La scopa del sistema di David Foster Wallace

La scopa del sistema di David Foster Wallace

La scopa del sistema è stato il primo libro che ho letto di David Foster Wallace, anticipato da una fama di scrittore brillante e difficile, cui ci si avvicina con timore reverenziale, un po’ per la paura di non essere in grado di comprenderne le altezze, un po’ – diciamo la verità – temendo che si tratti di un terribile mattone. Perché anche se alla fine della lettura le loro opere ci lasciano magari inebetiti di felicità, credo che molti scrittori cult disseminino nelle loro creazioni letterarie momenti di noia, indigeste verbosità o concetti intricati che costringono a riletture compulsive per difendere una propria seppur minima autostima.

D’altronde ci sono classici universalmente osannati come capolavori che in realtà nelle comunità di lettori si esibiscono più come faticati trofei che in virtù di un reale apprezzamento. È innegabile che la fama di un autore – spesso non sempiterna – ottunda il gusto e il senso critico di un lettore, portandolo ad adeguarsi alla generale adorazione.

Nel caso di un classico, in tempo di social le opinioni tendono a radicalizzarsi, non esistendo una terra di mezzo tra coloro che si ergono a strenui difensori dell’opera e coloro che tendono a liquidarne le qualità e a metterne in discussione l’importanza.

“Un classico è un’opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sé, ma continuamente se li scrolla di dosso”.

Scrive Calvino in Perché leggere i classici. Bisogna però riconoscere che un classico non sempre è considerato unanimemente tale e soprattutto che alcuni di quelli che riteniamo classici oggi, probabilmente non lo saranno domani.

Tornando a La scopa del sistema, non so se possa considerarsi un classico, ma di certo si può dire che il suo autore si sia guadagnato, presso gli amanti della letteratura, una fama già cospicua di autore difficile e maledetto, anche a causa della sua vita, i cui segni caratterizzanti furono la genialità, la depressione, la ribellione e infine la tragica scelta del suicidio.

David Foster Wallace a Capri, nel 2006, al festival “Le Conversazioni

Nonostante le premesse, questo romanzo è estremamente godibile e scorrevole, si legge tutto d’un fiato e soprattutto lascia in eredità al lettore un patrimonio di temi su cui riflettere e che lentamente decantano.

David Foster Wallace, giusto per ripercorrerne la breve ma luminosa esistenza, si mise in evidenza già alla fine dell’Università proprio con il romanzo La scopa del sistema, che rappresentò di fatto la sua tesi di laurea, o meglio la sua honors thesis: una dissertazione riservata agli studenti più brillanti in corsa per il titolo cum laude. Il nostro si laureò in Inglese e Filosofia nel 1985, La scopa del sistema fu pubblicato nel 1987 e suscitò enorme scalpore nell’ambiente letterario per le straordinarie novità di cui era portatore in termini di rivoluzione del linguaggio e soprattutto di contenuti.

Nel 1996 pubblicò un secondo romanzo, considerato il suo capolavoro, Infinite Jest. A parte l’ultimo romanzo incompiuto, Il re pallido, Wallace per il resto si dedicò al suo lavoro di professore e alla scrittura di numerose raccolte di racconti e saggi. Sofferente di una grave forma di depressione, nel 2008 si impiccò nella sua casa di Claremont, in California, all’età di soli 46 anni.

Il romanzo ha un incipit curioso e tagliente, che riecheggia toni classici:

“Molte ragazze davvero belle hanno dei piedi davvero brutti, e Mindy Metalman non fa eccezione, pensa Lenore, all’improvviso”.

Di colpo siamo attirati nella stanza di un college femminile, dove sta per verificarsi un evento che solo nove anni più tardi, molti capitoli più in là, guadagnerà una propria semantica coerente, ovvero una spiegazione (una rappresentazione perspicua). Perché la storia si compone di una sorta di prologo, ambientato nel 1981, quindi nel passato rispetto all’anno di pubblicazione del libro (il 1987) e di uno svolgimento cronologicamente singhiozzante in gran parte ambientato nel 1991, dunque nel futuro.

