Intervista a Viola Ardone: nel suo "Il treno dei bambini" racconta la solidarietà che attraversò l'Italia del dopoguerra

Una pagina non del tutto risaputa della storia italiana, che di questi tempi assume una valenza e un significato di enorme importanza e attualità.

Intervista a Viola Ardone: nel suo 'Il treno dei bambini' racconta la solidarietà che attraversò l'Italia del dopoguerra
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Ci siamo incontrate alla stazione dei treni di Napoli, ad un binario speciale che parte dal 2019 e arriva al 1946...

Ecco il luogo in cui vi invito insieme a Viola Ardone, che torna in libreria dopo “Rivoluzione sentimentale” edita da Salani (di cui abbiamo chiacchierato insieme QUI) e che mi ha dato l’occasione di conoscerla di persona in un bellissimo incontro a Potenza presso 3D Art Revolution, dove ha incantato tutto il pubblico presente con la sua immediatezza ed empatia.

Perché la stazione e perché il treno si evince già dal titolo del suo nuovo, meraviglioso, toccante romanzo: “Il treno dei bambini” per Einaudi Stile Libero. Perché il 1946, lo scoprirete accompagnandoci tra le pagine del romanzo seguendo i binari della nostra chiacchierata.

Dunque, partiamo!

- L'amore ha tante facce, non solo quella che pensate voi, - interviene Maddalena. -Per esempio, stare qua sopra in mezzo a tante pesti scatenate non è amore? E le mamme vostre che vi hanno fatto salire sul treno per andare lontano, a Bologna, Rimini, Modena... non è amore pure questo?- Perché? Chi ti manda via ti vuole bene?- Amerì, a volte ti ama di più chi ti lascia andare che chi ti trattiene.

Questo dialogo, che mostra la freschezza e l'immediatezza del piglio narrativo usato da Viola Ardone, racchiude in sé la forza e il nodo tematico del romanzo. Non a caso i due interlocutori sono il protagonista e voce narrante, Amerigo, un bimbo di 10 anni, e Maddalena, una donna comunista che si fa carico di un progetto di solidarietà all'indomani della Seconda Guerra Mondiale quando il sud, nella fattispecie Napoli, in cui è ambientata la prima e l'ultima parte del romanzo, versa in condizioni di estrema povertà.

Mettere su un treno i bambini che le famiglie meridionali non possono mantenere in maniera adeguata e farli accogliere per un periodo determinato dalle famiglie dell'Italia centrale, soprattutto emiliane e romagnole, che vivono una situazione di semplice agiatezza.

Una pagina non del tutto risaputa della storia italiana, che di questi tempi assume una valenza e un significato di enorme importanza e attualità.

Io avevo conosciuto questa storia di umana e semplice solidarietà attraverso un albo illustrato per Orecchio Acerbo, consigliatomi vivamente da Della Passarelli, direttrice editoriale di Sinnos“Tre in tutto”, testo di Davide Calì e illustrazioni ironiche e struggenti di Isabella Labate.

Da dove l'ha ripescata, invece, Viola Ardone?

RISPOSTA: La storia dei treni me l'ha raccontata un signore anziano, non ricordava più molte cose perché la sua memoria si stava screpolando, ma un'immagine gli era rimasta ben chiara nella mente: lui e sua madre alla stazione che si salutavano per un lungo viaggio. Mi ha mostrato anche una foto scattata presso la sua famiglia "adottiva" nel modenese. Diceva che era stato bene lì, e che l'unico rammarico che aveva era di non essere mai riuscito a tornare a salutare quelle persone che per alcuni mesi si erano prese cura di lui come un figlio. Era una famiglia di contadini, gente semplice, non benestante, ma che poteva permettersi di mettere il piatto a tavola due volte al giorno.

Ho iniziato a fare delle ricerche e ho scoperto una storia che non conoscevo e che in effetti non è molto nota: tra il 1945 e il 1950 partirono da tutto il meridione circa 70.000 bambini, un numero che fa rabbrividire, un esercito di bambini, una intera generazione salvata dalla fame, dalla malattia, dalla miseria. Erano le donne dell'udi (unione donne italiane) a individuare i bambini più bisognosi, a parlare con le famiglie, a convincere le madri a farli partire combattendo contro i pregiudizi e le voci secondo le quali i comunisti avrebbero portato i bambini in Russia o li avrebbero seviziati. Per molti di loro trascorrere alcuni mesi al caldo, nutriti e curati significava sopravvivere all'inverno. Ho ascoltato altri testimoni e ho scoperto che in molti casi le famiglie del sud e quelle del nord sono rimaste in contatto per anni, i genitori adottivi hanno continuato ad aiutare anche da lontano i bambini che avevano ospitato e a volte trascorrevano le vacanze estive insieme. 

