"Il Covid ha creato nuove opportunità sul Web ma anche disuguaglianze e abusi. Vi spiego la Rete che vorrei"

Durante il lockdown Internet ha consentito il lavoro e la didattica a distanza, il commercio online e i pagamenti digitali, perfino la socialità virtuale. C'è però anche il rovescio della medaglia. Come difendersi? Quali rischi evitare? Quali attività sono minacciate? Servirebbero formazione e banda ultralarga? Tutte tematiche sviluppate da La Rete che vorrei, il nuovo libro curato dal professor Ruben Razzante che contiene il suo contributo e quelli di altri esperti e studiosi. L'intervista

La Rete al tempo della pandemia e, a destra, Ruben Razzante
La Rete al tempo della pandemia e, a destra, Ruben Razzante
di Ignazio Dessì

Il coronavirus ci ha forzatamente cambiato la vita. Ha modificato le nostre abitudini, condizionato libertà e scelte. Stravolto il mondo che conoscevamo. Il lockdown ha dato ulteriore centralità ai social network, alla Rete e ai motori di ricerca, inducendo le persone, le imprese e la pubblica amministrazione ad aumentare in maniera incredibile il ricorso al digitale. Questo ha creato opportunità eccezionali ma anche nuove disuguaglianze, abusi e dipendenze. La disinformazione inoltre è un pericolo costante. Bisogna perciò domandarsi come si può raggiungere il necessario equilibrio.

Per comprendere quale sarà l’eredità digitale che questa pandemia, una volta terminata, consegnerà al popolo del web, abbiamo incontrato il Professor Ruben Razzante, docente universitario alla Cattolica di Milano e alla Lumsa di Roma, fondatore del portale www.dirittodellinformazione.it, nonché autore di numerosi saggi in tema di diritto dell’informazione (guarda la video-intervista) tra cui, ultimo arrivato, La Rete che vorrei (ed. FrancoAngeli, novembre 2020). Il volume contiene scritti del professor Razzante e di altri esperti, studiosi e addetti ai lavori: Cesare Avenia (Confindustria Digitale), Gian Carlo Blangiardo (Istat), Ciro Cascone (Tribunale per i minorenni di Milano), Daniele Chieffi (Dipartimento Innovazione, Presidenza del Consiglio), Giuseppe De Rita (Censis), Daniel Dougherty (Alibaba Group), Marcello Foa (RAI), Carlo Giorgi (Amazon Italia), Maximo Ibarra (Sky Italia), Stefano Lucchini (Intesa Sanpaolo), Mariangela Marseglia (Amazon Italia), A. Mazzetti (Facebook), Simona Panseri (Google), Giovanni Pitruzzella (Corte di Giustizia U.E.) e  Ruben Razzante. Testimonianze preziose e autorevoli, provenienti da osservatori privilegiati: i colossi della Rete (Alibaba, Amazon, Facebook, Google), le Tv (RAI e Sky), le istituzioni (Dipartimento Innovazione, Tribunale per i minorenni di Milano, Corte di Giustizia Europea), il mondo produttivo (Confindustria e banche), i centri di ricerca (Censis e Istat).

Peraltro Ruben Razzante, nell’aprile scorso, è stato nominato esperto della Unità di monitoraggio per il contrasto della diffusione di fake news relative al Covid-19 sul web e sui social network, istituita dal Sottosegretario di Stato con delega all'Informazione e all'Editoria, Andrea Martella, che ha prodotto un documento sulle azioni che il Governo avrebbe dovuto promuovere in materia di promozione della qualità delle informazioni in Rete in epoca Covid.

Professor Razzante, la pandemia di coronavirus ha influito anche sul Web?  E se è così, in che modo?
“In piena pandemia social, store online, motori di ricerca hanno garantito servizi essenziali o diritti diventando più umani ma anche più potenti, le Tv hanno acquistato nuova centralità, le imprese, la pubblica amministrazione, i cittadini hanno allargato la loro dimensione digitale in modo impensabile. Si sono create nuove opportunità ma anche nuovi divari; c’è stata una overdose tecnologica che ha spazzato via vecchie consuetudini ma anche aperto la strada ad abusi e/o dipendenze. La disinformazione galoppa. Occorre trovare un nuovo equilibrio”.

