Sporcizia americana “Il sale della terra” di Jeanine Cummins

Sporcizia americana “Il sale della terra” di Jeanine Cummins

Pubblicato a gennaio di quest’anno, Il sale della terra, titolo originale American Dirt (sporcizia americana), ha raggiunto una rapida notorietà, forse soprattutto a causa del vespaio di proteste che ha scatenato. Scritto dall’americana Jeanine Cummins, narra di una libraia messicana e di suo figlio di otto anni, che fuggono da un feroce cartello di narcotrafficanti, dopo che la loro famiglia è stata sterminata. In questa fuga diventano migrantes. Si uniscono cioè a quella vasta schiera di uomini e donne che da diversi paesi del Sud America tentano di raggiungere gli Stati Uniti. Un viaggio fatto in gran parte sui tetti di treni presi in corsa, dove è facile venire risucchiati dalla velocità e restare amputati. Un viaggio in cui tutti subiscono violenze e si può morire da un momento all’altro.

Jeanine Cummins vive a New York e prima di diventare una scrittrice a tempo pieno ha lavorato per molti anni nell’editoria. Il suo libro è stato al centro di una feroce polemica. Lei è stata accusata da un gruppo di autori e critici messicani, non tanto di essersi appropriata di una cultura che non le appartiene, quanto di non conoscerla, di non sapere cose che ogni messicano sa.

La storia della letteratura ci fornice numerosi esempi eccellenti del fatto che uno scrittore possa scrivere di una cultura che non è la sua. Il problema, a sentire gli autori messicani, è che la Cummins, questa cultura non la conosce a sufficienza e il romanzo contiene inesattezze e stereotipi.

Si sa che queste distorsioni culturali possono urtare molto la suscettibilità. Facciamo un esempio. To Rome with Love è un film di Woody Allen del 2012 – forse il più brutto – in cui si vedono vecchiette vestite di nero, a lutto, girare per le vie di Trastevere, mentre in casa si scalda l’acqua per lavarsi sul fornello e poi la si versa con delle brocche in una tinozza. Questa Roma, che non esisteva neanche un secolo fa, abita solo nella testa del regista americano e si tratta di uno stereotipo molto fastidioso per un italiano che guarda il film.

Mutatis mutandis, la Cummins è accusata di aver scritto una storia melodrammatica, pensando ai gusti americani, a cominciare dalla protagonista e suo figlio che sembrano due statunitensi.

La conduttrice Oprah Winfrey, dopo aver dichiarato di aver molto apprezzato il romanzo perché le ha svelato la terribile realtà dei migrantes, ha in seguito organizzato una puntata del suo famoso Book Club, invitando la Cummins insieme ad alcune scrittrici messicane per un confronto.

Non avendo gli strumenti per prendere una posizione, mi limiterò a parlare del romanzo a prescindere dal problema, comunque non indifferente, della coerenza culturale. Vorrei comunque precisare che ho letto le critiche al romanzo solo dopo averlo finito, per non esserne influenzata.

“In cortile ci sono sedici cadaveri, quasi tutte le persone a cui Lydia voleva più bene al mondo”.

Tra loro c’è suo marito, sua madre, la nipotina adorata, in pratica tutta la famiglia. Scopriamo rapidamente che in Messico il tasso dei crimini irrisolti supera il 90 per cento. In pratica esiste una sorta di impunità totale. Potentissimi cartelli di narcotrafficanti agiscono incontrastati, lasciando teste mozze in mezzo alla strada. Hanno affiliati ovunque, molti anche nella polizia. Perciò se pensiamo che Acapulco sia un luogo di villeggiatura per gente ricca, tra mare e grattacieli, è un’idea decisamente da rivedere perché “i cartelli l’hanno dipinta di rosso”. La città ha il tasso di omicidi più alto di tutto il Messico e uno dei più alti del pianeta.

“Interi quartieri si erano svuotati, la gente abbandonava le rovine della propria vita e puntava al nord. Per chi se ne andava, il norte era l’unica destinazione. Se una Mecca del turismo come Acapulco poteva cadere, allora in Messico non esisteva un solo luogo che fosse sicuro”.

Tra questi feroci cartelli, quelli che cercano Lydia e suo figlio Luca sono i Jardineros. Si chiamano “giardinieri” perché per uccidere ricorrono alle armi da fuoco solo se vanno di fretta, altrimenti preferiscono usare strumenti più terra terra come vanghe, falci, asce, machete e zappe.

© Alejandro Prieto, Messico. Roadrunner Approaching the Border Wall. Un corridore della strada (una specie di uccello) si avvicina al muro di confine in Arizona. Il muro lungo il confine con il Messico, voluto da Donald Trump, attraverserà la zona più ricca e diversificata dell’America del Nord, interferendo con i movimenti, l’habitat e l’accesso all’acqua e al cibo degli animali. Le barricate per ora occupano mille degli oltre 3mila chilometri di confine e la volontà di Trump è costruirne altri 800 chilometri entro il 2021. La foto è attualmente al Palazzo delle Esposizioni, tra i vincitori del World Press Photo 2020.