Volevo fortemente che questa storia  diventasse patrimonio comune, perché solo attraverso la condivisione i ricordi dei singoli diventano memoria.

 

DOMANDA: “Il treno dei bambini” è suddiviso in quattro parti. Le prime tre sono ambientate all'indomani della fine della seconda guerra mondiale, la quarta con un salto temporale notevole nel 1994. La voce narrante è affidata ad Amerigo, che da bambino di dieci anni si trasforma in uomo maturo negli anni Novanta.
La voce di Amerigo bambino è straordinaria come il suo sguardo ingenuo e malizioso, di quella malizia buona che hanno i bambini provati dalla miseria ma che non si arrendono né si rassegnano. Un personaggio di pieno respiro, di quelli che ti entrano nel cuore per disegnare incisivamente l'immaginario dell'infanzia.
Solo nell'ultima parte Amerigo si mostra uomo maturo a fare i conti con i fantasmi della sua infanzia e adolescenza.
Gli perdono da lettrice certe asprezze e certe mancanze proprio in virtù di quel bambino che abbiamo conosciuto nelle pagine precedenti.
Felice, felicissima la voce di Amerigo bambino e straordinaria la tua capacità di immedesimarti e di non slabbrare mai la sua percezione del mondo, conservando l'altezza del suo sguardo senza mai snaturarla.
Come hai fatto a rendere così credibile la voce di un bambino lontano, perso negli anni Quaranta del Novecento?

RISPOSTA: Ci sono romanzi di trama e romanzi di voce. Per me la voce è importantissima: è la prima cosa che mi spinge ad abbracciare una storia e a seguirla fino in fondo. Nel caso di Amerigo, ho iniziato a sentirlo parlare prima ancora di iniziare a scrivere. Come se fosse un bambino vero, divertente, petulante, saccente, tenerissimo, che mi tirava per la mano e mi portava dove voleva lui. Io lo seguivo con curiosità, docilmente, perché era l'unico modo per conoscere la sua storia.

Dare la voce a un bambino di sette, otto anni nella Napoli del secondo dopoguerra non è stato sempre semplice. Bisognava che in ogni pagina fosse lui a parlare, vedere, camminare, non io. Ho un figlio della stessa età di Amerigo ma mi è stato subito chiaro che non potevano parlare la stessa lingua. Amerigo è contemporaneamente più piccolo e più grande della sua età. Vive per strada, ma non è scolarizzato, ha fatto tante esperienze ma non sa cosa sia il calore di una famiglia. Ma rimane comunque un bambino: per lui il reale si intreccia sempre con un mondo magico, che è il suo mondo interiore.

 

DOMANDA: Accanto alla voce, la lingua. Non il dialetto ma un omaggio al napoletano nel ritmo sintattico e in alcuni vocaboli di cui non si potrebbe fare a meno. Anche l'attenzione per la lingua è un tratto mimetico che in "Il treno dei bambini" raggiunge un suo equilibrio e ha un suo spessore. Rimane immediata e comprensibile, ma nello stesso tempo conserva il colore e il sapore della città e si veste di malinconia quando Amerigo è lontano da casa.
Una lingua che riproduci con il cuore o con l'orecchio?

RISPOSTA: Che bello: con il cuore o con l'orecchio! Vorrei rispondere con entrambi, ma la verità è che, come si dice in gergo musicale, sono andata "a orecchio". Mi spiego: il napoletano che ho avuto in testa, e proprio "nelle orecchie", scrivendo questa storia è quello che ho sentito dalle mie nonne, che anche quando si esprimevano in italiano avevano una cadenza particolare, una metrica del parlato fatta di accenti, pause, accelerazioni. È un napoletano delle persone "antiche", molto diverso da quello parlato oggi dai giovani o nelle fiction, che è invece duro, tagliente, provocatorio. Cercando quella cadenza antica mi è parso di dialogare di nuovo con le mie nonne, di ascoltare ancora le loro cantilene piene di ironia e di dolcezza.

