Struggente e spietata L’ultima intervista di Eshkol Nevo

Struggente e spietata L’ultima intervista di Eshkol Nevo

Nel suo ultimo romanzo L’ultima intervista, Eshkol Nevo intreccia finzione e autobiografia. Pur toccando i temi a lui cari – le relazioni familiari, l’amicizia, la situazione storica in Israele – sposta i termini del rapporto col lettore.

Eshkol Nevo a Roma questa estate Scrivere per interrogare se stessi

C’è anche qualcuno che vive a letto: in questo mondo di sogni Natsume Sōseki

La scrittura ci offre ancora la fortunata possibilità di scoprire assonanze fra autori e testi apparentemente lontani. Sarà per l’antica potenza evocativa della poesia, ancor più in quella forma istantanea che è l’haiku, o per il substrato poetico su cui i narratori come Eshkol Nevo continuano a fondare il loro raccontare. Naturalmente se si vede la poesia come visione e non semplice forma rappresentativa del mondo.

Nel rileggere l’haiku di Natsume Sōseki che ho riportato in esergo mi sono reso conto di come sintetizzi il senso dell’ultimo romanzo di Eshkol Nevo.

L’escamotage letterario a cui ricorre l’autore israeliano non è certo originale: un sito internet propone a uno scrittore un’intervista scritta. Domande che vanno dal classico Ha sempre saputo che sarebbe diventato uno scrittore? ad altre politiche come Lei è a favore della creazione di due stati per due popoli? o decisamente più intime del tipo Quand’è stata l’ultima volta che avrebbe voluto piangere?

Domande a cui lo scrittore protagonista del libro, dapprima si sottrae per un tempo non definito, poi risponde a modo suo, a volte del tutto eccentrico. Come se il domandare fosse, in realtà, un interrogare se stesso che conduce a una presa di coscienza inattesa. Un coltello dalla lama affilata che squarcia il velo di Maya, e ciò che si riesce finalmente a vedere non sempre è piacevole e confortante.

Proprio in questo sta l’intrigo di Eshkol Nevo. Sarebbe semplicistico ridurlo al dualismo finzione verso realtà. O menzogna verso verità. È vero che gli scrittori tendono a rispondere alle interviste come scrittori, appunto, tanto che risulta difficile comprendere dove finisca la finzione e dove inizi la realtà. Ma questa non sarebbe che l’apparenza dell’intervista.

In un romanzo complesso e corale domande e risposte s’amalgamano per dar vita a una narrazione mai personale dello scrittore. Il dualismo viene sublimato nella consapevolezza, maturata dai personaggi, circa la loro esistenza ipocrita: basata più sull’illusione di come avrebbero voluto che fosse, o, peggio, di come pensavano fosse. Piuttosto che su ciò che è realmente. Come se vivessero in un mondo di sogni, giusto per riprendere l’ultimo verso di Sōseki certamente ispirato alla visione zen della vita.

Il risultato di questo processo narrativo è l’implosione delle vite dei vari personaggi, la crisi dei falsi equilibri personali e familiari, e la difficoltà di affrontarla.

La crisi, chiave di lettura della contemporaneità

“Un tempo mi alzavo felice e oggi mi alzo triste. Non sono certo di sapere il perché, né ho idea di come uscirne” confessa lo scrittore protagonista. La sua tristezza non deriva solo dalla distimia che lo perseguita, ovvero da una grave alterazione del tono dell’umore, caratterizzato da una prostrazione cronica, subdola.

Lo scrittore personaggio decide di rispondere all’intervista perché attraversa un periodo di crisi creativa. Effetto dell’altrettanto profonda crisi in cui versa il suo rapporto ventennale con la moglie Dikla e con la figlia maggiore Shira.

Tutto in questa età dell’intrattenimento appare in crisi. O meglio, tutto ciò che è nato prima dell’avvento di quest’età e non si adegua ai suoi canoni. E mai come oggi essere in crisi significa non avere più punti di riferimento saldi e per uno scrittoe può significare  finire, scomparire in un battibaleno.