Comincia così la fuga di madre e figlio, inizialmente in pullman perché per una donna è troppo pericoloso andare da sola in macchina. Tanto più che per le strade del paese ci sono posti di blocco presidiati dai narcotrafficanti, o da poliziotti che a volte sono narcotrafficanti, oppure da milizie formate dagli abitanti per difendersi dai narcotrafficanti. Il loro è un percorso pieno di ostacoli e ogni azione, anche la più ordinaria come spostarsi o prelevare soldi da un conto, diventa rischiosissima. Madre e figlio sono sotto shock e si muovono come animali braccati senza neanche il tempo di piangere la loro famiglia sterminata. Quello che li muove è soprattutto la paura.

Sembrerebbe che l’unica soluzione per loro sia il nord, il norte. Ma vengono messi in guardia da un prete che incontrano alla Casa del Migrante:

“Questo cammino è solamente per quanti di voi non hanno scelta né altre possibilità ma solo violenza e miseria alle spalle. … Alcuni di voi cadranno dai treni. Molti rimarranno mutilati o feriti. Molti moriranno. Molti di voi verranno rapiti, torturati, venduti, sequestrati. Alcuni avranno la fortuna di sopravvivere a tutto questo e arriveranno al confine degli Estados Unidos, solo per avere il privilegio di morire da soli nel deserto”.

“Solo uno su tre arriverà vivo a destinazione”.

Sì perché, non solo nessuno si preoccupa di punire questi omicidi, ma dei migranti che spariscono non si tiene nemmeno il conto.

“La Bestia”: è così che i migranti chiamano i treni merci che li portano al nord, verso il confine con gli Stati Uniti

Un problema di genere…

Ce la faranno i due protagonisti a raggiungere gli Stati Uniti e mettersi in salvo? O verranno raggiunti dal terribile cartello dei “giardinieri” che vuole ucciderli? Il sale della terra è un romanzo costruito come un thriller. È la storia di un inseguimento. Ha un ritmo serrato che ti prende fin dal primo momento, ma non è sufficiente che un romanzo sia un page turner per essere un bel romanzo. Per questo tipo di libri basati sulla trama si pone inevitabilmente la questione: al di là della curiosità trascinante, alla fine cosa resta?

Non entro nel dettaglio per non rovinare il piacere della lettura, ma la soluzione finale non mi ha convinto. Mi sono chiesta perché e cosa non andasse. Ho anche pensato a come l’avrei fatto finire. Finché ho capito: quello che non va è che si tratta di un romance thriller. Il personaggio che non funziona è Javier, il signore della droga a capo del cartello, quello che lascia in giro teste mozzate. Sì perché noi lo vediamo solo recitare poesie. Ci viene presentato come un uomo colto, raffinato, che fa le migliori letture, con un carattere dolce e mite. Senza negare che un narcotrafficante possa essere anche una persona colta e raffinata, diciamo che avrà anche altri aspetti della personalità che non rientrano nel quadretto che ne viene dato.

Il problema è il triangolo con il “narco-dandy innamorato”, più che il background dell’autrice. Al di là della coerenza culturale, c’è un problema di genere narrativo e credo sia questa corrente romance che mina la credibilità del romanzo, perché Javier non è un criminale credibile. Da qui deriva la difficoltà di trovare una fine soddisfacente.

Il sale della terra è pubblicato da Feltrinelli e mi chiedo come mai la casa editrice abbia scelto lo stesso titolo del bellissimo  film di Wenders su Salgado, generando non poca confusione. Penso che sia comunque un romanzo da leggere perché scorre veloce come un treno, mette i riflettori su cosa succede per raggiungere quell’agognata frontiera, svelando la realtà terribile dei migranti che sono disposti a perdere la vita pur di raggiungerla. Certo non è il nuovo Furore, come hanno scritto sulla fascetta della copertina americana.

Racconta di gente disperata che si sposta sapendo a cosa va incontro, il che vuol dire che lascia situazioni ancora più disperate, proprio come i migranti che cercano di arrivare sulle nostre coste.

In passato c’è sempre stato un altrove in cui andare e per secoli l’America ha rappresentato la terra in cui cominciare una nuova vita. Gli Stati Uniti sono fatti dagli emigrati di tutto il mondo, specialmente europei. Ora però siamo a un punto di saturazione. I paesi chiudono le porte e non c’è più un altrove in cui andare a cercare fortuna.

A questo proposito mi ha molto colpito un personaggio che arriva tra i migrantes verso la fine del romanzo. È una signora messicana che ha vissuto negli Stati Uniti per molti anni. Lei e il marito si sono trasferiti regolarmente in California perché lui – un ingegnere – aveva trovato lavoro lì. Vivevano a San Diego insieme alle figlie. Poi il marito è morto e il visto della donna è scaduto. Lei però andava ogni anno all’ufficio immigrazione per i controlli di routine, fino a che improvvisamente l’hanno espulsa. Una donna di classe media, con un inglese perfetto, proprietaria di un appartamento, un lavoro nel settore sanitario, arrivata in modo legale, con due figlie minorenni che l’aspettano a casa.

L’impressione è che siano gli Stati Uniti d’America ad aver perso qualche treno.

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