Da 36 mila a 11 mila: ogni giorno chiudono 4 edicole. Ecco perché

Da 36 mila a 11 mila: ogni giorno chiudono 4 edicole. Ecco perché
Un'edicola: ogni giorno quattro edicole sono costrette a chiudere.

Il nonno portava i giornali in bicicletta al generale Kappler durante l’Occupazione. Li metteva in una cesta e sotto ci nascondeva i documenti per aiutare gli ebrei. Una volta si è anche salvato da una perquisizione su un ponte perché Kappler lo riconobbe e lo fece passare. Giornalai da tre generazioni, la prima edicola era a piazza Sonnino, a Trastevere. Poi il padre ha aperto quella in piazza Rosolino Pilo, al centro di Monteverde, che ancora gestiscono i due fratelli Giancarlo e Gabriele Casucci.

 

Nel 2001 in Italia c’erano più di 36 mila edicole. Nel 2017 sono diventate circa la metà: 15.876. Secondo la Fieg, oggi ne sono rimaste 11 mila. Quasi 4 decessi al giorno. Le cose non vanno meglio per le vendite dei quotidiani: si passa dai 6 milioni e 800 mila copie al giorno nel 1992, a 1 milione e 800 mila copie nel 2018. Ben 5 milioni di copie in meno al giorno!

Oggi la gente si informa, per lo più gratuitamente, online. Se il destino dell’informazione cartacea sembra segnato irreversibilmente, le edicole possono sopravvivere in qualche modo? Lo abbiamo chiesto proprio ai diretti interessati. Voi da quanto fate questo lavoro? Lo abbiamo fatto dal 1984 al ’94 per dieci anni. Poi abbiamo fatto una pausa di vent’anni e siamo ritornati dal 2014 ad oggi.

L’edicola di Piazza Rosolino Pilo, a Monteverde, negli anni Cinquanta

Che cosa è cambiato in questi vent’anni? Che le persone non vengono più a comprare i giornali come prima. Il quartiere è lo stesso ed è abitato dai figli, o dai nipoti di quelli che c’erano vent’anni fa che però oggi non comprano più il giornale. Una volta i giornali costavano tutti lo stesso prezzo e quindi non si era obbligati a comprare un certo quotidiano solo perché costava meno. Ognuno poteva scegliere quello che voleva. Oggi non è più così. Un giornale costa 2.50 euro, un altro costa un euro. Quindi se tu hai un euro, sei costretto a comprarti L’Osservatore Romano e non potrai comprarti La Repubblica, a prescindere dalle tue preferenze. Questa è già una discriminate. Prima i prezzi non potevano cambiare. Oggi c’è una liberalizzazione e cambiano continuamente. La gente si scoccia perché dice: mi imponi di pagare 50 centesimi in più per un inserto che io non voglio e quindi il giornale non lo compro. Se l’editore pensa di darti un benefit con un inserto in più per soli 50 centesimi, il compratore invece la vede come un’imposizione e ha una reazione contraria rispetto a quella che l’editore si aspetta.

Quanta gente entra ogni giorno in edicola? Diciamo 200 persone ma non comprano tutte giornali. Oggi vendiamo Gratta e Vinci, biglietti dell’autobus e gadget vari. Ad esempio questa signora sta comprando Il Miliardario che è un Gratta e Vinci.

Un quartiere “minestrine”

Che età hanno in media quelli che entrano in edicola? Dai 45 anni in su. Poi c’è un buco e arriviamo ai bambini di 7 anni. Praticamente dai 7 ai 45 anni non entra nessuno.

Cosa leggono, più quotidiani o riviste? Difficile dare una risposta. Le signore anziane leggono le riviste di gossip in cui ci sono sempre Mino Reitano, o Albano. Sempre gli stessi. Persino le foto sono di trent’anni fa (mi mostra una copertina con Albano e la sua famiglia scattata almeno trenta, quarant’anni fa). Ora lui avrà novant’anni, mentre in queste foto è sempre giovane e alle signore che lo comprano va bene così. Sanno già com’è la storia.

Come nella tragedia greca… Esatto, sai già come va a finire. Ti piace, te lo aspetti e ti fa piacere. Invece il venerdì si compra Repubblica perché c’è l’inserto Il Venerdì che è fatto bene, ci sono i programmi televisivi e quindi risparmiano su altro. Magari buttano il giornale e leggono solo l’inserto. Insomma La Repubblica vende di più il venerdì solo per l’inserto.