 

DOMANDA: Nella mia percezione di lettrice, Amerigo sarà sempre il bambino protagonista delle prime tre parti, anche se con il salto temporale della quarta parte, che dagli anni Quaranta del Novecento si catapulta a metà degli anni Novanta, viene esaudito il desiderio di conoscere che fine e che vita abbia avuto quel piccolo malandrino che abbiamo lasciato in fuga su un treno, senza più il suo violino, regalo amato del papà adottivo del Settentrione.
Non sei riuscita a lasciarlo andare da solo incontro al suo destino e hai dovuto incontrarlo anche da adulto, Amerigo. Che cosa doveva ancora dire al lettore, da uomo maturo che ha ormai realizzato il suo destino? O invece non era lui che come scrittrice, e di conseguenza noi lettori, desideravi rincontrare, ma piuttosto due delle donne, straordinarie, che hanno animato la storia del romanzo: la madre di Amerigo e Maddalena, la donna che l'ha condotto al Nord? O ancora era desiderio di Amerigo di tornare a Napoli e di camminare di nuovo accanto alla madre: “mia mamma avanti e io appresso”, come nell'incipit così vivo con cui ce li hai presentati insieme?
O è proprio Napoli a reclamare i suoi figli, a farli tornare sui loro passi, anche i più riottosi? Insomma che questa storia che a Napoli era cominciata, non poteva che tornare lì, nella città partenopea?

RISPOSTA: Ho immaginato fin dall'inizio questa storia come il binario di un treno, disposta su due percorsi paralleli: l'andata e il ritorno. Mi piaceva che ci fosse una circolarità perché volevo raccogliere i frutti di quella particolare esperienza; i frutti buoni e quelli meno buoni. Amerigo parte, va in cerca di qualcosa che non ha e che desidera, e la trova. Ma tutto questo ha un prezzo, deve lasciare i suoi affetti più cari, sua madre. Scegliere, così giovane, tra desideri forti e contrapposti. Mi sono chiesta: come tutto questo influenza una vita? Ho voluto saperlo, o almeno immaginarlo. Partire, lasciare la propria casa non è mai facile. È tanto difficile accogliere che essere accolti. Avere la possibilità di scegliere apre nuove opportunità ma significa anche dover operare un taglio, una rinuncia. Ogni scelta è sottrazione. 

Anche come topos letterario il nostos, il ritorno dell'eroe è un tema ricorrente, perché chiude la storia non in maniera circolare ma come una vite, che al giro successivo torna allo stesso posto ma ad un livello più alto. D'altra parte gli archetipi della narrazione occidentale, l'Iliade e l'Odissea, sono proprio questo: la storia dell'eroe da giovane e la storia dell'eroe da vecchio. L'allontanamento e il ritorno.

 

DOMANDA: Anche il treno di questa nostra chiacchierata sta arrivando in stazione. Eccoci infatti all'ultima domanda.
I dialoghi sono, a mio avviso, un punto di forza del ritmo della tua scrittura. Già in "Una rivoluzione sentimentale", il tuo romanzo precedente, i dialoghi erano la chiave di accesso al mondo della periferia e della scuola che raccontavi e agli umori e all'introspezione dei tuoi personaggi. Anche in questo è attraverso i dialoghi che trascini il lettore all'interno del mondo narrato e glielo fai ri-vivere con intensità.
Dialoghi che vengono amplificati dalla narrazione in prima persona di Amerigo che ci travolge con la creatività e il fluire dei suoi ragionamenti, le concatenazioni e le interpretazioni con cui scopre e rinnova la realtà che lo circonda.
Quando per la prima volta all'inizio del romanzo entra nel palazzo di via Medina, dove si trova la sede dei comunisti, è attratto dalle grida di tre giovinotti che stanno litigando di politica. Tra loro lo attrae uno con i capelli biondi che "ogni due e tre dice: questione meridionale e integrazione nazionale".

La straordinaria e poetica attualità di "Il treno dei bambini" la lascio al lettore e al suo coinvolgimento emotivo ed empatico. In chiusura di questa nostra splendida chiacchierata mi faccio portavoce di un dubbio irrisolto che a un certo punto ha colto lo stesso Amerigo:

chissà se il giovinotto biondo l'ha risolta poi quella questione meridionale, mi viene in mente ogni tanto.