Eppure il mondo delineato da David Foster Wallace, così lontano dalla realtà del tempo, è così vicino in termini concettuali a quello che sarebbe diventato il nostro futuro e – purtroppo per poco – anche il futuro dell’autore.

Quello de La scopa del sistema è un mondo in cui oggetti, marchi, cariche, persino luoghi sono identificati da imponenti maiuscole, quasi a sottolinearne beffardamente la vacuità in contrasto con l’altisonanza della definizione.

Lenore Beadsman, la protagonista del romanzo, è la rampolla di una famiglia che detiene il controllo di una società che ingloba la maggior parte delle attività economiche della città in cui la storia è ambientata, Cleveland. Per una sorta di spirito di ribellione non lavora nell’azienda paterna ma come oscura centralinista presso la casa editrice Frequent & Vigorous. A causa di un guasto al centralino si troverà spesso a rispondere alle telefonate indirizzate a una azienda, presumibilmente di servizi BDSM (Bondage, Dominazione/Disciplina, Sadismo, Masochismo), la cui ragione sociale è “Bambi l’Antro della Disciplina”.

A volte le maiuscole collassano in grandiosi acronimi, come nel caso del Deserto Incommensurabile dell’Ohio (DIO), un’opera artificiale che simula perfettamente un deserto di sabbia nera, voluta fortemente da uno dei notabili della città.

Un mondo strabiliante

È questo lo strabiliante mondo in cui è ambientato il romanzo e un mondo talmente strabiliante ha bisogno di una nuova narrazione.

La scrittura di Wallace è destrutturata, reinventata, piegata alle esigenze narrative, piena di allusioni, di ironia e a volte rivela lati comici straordinari, come appunto l’anelito ad avvicinarsi a DIO, che in realtà è appunto un luogo creato artificiosamente come luogo di meditazione.

Anche se a volte l’utilizzo esplosivo del linguaggio può rendere un po’ faticosa la comprensione del testo (onore al traduttore che è riuscito a restituirne in maniera egregia le molteplici sfumature), tuttavia la narrazione rimane estremamente fluida, scoppiettante e veramente divertente, purché ci si abbandoni al flusso del racconto con fiducia. Perché tutti i nodi poi saranno sciolti, almeno fino a un passo dall’epilogo.

Il linguaggio è il protagonista

Il linguaggio è assoluto protagonista di questo romanzo, non soltanto da un punto di vista meramente stilistico. È infatti evidente l’influsso della filosofia di Wittgenstein – dal cui pensiero David Foster Wallace fu affascinato nel corso dei suoi studi universitari – sulla struttura e sui temi de La scopa del sistema.

In particolare Wallace sembra fare riferimento al pensiero del cosiddetto “secondo Wittgenstein”, quello delle Ricerche filosofiche, che non a caso è il libro che la bisnonna di Lenore porta sempre con sé. Il secondo Wittgenstein abbandona l’iniziale fiducia nel linguaggio come rappresentazione formale di fatti per approdare ad una teoria ben più ricca di suggestioni, secondo la quale il linguaggio opera quale elemento di costruzione della realtà. Non esiste più una realtà fattuale che il linguaggio raffigura, esiste invece un processo di interazione circolare tra il soggetto e il contesto, che acquista senso e significato soltanto nella relazione medesima.

Il linguaggio non è la rappresentazione di una realtà oggettiva, ma le parole assumono significati diversi a seconda dell’ambito in cui vengono usate. È all’interno dei vari contesti, che Wittgenstein chiama “giochi linguistici”, che avviene l’attribuzione del senso, che dunque non può essere assoluto.

L’esempio della scopa

Esemplare da questo punto di vista è l’esempio che dà il titolo a questo intrigante romanzo, attribuito alla bisnonna di Lenore, discepola di Wittgenstein.