Le riviste di gossip tipo Chi, Eva 3000, Di Più, Oggi, Gente, tirano ancora? Di Più va più di tutte. Poi Gente, Oggi, mentre Eva 3000 è quasi morta.

E fumetti e giornali pornografici? Non esistono più.

I bambini comprano ancora le figurine dei calciatori? Sì, anche degli animali, qualche favola. In questo periodo vanno 44 gatti e Paperino. I bambini comprano gadget e giochini. Sono i nostri articoli più venduti.

E i giornaletti? Topolino si legge ancora? Di Topolino si vendono quattro copie a settimana. Di Tex una ventina e lo comprano i vecchi.

Ma come? Nessuno legge i fumetti? Eppure se ne parla molto… Ogni tanto Dylan Dog, ma due, tre copie. Questo è un quartiere “minestrine”.

Qual è la vostra percentuale sulla vendita di giornali e riviste? Il 18,70 per cento, che però è da tassare.

Il vostro è un mestiere difficile in cui ci si sveglia all’alba… No, ci si sveglia prima dell’alba. Alle quattro, quattro e mezza. Alle cinque si tira già su la serranda. E si chiude la sera alle sette e mezza, otto.

Ma alle cinque del mattino chi viene? Il trasportatore che ti porta i giornali e vuole andare a casa presto perché sta lavorando dalle dieci di sera del giorno prima.

Quindi è solo per questa consegna? Sì, ma se tu non ci stai i giornali se li portano via. O se li vende il trasportatore al semaforo e dice di averteli consegnati, quindi resti senza per tutto il giorno.

 

Che si può fare?

I dati sui giornali parlano chiaro, c’è un calo vertiginoso nella vendita di quotidiani e riviste. Si sono fatti vari esperimenti tentando di proporre altro, al punto che le edicole sono diventate negozietti dove si trova di tutto. Biglietti del teatro e dell’autobus, bibite, biglietti della lotteria, giocattoli. In Liguria le edicole sono diventate pasticcerie, a Milano luoghi di degustazione… ma pare che nessuno di questi cambi di pelle abbia davvero funzionato. Che ne pensate: è possibile sopravvivere senza vendere giornali, vendendo qualcos’altro? Se vendi qualcos’altro non sei più un’edicola. Se trasformi la tua edicola in una pasticceria, o in un bar, ti vai ad inserire in un altro mercato. Ad esempio qui è già pieno di bar e quindi che senso ha aprirne uno di più? La torta è sempre quella, in quanti parti vogliamo dividerla? In questo modo ogni parte diventa sempre più piccola. Io invece penso che bisogna tornare un po’ indietro, riconoscere i propri errori e fare dei giornali che abbiano dei contenuti e che spieghino le cose al cittadino.

Il giornale del giorno dopo

Che me ne frega di quello che succede in Arabia Saudita quando io vivo qua e non so che la strada domani sarà chiusa, o che faranno i lavori e mi toglieranno l’acqua? L’utilità è di avere un giornale che ti dice cosa succede il giorno dopo e non solo il giorno prima. Quando il giornale esce ed è già vecchio di due giorni. Magari la gente vuole risentire le stesse cose e avere delle conferme, ma possono anche dirsi: perché lo compro se queste notizie le ho già sentite? Mi dicesse qualcosa che non so, quello che mi è utile. Ad esempio tutti i sabati entra gente che ci chiede se i tassisti stanno in sciopero. Questo perché nessuno sa che i tassisti di sabato fanno metà turno e quindi ci sono la metà dei tassisti a disposizione del cittadino. Questa è un’informazione.

L’edicola di piazza Santa Maria in Trastevere a Roma

Un giornalista potrebbe fare una ricerca e un confronto fra le spese che si pagano alle diverse banche e dire qual è più conveniente. Se pubblichi questa informazione la gente apprezzerà il tuo giornale. Potresti dire: andate a comprare questo prodotto là perché costa meno. O fare un listino e spiegare che Tim e Vodaphone costano di più di Iliad, così la gente passerà a Iliad. Queste notizie non le dà nessuno perché i grandi marchi pagano la pubblicità sui giornali e quindi lì non vengono date. È inutile cambiare l’edicola e vendere le pastarelle, bisogna cambiare i giornali e tornare alle vere notizie. Se ci dicono che sono affogati venti bambini nello stretto tra la Sicilia e la Tunisia ci dispiace, ma che questo venga montato come una montagna per dare addosso a questo e quel politico non ce ne importa niente. I media strumentalizzano queste notizie e ci fanno sentire che quei bambini ce li abbiamo sulla coscienza noi, laddove siamo impotenti.

