Claudio Baglioni, lo struggente saluto prima del gong finale: "Mai più un tour così"

“Ho una tensione che mi si porta via”, confida con un sorriso timido. Parla di ansia, ammette di muoversi tra “polvere e ruggine”. E addirittura si presenta come si usa fare nella psicoterapia di gruppo: “Mi chiamo Claudio e non faccio concerti da tre anni”. Un’astinenza vera e propria, che Claudio Baglioni ha deciso di interrompere imbarcandosi in un’impresa titanica, 60 concerti one shot nei più importanti teatri lirici italiani, sul cui palco sale da solo. Più che un tour, “Dodici note Solo” è una dichiarazione disperata d’amore alla sua più fedele compagna di vita, la musica. E non è un caso che alcune canzoni, scelte nella scaletta che compone i concerti, come “Uomo di varie età” e “Dodici note”, siano proprio dedicate alla sua musa. Un’urgenza che lui, poche ore prima di salire sul palco del teatro dell’Opera di Roma da cui si inaugura il tour, spiega con disarmante sincerità: “Quando hai 20 anni, sai che hai tanto tempo davanti a te e anche se stai fermo per qualche anno sai che puoi rifarti in seguito. Io stesso, quando ero più giovane, per diversi anni magari non facevo concerti. Ma ora, che ho qualche anno in più e che sono consapevole di avere un orizzonte temporale più ridotto, sento l’urgenza di tornare sul palco”. Il tempo come nemico da battere, come implacabile rivale al quale non vuole arrendersi. Meglio fregarlo, magari sorprendendolo, depistandolo, o anticipandolo: “Il colpo di gong finale voglio essere io a darlo piuttosto che l’arbitro”.

E allora si capisce subito che questo non è l’ennesimo tour di un artista straordinario con 50 anni di successi alle spalle che fin dagli anni Settanta ha deciso di misurarsi con sfide al limite del temerario, riempiendo stadi e battendo ogni sorta di record. No, questo è un pugno di serate-gioiello che sanno di commiato, che annusano di addio. Certo, c’è il grande tour faraonico, più volte rinviato per la pandemia e ora già annunciato per giugno, che lo vedrà in scena con un centinaio tra orchestrali, coristi, ballerini.

In ogni città una sola data perché voglio che mi resti impressa nella memoria

Ma questo è il vero saluto che Claudio Baglioni dà al suo sterminato pubblico. E lo dice lui stesso, pur senza ammetterlo in maniera chiara: “Ho voluto fare una sola data in ogni città perché voglio che ogni sera mi resti impressa nella memoria. Sarà un recital a mani nude. Di certo sarà l’ultimo di questo genere, anche perché fisicamente è davvero molto faticoso”.  Ma sarà anche un recital a cuore aperto come si percepisce appena si entra nel teatro, pieno come non siamo più abituati. “Ho uno stato d’animo particolare. Mai provato. Sono curioso di guardare in faccia le persone, “imbavagliate” ma comunque vere. Poi mi lascerò guidare anche dall’improvvisazione del momento”.

Così eccolo a mani nude ma protetto dalle sue amate tastiere. “A destra c’è il pianoforte, che rappresenta il passato che non puoi cambiare. Lapidario, fermo, rigoroso. Al centro c’è il piano elettrico e cioè il presente che fluttua come l’aria e l’acqua. E poi ecco il futuro impersonato dal clavinova, un piano digitale, che ha più possibilità e più colori. Sono un po’ le mie tre caravelle che mi portano alla scoperta dell’America che poi è la bellezza. Vorrei che da questi concerti si uscisse con un senso di leggerezza, poesia e armonia. Perché poi quello che cerchiamo da un certo punto in poi nella nostra vita è soprattutto questo. E curiosamente ho notato che nel palco mi muoverò in senso antiorario, ancora una volta a cercare di ingannare il tempo”.

due ore e mezza sospesi ad assaporare l'attimo

E il tempo, non c’è dubbio, questo artista lo doma per oltre due ore e mezza di concerto nel quale si riscopre la magia del vivere sospesi, dell’attimo da assaporare fino in fondo. Ci passano tanti capolavori che hanno accompagnato la nostra vita, i momenti di disperazione, l’esaltazione dell’innamoramento, la malinconia di un addio. E allora è inevitabile quando sul finire intona “Con tutto l’amore che posso” pensare che quel “balliamo ancora dai… ma sì, è lo stesso” stavolta coinvolga tutti noi in uno struggente ballo di chi ancora non ha nessuna voglia di sentire quel gong finale.