Si narra che la bisnonna di Lenore, che non a caso si chiama Lenore come la nostra giovane protagonista, amasse interrogare i propri familiari su quale fosse la componente più importante della scopa, se il manico o la chioma. E alla prima risposta che definiva la chioma quale parte cruciale della scopa – in quanto destinata a spazzare – reagisse con furore sottolineando come la chioma risultasse completamente inutile nel caso in cui l’attrezzo dovesse essere utilizzato per rompere una finestra. Il senso di questa scena illuminante è che la bisnonna Lenore vuole comunicare ai suoi bisnipoti che il significato dipende dall’uso, è relativo alla funzione. Cosa c’entra tutto questo con il romanzo? C’entra nella misura in cui la teoria del linguaggio assurge a teoria esistenziale.

Prigioniera di un gioco linguistico

La giovane Lenore Beadsman è profondamente legata alla sua bisnonna ed ha da lei assorbito i fondamenti teorici della sua concezione del mondo, e di sé, fino al punto di mettere in dubbio la propria identità, di sentire la propria esistenza non reale, ma legata al racconto degli altri, di essere quindi prigioniera di un gioco linguistico detenuto da entità che sono altre da sé. Per questo motivo è in terapia presso un ambiguo psicoanalista di dubbia competenza, che sembra tentare di condurla verso la consapevolezza di sé.

La nostra protagonista è altresì affetta da un evidente disturbo psicologico che si traduce nell’ossessione per l’igiene personale e nel terrore della contaminazione. È evidente come il personaggio di Lenore jr. sia rimasto bloccato, nel proprio sviluppo identitario, in una fase di rifiuto dell’interazione con l’altro.

E non è un caso che frequenti come unilaterale fidanzata (ovvero fidanzata solo dal punto di vista di lui) il proprio datore di lavoro, Rick Vigorous, che a dispetto del proprio cognome non solo non è affatto vigoroso, ma probabilmente si configura come amante impotente ancorché geloso e passionale, e in ogni caso incapace di aiutarla a superare il suo terrore di contaminarsi con l’altro da sé.

Non è possibile qui raccontare nel dettaglio la trama di questo geniale romanzo: basti sapere che la vicenda parte dalla sparizione da una casa di riposo della omonima bisononna di Lenore, insieme a un manipolo di suoi amici vegliardi.

Che, nel tentativo di trovare la bisnonna, Lenore si troverà ad entrare in contatto con una miriade di personaggi, alcuni fenomenali e indimenticabili come il fratello LaVache, delineati in maniera che non stento a definire sublime.

Che casualmente sarà proprio Rick Vigorous a proporre a Lenore Andy, un uomo non estraneo al passato della ragazza e che sembra rappresentare per lei lo strumento giusto per forare la membrana tra sé e l’altro, per esalare quel “sentore di breccia”, di contaminazione, che lo psicoanalista dr. Jay evoca in continuazione. E che ad un certo punto tutto collassa e si arriva all’epilogo.

Il destino di Lenore

Una delle principali critiche rivolte a questo romanzo dai lettori è proprio relativa alla assenza di un epilogo. Eppure, proprio in stile Wittgenstein, forse c’è più di un epilogo. Una coerente soluzione della narrazione, in senso tradizionale, non c’è, anche se Wallace dissemina di indizi le pagine finali, soprattutto la frase finale, che manca di un lemma che è la chiave del libro.

Così può essere che Lenore – distaccandosi dalla dimensione di personaggio di un racconto altrui attraverso Andy e riconquistando la propria identità e realtà – paradossalmente sia espulsa dalla narrazione (dal contesto “reale” cui appartiene) e scompaia. O forse – visto che metà del romanzo la scrive l’autore, l’altra metà il lettore – Wallace lascia a quest’ultimo l’attribuzione di un proprio significato al destino di Lenore.

Il destino di Lenore sembra comunque riguardarci e riecheggiare il nostro: siamo realmente attori delle nostre vite o siamo personaggi di un contesto eterodiretto? Nella eterna dialettica tra la necessità di trovare la propria identità in rapporto alle aspettative del contesto non esiste probabilmente una risposta univoca. Su questo, sul significato della nostra esistenza, ci fa riflettere David Foster Wallace in questo complesso romanzo che lascia nel lettore un’impronta indelebile. Se ancora non lo avete fatto, leggetelo. Ne vale la pena.

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