che razza di domande fa?”. E invece io ho scoperto che potevo usare una canzone come un quadro. E ho lasciato la pittura e il lavoro di grafico con il quale mi mantenevo”.

Sono iniziati i festeggiamenti per i tuoi primi 60 anni di musica. Te lo saresti aspettato? Qual è stato il momento più difficile in una carriera così piena di successi?
“No, non me lo sarei mai aspettato di durare così lungo. Il momento più duro è stato quando andava di moda la canzone politica. A me non me ne è mai fregato un accidente. Non sopporto né gli evviva né gli abbasso. E così mi sono ritirato a Levanto per due o tre anni a gestire una locanda. Finché un giorno è arrivato uno della Figc, si chiamava Gianni Borgna e mi sono fatto convincere a salire sul palco. C’erano migliaia di persone e io me la sono fatta sotto. Dicevo: "Andiamo via prima che mi sparino". Ma poi la mia visione della donna è politica. L'amore è politica. Il tuo punto di vista è politica. Io quando parlo e scrivo do un’opinione e faccio politica”.

Cosa ne pensi della politica di oggi?
“Ma oggi non ce n’è. Chiamare politica il continuo litigare, il fare le dirette su Facebook e l’incessante blablabla mi sembra  eccessivo. Assistiamo a litigi tra lavandaie che non mi interessano neanche un po’. La politica è una cosa seria”.

Voti?
“Sì. Di solito per candidati che conosco personalmente e di cui mi fido. L’ultima volta ho votato per Emma Bonino”.

E la cosa più bella accaduta in questi 60 anni di musica?
“Non saprei, ho avuto talmente tanto. La vita è l’arte dell’incontro come sostiene Vinicius de Moraes. E ho davvero incontrato persone straordinarie, donne eccezionali che mi hanno dato moltissimo. Se mi chiedessero ora che cosa desidero risponderei niente perché ho tutto ciò che potrei desiderare. Se ora guardo fuori dalla finestra vedo un’orgia di rose, fiori e colori. Blu, viola, gialle. Cosa c’è di più bello?”.

Sopra, Gino Paoli

Abiti a Genova. Hai mai pensato di vivere altrove?
“Non ci riuscirei. Non riesco a fare a meno di Genova. Ho trascorso brevi periodo a Milano, Roma, Firenze. Ma torno sempre qui”.

“A truccare le carte del destino in tuo favore”, per dirla con De André, è stata Mina quando decise di cantare “Il cielo in una stanza” che decretò il tuo immenso successo. Proprio come accadde con De André e “La canzone di Marinella”.
“Furono davvero una serie di coincidenze. Mina allora era una ragazzona piena di entusiasmo e di voglia di trovare cose nuove. Con Tony Renis andammo a trovarla a Cremona e poi facevamo il giro dei locali a fare gli scemi, un po’ alla Amici miei. Da allora non l’ho più vista. Non ci ho più avuto a che fare”.

Come mai? Nemmeno un duetto, una canzone?
“Per fare una canzone per altri bisogna che te la chiedano. Da lei mi portò Giulio Repetti. Io da solo non ci sarei mai andato. In genere mi faccio i fatti miei”.

Sei stato amico di Tenco e di De André. Che tipi erano?
“Eravamo un gruppetto di amici, ci chiamavano quelli di via Pré. Con Luigi andavamo insieme a scuola perché lui era un po’ avanti e io indietro di due anni. Eravamo davvero amici. Ecco, se posso, ti dico che mi dispiace tutta questa mitizzazione di entrambi. Li stanno rendendo due monumenti privi di umanità. Erano normali, super normali. Luigi triste, malinconico e introverso? Ma quando mai… Si divertiva come un matto, era una persona allegra. Poi, certo, avevamo visto James Dean e avevamo capito che la tattica giusta per attaccare con qualche ragazza era quella di fare l’introverso. E ci comportavamo di conseguenza. Tutto qui. Fabrizio aveva un complesso. Si trovava brutto; aveva la paranoia per un occhio che cercava di nascondere in tutti i modi. Quando era ubriaco, era una testa di ca..o. Ma per il resto era una persona carina, educata, piacevolissima. E poi pure Luigi ed io quando bevevamo eravamo due grandi teste di… “.

Come ti mantieni in forma? Con l’età sei diventato salutista?
“Non ci penso nemmeno. Ho scritto un pezzo dal titolo eloquente “Voglio morire malato”. Che senso ha conservare il tuo corpo sano per la morte?”.

Dei tuoi amori per donne famose come Stefania Sandrelli e Ornella Vanoni si è detto tanto. Io invece vorrei sapere da quanto tempo dura l’amore con tua moglie e soprattutto che cosa ti ha colpito in Paola.
“Oramai sono una cinquantina di anni anche se ci siamo sposati dopo 25 anni di fidanzamento”. Ride come un bambino e chiosa: “Ho voluto pensarci bene… All’inizio credevo che fosse muta e questo mi piaceva molto. Quando ha cominciato a parlare ho scoperto che pensavamo le stesse cose e quasi non c’era bisogno di dircele”.

Ornella Vanoni ultimamente si è ribellata all’eterno gossip su di te e su “Senza fine”. Ha detto: “Non capisco perché quando intervistano me mi chiedono sempre di Gino e invece quando intervistano lui non gli chiedono mai di me”. Cosa le rispondi?
“Ornella è stata una persona con cui ho avuto un rapporto straordinario. Umanamente mi ha dato moltissimo. In genere, però, mi faccio i fatti miei e non parlo dei rapporti che ho avuto. Poi ciascuno fa un po’ come gli pare”.

Il tuo amore per i gatti è noto fin dalla famosa canzone della gatta con la macchia nera sul muso. Vivi con qualche felino?
“Sì, due. Uno più che un gatto sembra un alieno. Fa cose impensabili. Ad esempio si è messo in testa di fare colazione con me tutte le mattine. Così quando me la portano a letto, pretende di avere la sua tazza con il latte. Se glielo do in cucina non lo beve mica. Quando qualcosa non va per il verso giusto, assume un’aria perplessa. È una delle persone più sagge che abbia conosciuto e si chiama John John in ricordo del nipote di Kennedy. L’altro non ha un nome, viene a casa, mangia e poi esce subito fuori a godersi il sole”.

Scorrendo i titoli dell'altro disco dedicato ai grandi successi e che si intitola “I ricordi” si incontrano nell’ordine: “Sassi”, “Il mare, il cielo, un uomo” e “Sapore di sale”. Quella per il mare è una lunga storia d’amore.
“Quando avevo sei mesi mio zio convinse mia madre a farmi entrare in mare. Io nuotai subito. L’acqua è il mio elemento. Ho con il mare un rapporto intimo, è la mia aria. Non ho mai avuto una casa dalla quale non si vedesse il mare. Preferivo una soffitta orrenda con vista sul mare a una bella casa altrove. Credo di essere andato sott’acqua in tutto il mondo. Oggi però mi fa soffrire. Non sopporto di vedere come lo abbiamo distrutto. Sotto è pieno di plastica. E sopra ci corrono i motoscafi come se fosse un’autostrada. Ormai è una specie di giostra per imbecilli. Viene offeso continuamente, sta morendo pian piano e io preferisco non andarci. Sennò sto male”.