Ezio Bosso, l'annuncio: "Non posso più suonare". Ma la sua musica continua e se la prende con gli sciacalli

“Ho due dita che non rispondono più bene e non posso dare alla musica abbastanza. E quando saprò di non riuscire più a gestire un'orchestra, smetterò anche di dirigere": il musicista e compositore torinese dal 2011 è afflitto da una malattia neurodegenerativa

"Se mi volete bene, smettete di chiedermi di mettermi al pianoforte e suonare. Non sapete la sofferenza che mi provoca questo, perché non posso più”. Più che una richiesta quella di Ezio Bosso, torinese, 48 anni, pianista, compositore e direttore d’orchestra di fama internazionale, è una preghiera accorata. La spiegazione è da ascriversi alla malattia neurodegenerativa che lo ha colpito nel 2011 e la racconta lui senza mezzi termini: “Ho due dita che non rispondono più bene e non posso dare alla musica abbastanza. E quando saprò di non riuscire più a gestire un'orchestra, smetterò anche di dirigere".

"La musica è magia"

Si scade sempre nel pietismo sensazionalistico

L’annuncio dell’addio alla tastiera, avvenuto a Bari nel corso della Fiera del Levante, ha commosso migliaia di fan ed è rimbalzato rapidamente sui social, cogliendo i più di sorpresa anche se va detto che da quasi due anni Bosso non si esibiva più come solista. E infatti è lo stesso Bosso che, contrariato per il pietismo con cui è stata data la notizia, è tornato sull'argomento scrivendo un post sulla sua pagina Facebook: "Purtroppo è stato dato inutile risalto in maniera sciacalla come sempre al pregiudizio su di me. E questo sì che fa male. Ho solo risposto che non faccio più concerti da solo al pianoforte perché lo farei peggio che mai e già prima ero scarso, cosa che avevo già annunciato 2 anni fa. Mi addolora che per quanto combatta contro le strumentalizzazioni, si scade sempre in quel pietismo sensazionalistico e queste cose sì che mi farebbero ritirare davvero"

La sua attività di musicista continuerà finché la salute glielo permetterà ma, certo, non sarà più possibile vederlo e sentirlo compiere quella sorta di miracolo con le dita che volteggiano leggerissime sulla tastiera mentre il resto del suo corpo è sempre più riluttante a piegarsi al suo geniale talento. In tanti abbiamo ancora negli occhi quella sua partecipazione a Sanremo, febbraio 2016, nel corso della quale ci fece piangere tutti, chi in piedi ad applaudirlo al teatro Ariston, chi davanti alla tv.

Rivederlo oggi fa ancora più effetto. Lui e la sua grandissima umanità, lui e quel sorriso con il quale abbracciava tutti, lui e quei lampi di autoironia che gli facevano dire “Ma che ci faccio qui?” e poi, consapevole della sua difficoltà nel parlare e quindi dell’essere compreso, aggiungeva: “Per me ci vorrebbe quella brava signora che traduce. Sono emozionato e parlo peggio del solito”.

La musica è la nostra vera terapia

La musica come ragione di vita, la musica come salvezza, come terapia, come rifugio, come sollievo al dolore che già si accaniva sulle sue mani e sulle sue braccia. Tra gli applausi che scrosciavano e i primi piani di qualche orchestrale con il viso già inondato di lacrime Ezio Bosso ci aveva regato una delle più belle definizioni dell’arte delle note: “La musica siamo noi. La musica è una fortuna che condividiamo. Noi mettiamo le mani sulla tastiera ma la musica ci insegna una cosa ben più importante, ci insegna ad ascoltare. La musica è una vera magia. Sapete che non a caso i direttori hanno la bacchetta come i maghi. Uguale. La musica mi ha dato il dono dell’ubiquità perché, mentre io sono qui, quella che ho scritto è a Londra e viene eseguita da un un bravo direttore con il balletto più importante del mondo. La musica è una fortuna e come diceva Claudio Abbado è la nostra vera terapia”.

Perdere è positivo. Come? Si possono perdere i pregiudizi, ad esempio

E poi prima di mettersi a eseguire il brano con il quale apre tutti i suoi concerti, “Following a bird” aveva spiegato: “Sono un disastro con i titoli e li faccio in inglese che fa subito più fighetto. “Seguendo un uccellino” non sarebbe stato granché. Quello che volevo dire è che seguendo un uccellino mi sono perso e mi sono messo a ragionare sul concetto di “perdersi”. Uno pensa che perdere non sia positivo. E invece si possono perdere i pregiudizi, perdere le paure e perdere il dolore. E tutto questo ci avvicina”. Poi le sue lunghe dita avevano cominciato a volare sulla tastiera inseguendo note cristalline e struggenti. Una magia portentosa che in qualche modo Ezio Bosso continuerà a condividere con noi. Perché la musica, come aveva ricordato, è terapia e la sua musica continuerà a curarlo e a curarci.