Il libro (Foto dell'autore)

Quale Rete è auspicabile? Qual è il Web che lei vorrebbe e di cui si parla nel suo libro?
“Io auspico un nuovo umanesimo digitale, una Rete realmente al servizio di cittadini e imprese, come si legge nel sottotitolo del volume.  Impatto della digitalizzazione sulla produzione e distribuzione di beni e servizi, valore dei dati, tutela dei diritti degli individui e delle imprese nel web, integrazione multimediale, evoluzione dell'economia e della finanza, politiche dei colossi della Rete in difesa delle imprese e degli utenti, qualità dei contenuti informativi, patologia dell'ecosistema mediatico e funzionamento delle democrazie sono i principali temi affrontati in La Rete che vorrei, che si rivolge a quanti  puntano a vivere in maniera sempre più consapevole e responsabile la loro dimensione digitale. Pretendere di padroneggiare fino in fondo i cambiamenti che la Rete sta vivendo equivarrebbe all'illusione di riuscire a trattenere in una mano tutti i granelli di sabbia raccolti. Occorre uno sforzo di maturo e operoso adattamento all'ambiente virtuale che non faccia mai venir meno la centralità irriducibile dell'uomo e la sua inarrivabile profondità”.

In un periodo come questo torna, prepotente, alla ribalta la tematica delle fake news di cui lei si è a vario titolo occupato: come ci si deve comportare per evitare di essere vittime della disinformazione e delle false notizie?
“Ci sono due grandi filoni di fake news: quelle messe in giro ad arte e quelle frutto dell’ignoranza. Nel primo rientrano le tesi negazioniste, catastrofiste e complottiste: tutte quelle fake news diffuse per prendere clic, alimentando così i fatturati pubblicitari di alcuni siti, oppure per destabilizzare gli Stati e per creare nuovi equilibri mondiali.

Ce ne sono poi altre, figlie di superficialità, pressapochismo e della mancanza di verifiche. Non sono dolose, ma colpose. Vengono diffuse perché la gente le produce e le condivide senza fare le dovute verifiche. Prima ancora di sollecitare leggi o interventi repressivi, occorre agire sull’autodisciplina degli utenti affinché siano più accorti nel condividere notizie di dubbia autenticità e non fondate su evidenze scientifiche. Ci sono vari indizi di fake news. Innanzitutto l’Url, l’indirizzo internet dell’articolo: verificatelo, spesso somiglia a quello di siti online nei quali navighiamo tutti i giorni, ma in realtà se ne differenzia per una lettera, un carattere. Questa è la riprova che si tratta di un link fake.  Secondo indizio da valutare è l’autore dell’articolo: si è mai occupato di questo tema? È un giornalista? È un soggetto che ha fatto degli approfondimenti oppure è una persona che sentite nominare per la prima volta? E, poi, su quale canale ha pubblicato questo articolo: è un sito professionale registrato oppure uno dei tanti blog o canali internet di dubbia autenticità? Bisogna controllare nella home page di questo canale e valutare se sia una fonte affidabile, quindi riconducibile a dei responsabili che hanno un nome e un cognome.

Infine, quando sono citate delle ricerche, bisogna valutare se queste siano state effettivamente prodotte da quella istituzione. Se viene citata una università o un centro ricerca, meglio andare sul loro sito a verificare. In questo modo vengono spessissimo smascherate fake news”.

