Quando le macchine vedono cose che noi umani. “Macchine come me” di Ian McEwan

Quando le macchine vedono cose che noi umani. “Macchine come me” di Ian McEwan

Macchine come me di Ian McEwan fa parte della “letteratura ucronica”, suggestiva variante del filone fantascientifico, nella quale si prospetta un passato avveniristico alternativo al presente della realtà storica. Questa letteratura vanta una ricca tradizione novecentesca – da La svastica sul sole di Philip Dick al Complotto contro l’America di Roth, da 1Q84 di Murakami allo splendido, dimenticato Ada, di Nabokov.

Ancor più consolidato è il topos dell’umanoide/cyborg che annovera illustri precedenti ottocenteschi quali il Frankenstein di Mary Shelley, L’uomo della sabbia di Hoffmann e, al femminile, Eva futura di Auguste de L’Isle-Adam. Poi si attraversa il “secolo breve” con Il Golem di Meyrink, Wells e ancora il Philip Dick de Il cacciatore di androidi, spunto per il capolavoro filmico Blade Runner.

Senza timori reverenziali lo scrittore inglese Ian McEwan, nel suo ultimo libro Macchine come me (Einaudi 2019) tenta di rileggere la tematica in chiave colta, attualissima, struggente ed ironica insieme.

L’ucronia

Siamo negli anni ’80, in un’Inghilterra bipolare che registra alti tassi di disoccupazione, inflazione, scioperi, diffusione della xenofobia e vertiginosa crescita di suicidi, ma anche un incremento dell’istruzione universitaria, quote rosa in Parlamento e casi clinici risolti con l’innesto di cellule staminali. Viene proclamato il lutto nazionale per i 2920 soldati morti nella guerra, perduta, delle Isole Falkland e per questo si chiedono le dimissioni della Thatcher: è inaccettabile la sconfitta dell’Invincibile Armata. Kennedy non è morto a Dallas e gli attempati Beatles, ricostituitisi dopo dodici anni, interpretano brani dal “sentimentalismo robusto”, incisi con orchestre sinfoniche.

Alan Turing, interpretato da Benedict Cumberbatch, nel film “The Imitation Game”

Alan Turing, l’inventore del computer, è vivo

Sir Alan Turing è vivo e scoppia di salute. In questo retro-futuro con frigoriferi parlanti dotati di olfatto, il glorioso inventore del Codice Enigma ha codificato l’intuito artificiale che deriva dal deep learning di software complessi che sono in possesso di reti neuronali superiori, potenzialità decisionali e consapevolezza emotiva. Ed è proprio Turing che acquista uno dei primi umanoidi in circolazione: ovvero 12 Adam e 13 Eve. Di questi, lo sceicco di turno si è regalato tre Eve per ampliare l’harem, mentre un altro esemplare può permetterselo in seguito ad una eredità, anche Charlie Friend, cinico narcisista confesso. Charlie vive in un presente di fallimenti professionali, ha interessi ondivaghi (elettronica, antropologia), atonia umorale, ed esercita un sistematico sperpero di quanto ha fortunosamente guadagnato con rocambolesche transazioni on line.

Adam, figlio, amico, domestico, robot di ultima generazione, è uno dei caratteri più felici dell’autore di Espiazione, dopo il feto “pensante e parlante” di Nel guscio.

Esemplare artificiale assolutamente realistico nell’aspetto fisico, alimentato con spina da 13 ampere, con pelle morbida e tiepida al tatto, viso affilato capace di 40 espressioni facciali e occhi celesti “pensosamente socchiusi”. Adam avrebbe superato l’infallibile test oculare di Harrison Ford in Blade Runner, del resto vive 15 anni in più dell’evoluto modello Nexus 6. Non ha sangue, ma “una pulsazione regolare e placida nella parte sinistra del petto simula il ritmo giambico del cuore” e parla con accento da inglese middle class, ricorrendo ad un lessico variegato e alto.

I replicanti Nexus 6 di Blade Runner

Alla fine, grazie alla sua elaboratissima capacità di apprendimento dati – nessuna fonte gli è preclusa – Adam evolve, per la gioia di Turing, in un sistema operativo caratterialmente autonomo e, ben presto, riflette sul concetto di trascendenza, cita Schopenhauer, compone Haiku, applica la reticenza e il sarcasmo. Inoltre simula emozioni, scopre la riservatezza, l’autocontrollo e ha nozione della bellezza disinteressata dell’arte. Non rinuncia ai sentimenti più intimi, né chiude gli occhi sulle ingiustizie e gli orrori cui il genere umano pare essersi assuefatto. Tantomeno rinuncia ad innamorarsi, trasformando così Charlie Friend “nell’ultimissimo modello di cornuto”, capace com’è, fra l’altro, di trasferire nel rapporto intimo la sua infaticabilità di automa.

La Iª legge della robotica di Asimov

“Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danni”: questa è la Iª legge della robotica di Asimov che qui viene clamorosamente infranta.

Da intrigante, esclusivo gadget, Adam diviene infatti “individuo” che, con responsabile libero arbitrio, non accetta di essere “spento” (accessibile il pulsante dietro la nuca). Sogna la palingenesi di un mondo rigenerato dall’altruismo e dalla solidarietà e percepisce – non essendo programmato a cogliere le contraddizioni planetarie – la sofferenza, soprattutto la sua inaccettabilità quando a causarla è l’egoismo di una collettività umana assai poco solidale, ottusa e violenta. Al punto di…

Macchine come me di Ian McEwan, affronta con toni di raffinato umorismo (memorabili la scena del tradimento o i consigli eno-gastronomici di Adam) e in modo originale problematiche oggi nodali: la prospettiva regressiva di una società schiava dell’inazione per l’impiego su larga scala di dispositivi meccanizzati; le conseguenze etiche legate alla messa a punto di congegni guidati da principi morali con la possibilità di scelte immediate sottratte alla labilità psichica dell’uomo; i limiti del pensiero.

Una curiosità: Blade Runner, il film di Ridley Scott cui ho più volte accennato, risale al 1982, anno nel quale è ambientato l’intreccio narrativo… mentre l’azione filmica si svolgeva nell’allora futuribile 2019. Sarà una coincidenza? Ha ragione Antonio D’Orrico: “Accademici svedesi, che tanto avete bisogno di riscattarvi, cosa aspettate a premiare McEwan? Non creiamo un altro caso Philip Roth”.

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