Nel 2000, ai tempi della lira, con un’edicola a fine mese si portavano a casa tre milioni, oggi mediamente l’edicola dà un utile di mille euro al mese, forse anche meno. Voi quanto ci guadagnate? Sempre a quel tempo l’edicola valeva 2/300 milioni e costituiva una bella liquidazione per chi decideva di venderla e ritirarsi. Oggi se si riesce a venderla a 3-4-5 mila euro è grasso che cola. L’edicola può valere pure diecimila euro. Ad esempio quella che sta a piazzale Aldo Moro, davanti all’ingresso dell’università, è in vendita da due, tre anni a 20 mila euro. Penso che se vai lì con 10 mila euro te la compri. Ma chi vuole lavorare 15 ore al giorno per portare a casa 500, o 700 euro come noi? Febbre o non febbre devi venire lo stesso, come è successo a me l’altro giorno.

Gli abbonamenti

Che succede con gli abbonamenti? Noi vendiamo, allegato alla rivista, il buono per acquistarla con il 70 per cento di sconto, in abbonamento. È come se andassi dal macellaio a comprare la carne e sullo scontrino che ti dà ci trovi scritto: guarda che questa carne che hai pagato venti euro, se la ordini per telefono puoi averla direttamente a casa e pagarla cinque euro. A quel punto continui a comprarla da lui o telefoni? Telefoni e quindi il macellaio muore. Io ultimamente ho provato a parlarne con l’editore di That’s Italia. Quando è uscita questa rivista l’abbiamo esposta per promuoverla. Poi a me piacciono le riviste di turismo e quindi mi sono messo a sfogliarla. A un certo punto all’interno c’era il buono per fare l’abbonamento e riceverla a casa con lo sconto del 50 per cento. Quindi io ho telefonato all’editrice e le ho spiegato il problema. Lei mi ha risposto che c’è chi abita nei paesini sperduti, nei posti di montagna, in posti non raggiungibili dalla grande distribuzione in cui la gente non prende la macchina e fa venti chilometri per andare a comprare una rivista. Ecco perché lo fanno. Giusto, ma allora nelle edicole limitrofe alle grandi montagne, ai grandi laghi e alle periferie, inserite il buono promozionale nella rivista, ma in città, dove c’è una distribuzione capillare dovreste evitarlo. Così il signore che abita qui di fronte non si farebbe l’abbonamento a Grazia, quando potrebbe tranquillamente attraversare la strada e comprarlo qui.

La distribuzione

Veniamo alle cause: ovviamente c’è il fatto che l’informazione si è trasferita sul web, dove per di più è gratuita. La crisi della carta che investe tutta l’editoria, colpisce in primo luogo la stampa. Poi c’entra la crisi economica e infine la distribuzione. Nell’editoria libraria la distribuzione è concentrata nelle mani di pochi grandi gruppi e questa è una delle cause della chiusure delle librerie (vedi qui il nostro articolo). Che ruolo svolge nel vostro caso la distribuzione? Anche per voi è così deleteria? Quando ti forniscono le copie ne manca una, quando gliele rendi ne manca un’altra. Per risolvere questo problema devi telefonare, in certi giorni precisi e dalle undici a mezzogiorno. È un esempio, ogni distribuzione ha i suoi orari e sono tutti diversi. Il problema è che mentre devi risolvere questa cosa tu stai lavorando. Hai il cliente davanti, gli devi dare il resto. Così nel gioco delle consegne e delle rese ci imbrogliano, si sbagliano, ma questo va sempre a nostro discapito. Va ad assottigliare quel margine di guadagno che è già ridotto. Abbiamo anche avuto un’estorsione da un’agenzia di distribuzione romana che ci ha chiesto “una somma a garanzia” di 2000 euro per aprire il rapporto di lavoro con loro. Questo malgrado noi paghiamo tutto quello che c’è in edicola.

Be’ mi sembra una cosa molto grave. . . Secondo voi si può fare qualcosa per migliorare la situazione e cosa? Un giornale buono. Un quotidiano oggi conta 35 pagine e già questo è inutile perché chi lo trova il tempo per leggere 35 pagine? Poi di quelle 35 pagine la metà è pubblicità. Sono tutti soldi che gli entrano. Inoltre prendono le sovvenzioni. La soluzione, come dicevo, è fare giornali migliori e controllare tutta la filiera editoriale.

 

Continua il nostro servizio sulle edicole Prossimamente l’intervista a un edicolante che ha chiesto di restare anonimo

L'articolo Perché chiudono le edicole proviene da Cronache Letterarie.