Il professor Razzante

In questi tempi di lockdown gli italiani, come altri cittadini del mondo, sono ricorsi appieno ai social e alla Rete. Ravvisa in questo un salto positivo? Quali gli aspetti negativi?
“Siamo di fronte a un cambiamento epocale, a una rivoluzione delle società e delle economie. L’irreversibilità di molti processi che si sono attivati con il lockdown, in termini di virtualizzazione di azioni e iniziative che fino a un anno fa mai avremmo immaginato di dover svolgere in Rete, è ormai un dato di fatto. Soprattutto durante il lockdown, la Rete ha consentito a milioni di persone di svolgere una molteplicità di funzioni, dallo smart working alla didattica a distanza, dal commercio online ai pagamenti digitali, fino ad arrivare alla socialità virtuale, che ha sostituito in quei due mesi quella in presenza. E' evidente che c'è il rovescio della medaglia. Anzitutto le difficoltà tecnologiche per quanti vivono in zone disagiate o con poca copertura, visto che la banda ultralarga è ancora una chimera. In secondo luogo l'analfabetismo digitale di ampie porzioni di popolazione italiana. Poi la freddezza delle relazioni online, che non potranno mai sostituire pienamente quelle in presenza. Senza dimenticare gli effetti devastanti che la virtualizzazione di molte funzioni prima svolte dal vivo ha prodotto sulla gestione del tempo e sull'organizzazione della vita famigliare e sociale. Tuttavia credo che, anche quando sarà finita la pandemia, ci auguriamo presto, le abitudini come il lavoro da remoto o le riunioni su skype o i webinar al posto dei convegni in presenza potrebbero diffondersi stabilmente. Fanno risparmiare tempo, riducono gli spostamenti e l'inquinamento, consentono di ottimizzare le risorse. Dunque i gestori delle piattaforme sono destinati a diventare sempre più preziosi per aziende e cittadini-utenti. A soffrire, tra gli altri, saranno le attività di ristorazione e i punti vendita di prodotti tecnologici, di abbigliamento e di altri settori merceologici, perché gli acquisti online diventeranno la norma”.

Mondo digitale (Foto Ansa)

Cosa pensa di aspetti legati all’utilizzo della Rete come il cyberbullismo, il revenge porn o le truffe on line?
“Nel volume La Rete che vorrei si parla anche di questi temi, che hanno a che fare con la tutela dei diritti della personalità nel web. Il terreno resta insidioso e le violazioni sono tante. Il cyberbullismo e il revenge porn hanno prodotto suicidi e atroci sofferenze in moltissime persone, ma ora ci sono normative puntuali che puntano a prevenire e combattere quei fenomeni. La Rete amplifica la portata di atti di violenza e dunque occorre mixare l’autodisciplina con le iniziative legislative sia a sfondo preventivo che repressivo. Senza dimenticare le truffe online e altri reati come il procurato allarme, che vengono compiuti spessissimo in ambito virtuale”.

Anche persone che prima ne erano fuori, tra esse molti adulti, si sono serviti obbligatoriamente e per la prima volta di certi strumenti: come si fa a rendere la Rete un luogo sicuro?
“Una serie di strumenti possono agevolare il raggiungimento di quell’obiettivo, che tuttavia rimane sempre precario e instabile. Da una parte gli strumenti del diritto, dalle normative alla giurisprudenza fino ad arrivare ai codici deontologici; dall’altra le armi educative e culturali, con il potenziamento di tutte le iniziative formative, anche nelle scuole dell’obbligo, per far crescere la cultura digitale”.

A che punto siamo con l'Infrastrutturazione del Paese?
“E’ un’altra nota dolente che abbiamo ancora una volta toccato con mano durante i lockdown. Non ci sono connessioni sufficienti per tutti gli italiani e la banda ultralarga rimane una chimera. Inoltre, in molte parti d’Italia non è possibile neppure attivare un collegamento internet. Bisogna superare il gap tecnologico che separa alcune aree virtuose del Paese da altre decisamente più penalizzate e trascurate e lavorare fin da subito, anche sfruttando le risorse del Recovery Fund, per realizzare quelle autostrade digitali in grado di accelerare i flussi informativi e di rendere più competitiva la nostra economia in ogni settore. Le sinergie pubblico-privato su questo versante saranno decisive”.