Certo, è doloroso rendersi conto che l’amore di un tempo si è esaurito e quando te ne accorgi è troppo tardi. Come è doloroso avvedersi che una delle cause di questo esaurimento forse è proprio il motivo per il quale la tua futura moglie ti aveva trovato interessante, salvo poi pentirsene. Ma essere uno scrittore ti porta lontano da casa fisicamente anche per lunghi periodi, e il rischio è che finisci per comportarti in famiglia come se fossi un personaggio di un tuo romanzo. Al punto che Dikla rivela che non sa se sia vera o inventata la storia del tradimento che le hai confessato in un ingenuo tentativo di infiammare di nuovo il suo cuore.

Non c’è da sorprendersi se la tua figlia prediletta, con la quale sino a ieri intrattenevi un rapporto confidenziale, non vuole più saperne di te. Al punto da andare via di casa e rifugiarsi in un kibbutz nel deserto. Ma con Shira hai oltrepassato il limite, le hai rubato una parte del suo mondo emozionale per riportarlo in un tuo romanzo senza alcun pudore, senza dirle nulla. E quando lei lo scopre incidentalmente tutto s’infrange. Non sei che un ladro ai suoi occhi.

Ma anche questo stato di crisi non è che la superficie. Come in una tragedia classica Eshkol Nevo fa emergere con disarmante chiarezza l’impotenza dei protagonisti nel porsi di fronte alla propria crisi e affrontarla per trovare una soluzione che non sia quella imposta dagli eventi.

Compassione e infelicità

Come nei precedenti romanzi, Eshkol Nevo mostra le umane contraddizioni dei personaggi in maniera diretta, senza fronzoli. Sebbene sia ormai rassegnato a perdere Dikla e s’impegni a salvare il salvabile con la figlia, il nostro scrittore sta accanto sino alla fine a Ari, amico per la pelle fin dalla giovinezza. Ricoverato in ospedale e sottoposto a terapie sperimentali per debellare un tumore, Ari condivide con l’amico la passione per la squadra di basket dell’Hapoel Gerusalemme.

Per quanto di scarso successo i due amici non smettono di sostenerla sino al punto di lanciarsi in un’avventura adolescenziale pur di far vedere a Ari l’ultima partita. La loro complicità scanzonata dà freschezza alla narrazione, aggiunge quella nota di distacco che alleggerisce senza superficialità. Ciò vale soprattutto per l’ironia con la quale Ari affronta l’inevitabile epilogo della malattia.

Non manca la nota nostalgica per l’assenza del loro altro amico Hagai, di cui da tempo non hanno notizie. Scomparve all’improvviso anni prima, senza una spiegazione. Ricomparirà più freak che mai per dare l’ultimo saluto a Ari. Stranamente è a lui che il nostro scrittore confesserà che scrivere non lo rende più felice per cui appenderà la penna al chiodo. Forse. Perché c’è sempre spazio per una nuova menzogna. Che non è mai innocente.

Il filo rosso di Eshkol Nevo

“Quello che sto cercando di dirti è che, al di là della sorpresa, c’era un’altra questione di cui io e Ayelet non osavamo parlare: il fatto che in qualche modo sapevamo – dovrei dire sapevo – che poteva succedere. I segnali erano lì da sempre, ma preferivamo ignorarli”.

Questo è l’incipit del precedente romanzo di Eshkol Nevo Tre piani. Nell‘intervista riportata da Tiziana Zita lo scrittore israeliano afferma che una delle ragioni per cui ha scritto Tre Piani è perdonare se stesso e dare ai personaggi un momento di perdono dagli errori che commettono.

C’è un filo rosso che accomuna i romanzi di Eshkol Nevo. Su NeulandSoli e perduti, su Nostalgia e L’ultima intervista aleggia lo sguardo profondo e sensibile dell’autore. Un’empatia che immerge il racconto in un’atmosfera nella quale il lettore si riconosce facilmente al di là di ogni diversità culturale. E forse è proprio questo che giustifica lo speciale rapporto tra i lettori e Eshkol Nevo.

Un filo rosso che unisce l’autore israeliano alla tradizione narrativa di cultura ebraica. Ironia, coraggio di rimettere in discussione lo status quo sociale, uso riflessivo della scrittura anche su temi delicati come la situazione in Israele, il rapporto tra etnie, l’immancabile eco della Shoah. Ma c’è anche l’umiltà di chi è consapevole che non esiste verità assoluta, e vivere appieno anche i propri errori è il modo migliore per non prendersi troppo sul serio e assolversi.

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