 

RISPOSTA: Il giovanotto biondo che compare in questa scena è ispirato alla figura di Guido Piegari, che venne espulso dal Partito comunista nel 1954 per il suo atteggiamento critico verso la politica meridionalista del partito. Di lui parla Ermanno Rea sia in “Mistero napoletano” che ne “Il caso Piegari”, in cui ripercorre la parabola di questo ricercatore di medicina oncologica che, dopo l'espulsione, si trasferì a Roma, si dedicò alla professione e all'insegnamento ma non superò mai il dispiacere per quell'allontanamento. 

Ho voluto ricordare questa figura per due motivi: il primo è quello di rilevare anche le frizioni, i giochi di potere, le ingiustizie che c'erano in seno al Partito comunista, un organismo complesso, capace di grandi progetti, grandi idealità, grandi risultati ma anche impegolato in guerre intestine e dinamiche interne non sempre cristalline.

Il secondo è proprio quello che argutamente rilevi tu: la "questione meridionale", o comunque vogliamo chiamarla - sperequazione tra sud e nord,  differenza di prospettive, di possibilità, di speranza di impiego, di condizioni di vita - non è mai stata risolta. Molti problemi sono evidentemente ancora sul campo, se attorno a un partito come la Lega si è manifestato un non trascurabile consenso. Al di là del giudizio politico o personale sulla Lega, credo che il suo affermarsi sia anche il sintomo di problemi ed esigenze reali degli elettori, sia del nord che del sud, che meriterebbero una riflessione seria e delle risposte concrete che si fondino però sulla solidarietà e non sull'odio reciproco e sulla paura.  

 

DOMANDA: Mi permetti una domanda bis?
Se il giovane biondo è un personaggio "d'ispirazione", sul treno insieme al compagno Maurizio c'è un personaggio reale.

Nello scompartimento entra il compagno Maurizio insieme a uno secco e lungo, con le lenti. Tutte le creature lo sfottono: specchiato, quattrocchie, turzo 'e penniello! - Silenzio, bambini! Ma lo sapete sì o no, - ci sgrida il compagno Maurizio, - che se siete saliti sopra il treno dovete ringraziare questo signore qua?- Questo qua? E chi è? - fa quello corto e nero.- Mi chiamo Gaetano Macchiaroli e per lavoro mi occupo di libri, - dice Sturzo 'e penniello con una bella voce tutta in italiano. Noi ci stiamo zitti, pare che veramente ci hanno tagliato la lingua. - ho organizzato insieme agli altri compagni questa bella iniziativa proprio per voi...- E perché, che cosa ci guadagnate? Mica siete nostro padre o nostra madre, - chiede il bassino scuro scuro, l'unico che non tiene soggezione.- Quando c'è la necessità, siamo tutti padre e madre di chi ha bisogno. E per questo vi stiamo portando da persone che si prenderanno cura di voi e vi tratteranno proprio come figli, per il vostro bene.

Nel mio paese natale, Teggiano in provincia di Salerno, il castello medievale è di proprietà della famiglia Macchiaroli. Puoi immaginare il sobbalzo e la gioia di vederlo citato per un'azione così bella.
Che ci dici di lui? Da dove proviene questa notizia?

RISPOSTA: Gaetano Macchiaroli, editore e uomo di grandissima cultura, fu tra i promotori del Comitato per la salvezza dei bambini di Napoli. Sono riuscita a scovare anche un librino in cui Macchiaroli rievoca in prima persona quell'impresa memorabile, dalla preparazione ai viaggi, che si svolgevano in grande allegria ma anche con non pochi contrattempi, dal momento che i viaggiatori di quei treni speciali erano piccoli, vivacissimi, scugnizzi. Mi piaceva che nel mio romanzo ci fosse anche lui: un uomo così impregnato di cultura e di così illustri natali che si mette al lavoro in prima persona, non solo dietro le quinte ma in prima linea. In questa storia non c'erano seconde linee: sui treni ci sono saliti proprio loro: Maurizio Valenzi, che diverrà poi sindaco di Napoli, sua moglie Litza, Gaetano Macchiaroli, Luciana Viviani, partigiana e figlia del commediografo Raffaele. Era un impegno concreto, non la teorizzazione dell'impegno.

 

Le belle storie si riconoscono subito, e “Il treno dei bambini”, come poche volte accade, è già stato venduto in numerosi paesi per essere tradotto, prima ancora di venire pubblicato in Italia. Gli auguro una lunga tratta e di incontrare tanti lettori, perché in questo momento è necessario far circolare storie così profondamente umane. Grazie a Viola Ardone per averle dato voce e respiro.

 

di Giuditta Casale